La sfida di ogni giorno

Siamo ancora stupiti dell’imprevidenza degli americani di fronte al passaggio dell’uragano Katrina e dei ritardi nei soccorsi che ne hanno aumentato gli effetti disastrosi. In altre parti del mondo si può capire, ma proprio negli Stati Uniti… Eppure anche il paese che più ricco e tecnologicamente avanzato del mondo si è trovato impreparato. E proprio per questo, Katrina ha prodotto effetti ancora più devastanti. Fatti come questi aggiungono alla nostra vita di tutti i giorni ansia e paura che qualcosa di terribile possa accadere anche a noi. Uragano, sciagura aerea, bomba che sia. Ormai lo sperimentiamo di persona: ad ogni attacco terroristico che la televisione porta nelle nostre case ci sentiamo tutti nel mirino. Agitazione, angoscia, attacchi di panico, reazioni esagerate per un pacchetto dimenticato in un angolo della metropolitana… Non possiamo nasconderci che, soprattutto dall’11 settembre in poi, dormiamo sonni meno tranquilli. La minaccia terroristica è sempre lì, dietro l’angolo, a tenerci impauriti e sospettosi per qualche tempo ad ogni bomba che scoppia in qualsiasi angolo della Terra. Il ritorno alla normalità è duro e difficile per chi è scampato per poco alla morte. Il panico, spesso, è un cattivo alleato degli eventi negativi. Lo abbiamo visto a Baghdad, dove più di mille persone sono morte nella calca; è successo tante altre volte durante manifestazioni religiose, musicali, sportive. Come prepararsi, allora, ad affrontare al meglio un’emergenza di qualsiasi natura? Ne abbiamo parlato con Marco Lombardi, professore di sociologia alla Cattolica di Milano. Collaboratore del dipartimento della Protezione civile, ha una grande conoscenza a livello internazionale (proprio nelle scorse settimane è stato in Sri Lanka) e si occupa da parecchi anni di comportamenti collettivi in situazioni di emergenza. Uno, insomma, che oltre ad essere uno studioso, ha esperienza sul campo. Mi occupo di gestione dell’emergenza soprattutto dal punto di vista sociale – mi spiega -. È evi- dente che ogni evento critico è un evento di stress al quale siamo sicuramente meno abituati degli altri. Come si reagisce in genere? Tutto dipende da diverse caratteristiche sia a livello personale, psicologico, che a livello sociale e dai molteplici meccanismi che entrano in gioco. In situazioni di crisi le regole che orientano il nostro comportamento si semplificano, anche in senso positivo. È statisticamente rilevato ad esempio che il 90 per cento dei feriti viene salvato dai sopravvissuti. Si innesca cioè una catena di solidarietà per cui si cerca il parente, l’amico, il vicino… Tutto ciò è fondamentale e nei tempi andati, quando ancora non c’era né Protezione civile né altro e le emergenze erano lasciate alla gestione della buona volontà, ha permesso alla nostra specie di sopravvivere. E se – aggiunge il prof. Lombardi – secondo una casistica abbastanza definita, le donne fanno più difficoltà rispetto agli uomini a lasciare l’abitazione in caso di evacuazione, e lo stesso gli anziani rispetto ai giovani, un gruppo sociale che ha sperimentato nel passato situazioni di crisi reagisce in maniera diversa rispetto ad altri gruppi che non li hanno provati. Lo dicono anche i nostri anziani che si ha paura di ciò che non si conosce. Paura, indeterminatezza, incertezza si verificano molto di più se c’è una non conoscenza dell’evento accaduto e che accadrà. Gestire la crisi e comunicare il rischio risultano dunque due aspetti fondamentali… Ci si è resi conto che informare la popolazione rispetto ai rischi cui è esposta e rispetto alle strategie istituzionali e individuali che possono essere adottate in tempo di crisi, è la mossa vincente nell’orientare la popolazione a comportamenti positivi qualora si dovesse verificare l’evento. Le strategie di comunicazione del rischio oggi diventano una chiave per poter affrontare le emergenze. Io insisto molto sulla responsabilità che i mezzi di comunicazione hanno rispetto alle crisi. Purtroppo spesso si riscontra un eccesso di catastrofismo nella comunicazione mediatica. Non bisogna invece dimenticare che la comunicazione che si dà è quella che poi orienta i comportamenti e quindi il ruolo dei media assume ancora più una valenza morale e sociale che non bisogna dimenticare a favore della comunicazione di mercato. Quanto siamo attrezzati in Italia, a livello di agenzie di sicurezza, per un eventuale attacco terroristico? Complessivamente oggi l’Italia è in grado di rispondere con un certo successo a un evento di emergenza generato da una qualunque causa. Abbiamo un’ottima Protezione civile sia a livello nazionale che a livello locale, una rete diffusissima di agenzie che collaborano alla risposta di emergenza, dalla Croce rossa ai vigili del fuoco, la pubblica sicurezza, l’esercito, i carabinieri, il 118. Anche a livello internazionale godiamo di un grandissimo credito. Non dimentichiamo poi una peculiarità del nostro paese: il notevole apporto dei gruppi di volontariato che, al di là delle capacità tecniche e organizzative riconosciute dovunque, è un ulteriore elemento di forza. Qualcosa di più forse si potrebbe fare: migliorare il coordinamento fra queste agenzie, porre maggior attenzione a coinvolgere il sistema dell’informazione e il sistema educativo inserendoli in un’ottica di prevenzione . È per questo che ci ha tenuto a far nascere alla Cattolica la cattedra di Gestione della crisi e comunicazione del rischio? La storia è abbastanza lunga. Credo di essere tra i primi sociologi italiani che si sono occupati di gestione del rischio, già nel 1985/86. In Cattolica ho potuto sviluppare questo tema già da diversi anni con dei seminari e un master per le relazioni nei contesti di emergenza. In effetti da almeno 15 anni queste stesse lezioni le tengo alle varie protezioni civili nazionali e locali. Due anni fa, nell’ambito della neonata facoltà di sociologia è partito un indirizzo di laurea su Sicurezza e territorio all’interno del quale si è avviato il primo corso universitario di Gestione della crisi e comunicazione del rischio che da quest’anno viene inserito anche in un master sulla sicurezza urbana. Quanto è aumentata la percezione del rischio negli italiani, diciamo dalle Torri gemelle in poi? Per percezione possiamo intendere la paura che qualcosa di rischioso possa capitare o la consapevolezza che siamo esposti a dei rischi. Nell’immediato sono aumentati entrambi. A lungo periodo la paura cede il posto alla consapevolezza. È logico che quando si vedono cose efferate come le Torri gemelle o Madrid o Londra, si pensi che possa capitare a Milano o a Roma. Ad esempio dopo gli attentati di Londra per un po’ di tempo a Milano meno persone hanno usato la metropolitana, o si guardavano in giro in maniera sospetta. Tutto ciò dura due, tre giorni, magari anche un mese, però di paura non si può vivere. Ecco che cominciamo ad essere consapevoli che viviamo in un mondo che comporta dei rischi e allora accettiamo (non subiamo) l’idea che la nostra quotidianità ne è costellata. In fin dei conti quando abbiamo cominciato a usare le automobili un centinaio di anni fa tanti pensavano che fosse una pazzia salire su quei cavalli d’acciaio, finché non ci siamo abituati. La cosa migliore è razionalizzare. Consapevolezza del rischio vuol dire essere in grado di affrontarlo, la cosa peggiore è negarne l’esistenza. Come valuta dall’Italia quanto è successo a New Orleans? Penso che per certi aspetti sia stata fatta una certa strumentalizzazione ideologica contro il governo americano. Comunque sicuramente c’è stato un ritardo dovuto alla sottostima delle conseguenze di Katrina. Quando l’uragano è passato tutti hanno tirato il fiato dimenticandosi degli effetti che poteva avere sulle dighe. Teniamo poi presente che l’area investita è grande quanto tutta l’Italia e che l’ecosistema investito, fatto di mangrovie di paludi, è di una difficoltà incredibile per i soccorsi. Certo, ha colpito molto l’uso sproporzionato delle armi. Sappiamo però che una crisi è il catalizzatore di processi latenti in un sistema sociale. Cioè, una persona non diventa matta perché è accaduto un terremoto, ma può manifestare delle turbe psichiche se queste erano già presenti in nuce. L’evento le accelera, le scatena, ma non ne inventa di nuove. Non possiamo negare che nella società americana c’è una grande circolazione di armi, un loro uso frequente e una diffusione della microcriminalità elevata. Tutto ciò definiva un potenziale scenario che Katrina poi, di fatto, ha sviluppato. Dunque, per saper affrontare una crisi, bisogna affrontare bene la vita di ogni giorno, saper vivere in pace con sé stessi e con gli altri. Ma serve anche un bagaglio di conoscenze che dovremo acquisire. Da oggi è possibile farlo anche all’università e, ci auguriamo, anche attraverso l’impegno di un numero sempre maggiore di agenzie educative ed informative.

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