La sfida delle opere

Giovani, immigrati e vittime di abusi: strade battute con creatività dalla Chiesa, nata da San Paolo.
Giovani Papa
Wow! Meraviglia, entusiasmo, sorpresa. Chissà quale significato avrà avuto quest’esclamazione, scritta a lettere cubitali da un giovane turista inglese, sul libro dei visitatori della Millennium chapel di Paceville. “Wow” (wishing others well – augurare ogni bene agli altri) è diventata l’insegna fluorescente di questa cappella: un’oasi di pace nel cuore della movida di Malta. Qui ogni notte uno sciame di giovani e giovanissimi vi entra, magari dopo lo sballo nei pub o nei night, e sosta in silenzio davanti ad un tabernacolo luminoso. Poi esce raccolto, talvolta in lacrime, e scrive su quel libro flash di vita, domande, richieste. Qualcuno va al punto di ascolto, a lato, per vincere la dura battaglia su droga, alcol, gioco d’azzardo.

«Quando nel 2000 la cappella è stata inaugurata – spiega Hilary Tagliaferro, agostiniano e ideatore del progetto – il vescovo mi ha chiesto se mai sarebbe entrato qualcuno. Era la sfida tra Dio e la città del divertimento». Dopo dieci anni “Wow” è diventato un progetto sociale, con una fondazione finanziariamente autonoma, con più di cento volontari presenti notte e giorno, e un fitto calendario di attività.

In questi anni di libri con storie dolorose e di rinascita ne sono stati riempiti molti. Father Hilary non riesce neppure a contare i giovani attratti dal silenzio di questa presenza eucaristica. Il tappeto di bottiglie vuote che di notte copre l’asfalto di Paceville è stato calpestato anche dal vescovo Paul Cremona, in preparazione della visita di Benedetto XVI. Un incontro nei pub ha aperto laboratori di dialogo con giovani non credenti, diversi (come loro stessi si sono definiti davanti al papa), perché tossicodipendenti, con altri orientamenti sessuali, senza riferimenti familiari. Eppure anche loro in cerca. «La Chiesa non rifiuta nessuno. Dio non rifiuta nessuno», ha ribadito Benedetto XVI, il 18 aprile scorso a Valletta, davanti a 15 mila coetanei.

 

Questo non rifiuto è stato anche il motto di Philip Calleja. Non poteva certo immaginare, questo sacerdote di 81 anni, che dall’assistenza prestata agli immigrati maltesi nel 1950 sarebbe nata la commissione diocesana per i migranti. Dal 1987, Calleja ha dato un letto, un pasto e una speranza di vita a più di quattro mila persone. «Sull’isola gestiamo otto centri di accoglienza con 400 ospiti circa – dichiara Alfred Vella suo collaboratore –; ora stiamo ristrutturando una casa per altri 120».

Malta ha visto crescere esponenzialmente gli arrivi: dai 57 del 2001, in nove anni si è passati a più di 13 mila presenze. Se si pensasse in proporzione all’Italia, per ogni immigrato a Malta, nel nostro Paese dovrebbero arrivarne 235. Gran parte proviene da Eritrea, Somalia, corno d’Africa. Sfuggono alla guerra e alle persecuzioni. Moses, somalo, è stato bruciato all’uscita della messa del suo villaggio. Vivo per miracolo, la sua pelle sembra un puzzle. Ha avuto il visto per la Germania. «Gestire queste case costa circa 200 mila euro l’anno – prosegue Vella –. Il Governo provvede per metà. A chi è riconosciuto lo status di rifugiato viene concesso un sussidio di cinque euro al giorno, agli altri no. Pensare a cibo e trasporti con questa cifra non consente neppure di nutrirsi con dignità: provvediamo noi con derrate extra, farmaci, vestiti». A questo lavoro si affianca l’azione del Jesuit Refugee Service e quello del Laboratorio della pace, gestito da un francescano. Il papa ha richiamato la comunità internazionale a soluzioni comuni «frutto di cooperazione e di solidarietà».

 

“Response team”, gruppo di risposta: è il nome della commissione d’indagine sui casi d’abuso ad opera di operatori pastorali, sia religiosi, sacerdoti o laici. Istituita nel 1999 dalla Chiesa è presieduta da un giudice esterno con vari esperti. Ha indagato su 45 casi in cui sono stati coinvolti sacerdoti. I 13 presbiteri ritenuti colpevoli sono stati laicizzati o rimossi dagli incarichi. Anche questa è stata una scelta pioneristica che ha consentito di guardare in faccia il problema senza nascondimenti. «La Chiesa a Malta ha sempre vissuto con il popolo e la gente ama i sacerdoti e soffre per queste notizie e questi atti», dichiara Charles Cordina, tra i coordinatori del viaggio papale.

«Ombre che turbano la Chiesa», aveva detto il capo dello Stato, George Abela. Ombre schiarite dopo l’incontro e la riconciliazione del papa con le vittime.

 

Insomma, sono piste nuove e molteplici quelle battute dai maltesi, sulla scia di quell’intrepido esploratore che è stato san Paolo, che qui portò il Vangelo e qui continua con i suoi figli a sfidare la contemporaneità.

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