La sfida della Giordania

Il Paese, guidato da Abdallah II, è da sempre stato una terra di pace nell'agitato Medio Oiente, l'unico esente dalle influenze del fondamentalismo islamico. Le difficoltà economiche e le imposizioni del Fondo monetario internazionale, tuttavia, rischiano di stravolgerlo. Le prospettive del regno, tra vecchi finanziatori (sauditi) e nuovi alleati (India, Cina, Turchia).

Dopo 4 secoli sotto il dominio ottomano, la Giordania è dal 1946 una monarchia costituzionale. Il capostipite del regno è stato l’hashemita Abdallah I, discendente del profeta dell’Islam e figlio del famoso sharif Hussein della Mecca, reso celebre da Lawrence d’Arabia, il film del 1962 di David Lean, con Omar Sharif e Peter O’Tool, vincitore di 7 premi Oscar. La Giordania è un piccolo Paese (la parte non desertica è poco più grande della Sicilia) privo di risorse naturali, petrolio compreso, ma soprattutto con pochissima acqua, demograficamente complicato ed economicamente del tutto improbabile. Eppure strategicamente importantissimo e stabile, pur al centro di un Medio Oriente in guerra da decenni.

Quando Hussein di Giordania, il padre dell’attuale sovrano, divenne re nel 1952, il Paese contava poco più di mezzo milione di abitanti. Alla sua morte, nel 1999, gli abitanti erano diventati 4,7 milioni. Nei vent’anni successivi i giordani sono raddoppiati e oggi sono circa 9 milioni, dopo aver inglobato la diaspora palestinese del 1948 e quella del 1967 (oltre 2 milioni di sfollati). A partire dal 2011 sono poi arrivati altri 750 mila profughi e rifugiati siriani, iracheni e yemeniti, ma anche sudanesi e somali.

L’economia giordana è da sempre in lotta per la sopravvivenza, soprattutto per il numero enorme di scampati alle guerre che sono arrivati qui negli ultimi 70 anni. Senza gli aiuti di alcuni Paesi arabi e occidentali la Giordania non esisterebbe. Ma il valore strategico di questa isola pacifica è troppo importante per tutti: per gli Usa come per l’Ue, per Israele come per l’Arabia e gli Emirati, perfino per russi e iraniani.

Tra fine maggio e inizio giugno in Giordania sono esplose massicce proteste popolari contro il governo Mulki a causa di un pericoloso progetto di riforma fiscale. Stiamo parlando di aumenti del 5% delle tasse ai privati e del 20-40% alle imprese, oltre ad incrementi del 50% sulle tariffe elettriche, nuove accise sui carburanti e perfino imposte sul pane e sui generi alimentari. Tasse insopportabili in un Paese dove lo stipendio medio mensile si aggira sui 500 euro, la disoccupazione supera il 20% e almeno il 20% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

A monte della riforma fiscale prospettata, c’è un prestito di 723 milioni di dollari che la Giordania ha ottenuto due anni fa dal Fmi, il quale ha cominciato a premere sul governo per il varo di riforme strutturali in grado di ridurre il deficit, senza rendersi conto (si spera!) che una rivolta sociale qui significa praticamente tenere la porta aperta ai jihadisti. E la Giordania è in pratica l’unico Paese mediorientale che è finora riuscito a restare fuori, in qualche modo, dall’influenza del fondamentalismo islamico.

omar-ahmad-munif-al-razzaz-e-ayman-safadi-foto-apDi fronte alle pesanti proteste popolari, re Abdallah II ha subito chiesto le dimissioni del primo ministro Mulki, ha congelato le tasse e gli aumenti tariffari bloccando le pretese del Fmi ed ha nominato un nuovo capo del governo: il primo ministro incaricato si chiama Omar al-Razzaz (58 anni) ed è un politico esperto e un economista di rango, che ha studiato ad Harvard ed è stato consulente della Banca Mondiale, oltre che direttore generale della Jordan’s Social security Corporation. Intanto il re si è dato da fare, come sempre, per negoziare aiuti, cercare alleanze strategiche e impostare coraggiose e insieme prudenti sinergie per consentire al Paese di mantenere al meglio la pace e la tolleranza che lo contraddistinguono.

L’aiuto principale, come in passato, è venuto dai Paesi arabi limitrofi (Arabia, Emirati e Kuwait), ma non è stato facile dopo che lo scorso anno re Abdallah aveva dato il suo sostegno alla protesta contro l’iniziativa statunitense di trasferire a Gerusalemme la capitale di Israele. La cosa non era piaciuta ai sauditi (alleati direttamente con gli Usa e indirettamente con Israele), tanto che avevano bloccato una tranche di 750milioni di dollari prevista dai precedenti accordi con la Giordania. Alla fine, però, è prevalsa l’opportunità politica e il gruppo di sostegno arabo ha concesso aiuti per 2,5 miliardi di dollari, che sono comunque la metà di quanto avevano dato nel 2011. A questi aiuti si aggiunge un piccolo contributo di 20 milioni di Euro promesso da Federica Mogherini a nome dell’Ue per progetti di protezione sociale (che si aggiunge al finanziamento istituzionale molto più consistente versato nel 2016 dalla Ue alla Giordania).

Un dato importante da rilevare è che con la fine del cosiddetto welfare arabo (aiuti a pioggia derivanti dal petrolio), il regno hashemita dovrà trovare altri modi per sostenersi in futuro. Con un debito pubblico di 40 miliardi di dollari (95% del Pil), l’autosufficienza è matematicamente impossibile. La Giordania sta quindi cercando accordi commerciali e di sostegno infrastrutturale aprendo le porte alla Turchia, all’India e soprattutto alla Cina. Sperando di non calpestare troppo la suscettibilità dei colossi polarizzati che si contendono il Medio Oriente.

 

 

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