La semina di don Gnaziu

Un libro racconta la vita di Ignazio Spatola, il semplice massaro di Rosolini che ha creduto nel “sogno” dell'unità.
Ignazio Spatola
«Il lupo di Rosolini, ora è diventato un agnello». Mormorii sottovoce, malcelata ironia, attonite constatazioni corrono di bocca in bocca tra i braccianti a San Chercri, piazza e ritrovo dei lavoratori del piccolo centro del siracusano. Qui tutti conoscono Ignazio Spatola, don Gnaziu, il massaro della Carcicera, proprietario terriero riverito e temuto. Ma cosa gli è successo? «Si è rammollito don Gnaziu, non si riconosce più». In quell’estate del 1957 il suo status di latifondista meridionale che lo vedeva rude, scontroso, pignolo all’inverosimile era stato sovvertito.

Lui che dai taffuna, le pesanti zolle di terra indurite dal sole, sapeva trarre il maggior profitto, incurante di tutto e di tutti, ora invece si ritrovava a fianco dei mezzadri ad ammucchiare le fave, compito non suo, e lasciava gli operai da soli nei campi per recarsi verso mete sconosciute. Fiera di Primiero, Tonadico, le valli del Trentino distavano quasi due giorni di treno, su ruvide panche di legno. E poi ancora Roma, Loppiano. Ma era impazzito di botto? Beh, quella semina sulla terra arida ne era di certo una prova. Don Gnaziu doveva partire, la pioggia non arrivava, ma lui testardo aveva deciso di seminare ugualmente. La derisione e lo sbalordimento dei mezzadri era palese, ma chi poteva contraddirlo? Il padrone era irremovibile.

E invece nei pressi di Catania il cielo comincia a cambiare e quando arriva a Roma la telefonata alla moglie conferma: la pioggia era arrivata, quasi che la natura si fosse piegata ai suoi tempi. La spiegazione in realtà era un’altra. Dio era entrato nella vita di questo agricoltore, scardinando carattere e razionalità, facendogli sperimentare interventi provvidenziali e sorprendenti che lasciavano senza parole lui e chiunque lo conosceva.

 

Tutto era cominciato da quell’incontro. Era andato a spiare il figlio e i suoi strani compagni e si era invece trovato spiato dall’Altissimo. Era stato uno di questi giovani, un focolarino, a rivelargli che Dio non era solo creatore della natura, ma amore. Un amore che poteva essere compreso e accolto anche da uno come lui, massaro, con la terza elementare, che si esprimeva in uno stentato italiano, con un senso dell’onore e delle differenze sociali altissimo e che sulla sua pelle stava sperimentando un odio lancinante, mentre si apprestava a preparare una vendetta crudele contro un suo nemico.

Quell’incontro lo aveva lasciato disarmato, scombussolato. Non aveva dormito l’intera notte. Voleva capire di più. Da qui i suoi rocamboleschi viaggi per incontrare Chiara Lubich, iniziatrice del Movimento dei focolari. Le parole di quella giovane intrise di Vangelo e di misericordia gli avevano aperto un’altra prospettiva di vita, una strada di santità possibile anche per lui. E Ignazio vedeva ferite sanarsi, nodi sciogliersi e appianarsi quelle divisioni tra classi sociali, che erano state la sua quotidianità fin da bambino.

Il nuovo Ignazio, sconosciuto tra la sua stessa gente aveva trovato Il tesoro del campo, come titola la sua biografia, edita da Città Nuova e scritta da Stefano Trombatore, sacerdote, amico che con lui ha condiviso tante tappe di questa scoperta. È una testimonianza sobria e appassionata che fotografa quasi un intero secolo di storia. Con i suoi 95 anni di vita, infatti, questo contadino siciliano ha incrociato due conflitti mondiali, la riforma agraria e le rivolte dei contadini, l’abbandono delle campagne e l’urbanizzazione fino all’avvento del villaggio globale ampliato ancor di più dai nuovi media.

«L’esistenza di Ignazio ha dell’inconfondibile se non dello straordinario», scrive Mariano Crociata, segretario della Cei e già vescovo di Noto e Rosolini, nella prefazione al libro. «Il mondo contadino del meridione risulta legato alla pietà e alla religiosità popolare e invece quest’agricoltore poco più che analfabeta elabora un’esperienza cristiana di rara finezza e sensibilità evangelica ed ecclesiale. Ci si sente rinfrancati spiritualmente ma anche più sobri ed umili poiché appare ridicola qualsiasi presunzione religiosa e perché Dio opera grandi cose anzitutto tra i più umili dei suoi servi».

«Sono stato di scandalo per tutti voi, vi chiedo pubblicamente perdono. Da ora voglio vivere solo di amore», ripeteva incessantemente Ignazio a chi gli domandava spiegazioni del suo improvviso cambiamento. «Chi siamo noi? Niente. Ecco, se noi siamo niente, risplende solo Dio». Scriveva a Chiara Lubich attraverso il suo paziente traduttore: «Gesù sei il mio unico sposo, ora mi dono tutto a te». E poi ancora: «Voglio dirti di sì per tutto il tempo che mi rimane su questa terra». E in quelle righe veniva trasferito l’ardore e la scelta di far parte integrante della vita del focolare pur restando in famiglia e a lavorare in campagna.

Non mancano poi le prove, quasi un nuovo inaridimento di un’esistenza ora fertile. La moglie Concetta, che lo aveva sostenuto e accompagnato nelle sue scoperte, aveva preferito ritirarsi: quattro figli da crescere richiedevano ben altri ritmi. Poi gli interrogativi interiori, dove le tante debolezze ti feriscono a morte, tentando di isolarti e seminare dubbi. Ma questa introspezione cede alle parole di Chiara: «L’anima deve rientrare in sé solo per trovarvi Dio e poi fuori ad amare il fratello». E così si rinnovano i rapporti in famiglia e con una 600 sgangherata si macinano chilometri per trasmettere questa fede a molti. «Sunu creaturi di Dio, hanno siti di Dio, è un peccato far mancare loro l’acqua», ripete Ignazio, con fare birichino, incurante delle buche e dell’età che avanza.

La novità e l’avventura continuano ad affascinarlo. Quando nel 1991 Chiara Lubich lancia l’Economia di Comunione, un progetto di condivisione degli utili aziendali con i più poveri, anche don Gnaziu vi aderisce versando subito 500 mila lire, ma i guadagni saranno divisi fino all’età della pensione, 90 anni. Finalmente anche la sua terra, la Carcicera, poteva essere riscattata e avere quella funzione sociale che metteva insieme giustizia e proprietà privata. Ma quest’idea poteva interessare anche il sindaco, ex intellettuale di Pci e non credente. Ignazio non esita a coinvolgerlo e con lui comincia un dialogo sui poveri e sulla fede. Dopo qualche tempo il massaro è in prima fila al matrimonio religioso del primo cittadino.

 

Tutta la vita di Ignazio si coniuga al plurale. Tanti gli incontri di cui si costellano le giornate: l’adolescente in crisi, il separato, lo straniero, il disoccupato, il carcerato, il musulmano, ma anche il solo e il sacerdote sconvolto nella sua impalcatura teologica da “quel laico”. Nessuno esce indenne da un incontro con il suo sguardo limpido, la sua parola sapiente, l’arrendevolezza. «Io non capisco tutte le cose di cui stai parlando, ma sono qua per mettere in discussione me stesso e ricominciare da zero con te», ripeteva pacatamente a chi si trovava aggrovigliato da problemi e preoccupazioni.

I suoi viaggi sono continuati dentro il cuore delle persone ma anche nella storia. Chiara Lubich incontrava musulmani, indù, riceveva lauree honoris causa, cittadinanze e Ignazio era lì con lei, pregando sì, ma incamminato al suo fianco nella realizzazione del sogno dell’unità, pur restando a Rosolini.

Commuove la sua storia e molti, leggendola, l’hanno confessato apertamente: Ignazio sparisce e lascia solo il dialogo con l’infinito. Uno di noi, uno in cammino e provato dalla durezza dei campi, sa porgere a molti un sorso d’acqua fresca e zampillante, come sa essere sempre l’amore. Il libro ci sfida ad incontrarlo, a sollevare zolle del nostro vissuto inaridite e, perché no, a tentare una semina sbalorditiva e folle, come solo don Gnaziu poteva fare.

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons