La scoperta della Grande Italia

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Anna lo ha fatto per amore. Non certo per fuggire dal suo mondo della provincia trevigiana. Né per cercare fortuna – come si dice – altrove. Lasciare l’Italia non era affatto nei suoi progetti. Tanto meno fino ad attraversare l’oceano. Solo che s’innamorò di Antonio Dal Molin, figlio di mezzadri, che con la famiglia era emigrato negli Stati Uniti, a Santa Barbara, in California, dove abitavano già alcuni parenti. Lui tornò, la sposò e salutarono l’Italia. La signora Anna aveva 25 anni, e l’avventura da emigrata iniziata nel 1966 non s’è interrotta. Non parlavo una parola d’inglese e nessuno dei vicini era italiano. Così mi sono impegnata ad imparare bene la nuova lingua. Gli americani, anche negli uffici, sono stati sempre gentili e pronti a capirci. Il marito ha fatto lavori umili, come tanti connazionali in quella città, ma è riuscito a comprare casa e far laureare i tre figli. In 40 anni, la signora Anna è tornata tra la sua gente solo due volte, la prima 12 anni dopo la partenza. Mi sono mancate tanto l’Italia e la famiglia d’origine. Tanto. Soprattutto durante le feste. Tornare? Ormai ci siamo inseriti, la nostra vita è qui, anche se l’Italia resta nel cuore. E poi ci confida un motivo di gioia: I nostri figli sono orgogliosi di essere italo-americani. Guardano con soddisfazione alla terra d’origine. Un sussulto di fierezza, anche la signora Anna l’ha provato, ad inizio del nuovo anno, quando la parlamentare Nancy D’Alessandro Pelosi (chiara la provenienza) sua coetanea, 66 anni, ha assunto la guida della Camera degli Stati Uniti. Un traguardo prestigioso per una figlia dell’emigrazione italiana, che si aggiunge agli altri 359 deputati e senatori d’origine italiana eletti in vari parlamenti del mondo. Non più un esodo Dei nostri emigrati all’estero si parla così: o con l’orgoglio per la posizione raggiunta da un italico discendente, o con l’enfasi nostalgica dei ricordi del passato. Ma in questo modo, il fenomeno dell’emigrazione rischia di diventare sempre più estraneo alla gente comune, ma anche a docenti, imprenditori, politici. Cristallizzato com’è negli stereotipi delle varie Little Italy, che popolano il nostro immaginario collettivo sull’argomento. Certo, la tendenza all’espatrio s’è enormemente ridotta. Iniziata in massa un secolo e mezzo fa, la ricerca di un futuro migliore all’estero ha prodotto un’emorragia di 28 milioni di italiani. Nessun Paese europeo – chiariscono gli esperti -, compresa Gran Bretagna e Germania, può essere confrontato con il nostro. Il 1961 è l’anno del maggior numero di espatri (387 mila) e solo nel ’75 si registra la più importante inversione di tendenza, con i rimpatri (123 mila) che superano per la prima volta gli espatri (93 mila). Negli anni Ottanta la media delle partenze oscilla attorno alle 80 mila persone, e il decennio successivo registra un ulteriore calo (50 mila). Nell’ultimo periodo, l’emigrazione è scesa ulteriormente e va mutando nelle caratteristiche, ma riguarda ancora 40 mila italiani. Verso il fenomeno migratorio non c’è mai stato un eccesso di attenzione da parte delle istituzioni, ma sino al 1989 il ministero degli Esteri aveva pubblicato un appo- sito annuario sugli italiani all’estero. Poi, il silenzio. Negli ultimi anni, invece, vanno registrati – a motivo anche dello sviluppo della globalizzazione – una reciproca crescente attenzione e un più maturo approccio nei due sensi tra connazionali espatriati e madrepatria. Al miglioramento hanno contribuito, tra il resto, anche alcune conquiste di indubbio significato, dall’istituzione dei comitati degli italiani all’estero alla creazione di un apposito consiglio generale, dalla legge di riforma sulla cittadinanza alla normativa sul voto per gli emigrati, che ha permesso la partecipazione, per la prima volta, alla consultazione politica nell’aprile dello scorso anno. Eletti nella circoscrizione Estero 12 deputati e 6 senatori. Scoperta ancora iniziale Sono segnali di una scoperta ancora iniziale, ma che – sotto la spinta della globalizzazione, come dicevamo – sta mettendo in evidenza, almeno agli occhi degli specialisti, l’esistenza di un potenziale Paese più ampio rispetto ai codificati confini geografici nazionali. Una sorta di Grande Italia, che abbraccia la presenza e l’apporto di quanti vi si riconoscono, ricca di opportunità. In questa prospettiva, il primo passo è riscoprire l’attualità che caratterizza l’emigrazione e gli italiani all’estero, superando vecchie letture, e poi migliorare le relazioni tra chi vive in patria e chi ne è lontano, afferma convinto Franco Pittau, coordinatore della redazione del primo Rapporto sugli italiani nel mondo, pubblicato dalla Fondazione Migrantes e presentato recentemente. Tra il resto, un rinnovato impegno verso gli italiani all’estero può aiutare il nostro Paese – indica don Domenico Locatelli, direttore di Migrantes – a ricomporre in unità la fase storica attuale, contrassegnata dall’immigrazione estera, con quella di ieri, che ha visto partire una massa imponente d’italiani. Locatelli ha una certezza: Se rimaniamo ancora in stato d’emergenza è perché consideriamo le migrazioni, tanto in entrata che in uscita, come problema, senza assumerle come risorsa su cui investire molto e bene. 60 mila ristoranti italiani Tre milioni e mezzo sono i cittadini italiani residenti all’estero, metà dei quali non hanno superato i 40 anni, quindi nel pieno della vitalità professionale. Ma quelli di mezza età sono i protagonisti del tessuto di relazioni con gli altri connazionali e il tramite naturale con l’Italia. 7 mila sono le associazioni che radunano oltre due milioni di soci e 400 le testate giornalistiche, radiofoniche e televisive che ne alimentano i legami. Agli emigrati veri e propri vanno aggiunti gli oltre 60 milioni di oriundi presenti nel mondo, dall’Argentina all’Australia. La Grande Italia è costituita anche da una rete economica e produttiva. Alle 15 mila aziende fondate da italiani all’estero, vanno aggiunti, tra gli altri, i 60 mila ristoranti italiani nel mondo (600 nella Corea del Sud). Nella sola Germania, i nostri connazionali sono titolari di 38 mila aziende. Di queste, 2.500 sono gelaterie, gestite in prevalenza da italiani originari del Nord-Est. Gli imprenditori d’origine italiana – afferma Piero Bassetti, presidente di Globus et locus – hanno contribuito a diffondere non solo la conoscenza dei nostri prodotti e del gusto italiano, ma anche la cultura e la lingua. I nuovi migranti Il patrimonio storico, artistico e culturale del Bel Paese, non meno di quello paesaggistico, esercita un indubbio fascino su quanti hanno nelle vene un po’ di sangue italiano, ma anche sui cosiddetti italici, quelli senza discendenza italiana ma ammaliati dal nostro paese, stimati in 250-300 milioni. Cresce così il numero di chi vuole conoscere il nostro idioma. Se in Australia, la nostra lingua è la più parlata dopo l’inglese, in Argentina gli studenti d’italiano sono 93 mila, e negli Stati Uniti 60 mila. Complessivamente, nel 2004 i corsi sono stati seguiti da 600 mila persone. I nuovi ambasciatori della nostra cultura appartengono al tipo più recente di migranti. Sono tecnici e laureati assunti da centri di ricerca, università e imprese multinazionali o in trasferta all’estero al seguito delle loro aziende. Ogni anno 3.300 laureati fanno rotta verso l’estero, in prevalenza Londra e Stati Uniti. È un’emigrazione molto diversa da quella dei pionieri, ad incominciare dalla fase di accoglienza. I sardi, minatori in Belgio, vennero sistemati nei vecchi campi di concentramento utilizzati per i prigionieri nazisti. In Germania, molti italiani furono a lungo alloggiati in baracche. All’inizio del secolo scorso, in certe chiese cattoliche di New York, gli italiani potevano seguire la messa solo dagli scantinati della parrocchia. Situazioni difficili sono presenti anche oggi, ma non certo di quel tenore. Si tratta soprattutto di rovesci di fortuna dovuti alle mutate condizioni economiche dei Paesi ospitanti, come in Sudafrica e in America Latina. Gli italiani all’estero con più di 65 anni sono 600 mila, e quando mancano le condizioni di benessere, necessitano di assistenza sanitaria e di sussidi economici. Sono 410 mila le pensioni pagate dall’Italia all’estero, con un importo medio mensile di 254 euro. È la metà della pensione minima italiana, ma molti emigrati sarebbero soddisfatti di ricevere un tale sostegno. Il quadro complessivo dell’emigrazione presenta, perciò, numerosi problemi, mentre con il tempo sono andati riducendosi gli investimenti a favore degli emigrati. Ora, comunque, si va profilando una nuova stagione. La cultura e l’economia posso fungere da ponte tra l’Italia e la variegata presenza dei connazionali all’estero. Ma quasi tutto è da realizzare, e serve un’intelligente lungimiranza per sostenere l’impegno del nostro Paese ad affermarsi nel mondo. Altri Paesi europei, ad incominciare da Francia e Gran Bretagna, hanno saputo valorizzare da molto tempo i legami con le persone espatriate. Sinora l’Italia – avverte Pittau – non ha fatto leva in modo adeguato sui nostri connazionali all’estero. Adesso è il momento favorevole. L’emigrazione è una formidabile opportunità. IN TESTA GERMANIA E ACQUAVIVA PLATANI Rimesse Nel 1924, le somme inviate in patria dagli italiani all’estero costituirono ben il 30 per cento delle entrate della bilancia commerciale. Nel periodo 1970-1999, le rimesse degli emigrati hanno raggiunto i 28,5 miliardi di dollari. Giovani Con il programma Socrates- Erasmus, molti studenti universitari hanno trascorso un periodo di studio all’estero. Nel 2005, sono partiti 16 mila studenti italiani, soprattutto da Bologna (1.253), Roma (937) e Firenze (690). Destinazioni preferite, Spagna (6.000), Francia (2.600) e Germania (1.700). Ogni anno emigrano 3.300 laureati per lavorare. 23 mila giovani si recano ogni anno in Germania in cerca di occupazione, senza cambiare residenza. Europa Quasi due milioni sono gli italiani residenti nel Vecchio Continente. In testa la Germania (533 mila), seguita dalla Svizzera (459 mila), poi Francia (325 mila), Belgio (215 mila) e Gran Bretagna (145 mila). Altri continenti L’Argentina è il paese extraeuropeo che ospita più italiani (404 mila), seguito da Stati Uniti (188 mila), Brasile (149 mila), Canada (126 mila), Australia (108 mila). Luoghi d’origine Con i suoi 550 mila espatriati, la Sicilia è la prima regione per numero di emigrati. Le province con più emigrati sono Agrigento e Cosenza (oltre 100 mila), che precedono Bari e Palermo (90 mila), seguite da Milano e Treviso (70 mila). Ad Acquaviva Platani (Agrigento), gli emigrati (2.335) sono più del doppio dei residenti (1.102). Oriundi 31 milioni in Brasile, 15,7 negli Stati Uniti, 15 in Argentina, 1,3 in Uruguay, 800 mila in Australia. Associazioni Oltre 7 mila quelle sorte dagli emigrati. Contano oltre 2,2 milioni di soci, di cui 500 mila nella sola New York. A Basilea operano 400 associazioni, 300 a Stoccarda.

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