La scommessa di Daniel

Costeggiando il chilometro n° 10 dell’autostrada, mi capitava spesso di osservare quella grande muraglia cupa e grigia costantemente vigilata da uomini armati. Era la prigione A. De Souza Netto della mia città. Mi sorprendevo a pensare come potesse svolgersi la vita in quel grande complesso, in cui erano recluse 1.300 persone, diventato tristemente famoso per le rivolte che dalla capitale si erano propagate fin lì. Ma per quanto provassi a far correre la mia fantasia, mai sarei riuscito ad immaginare nemmeno in minima parte quanto fosse complesso e difficile vivere là dentro. Sino a quando…. Sino a quando Daniel Marques Barretto – è lui a raccontare – si trovò a varcare per la prima volta quella soglia Appena ventenne, aveva in tasca la nomina di agente penitenziario. Avevo fatto la domanda più per accontentare mia madre, che ci teneva – dice – ad un posto sicuro. I primi mesi sono stati durissimi.Mi è successo anche di veder morire un ragazzo che era stato accoltellato per una banalità. Quel mondo suscitava in me curiosità e insieme tristezza e ribellione. Più volte cercai di lasciare quel lavoro, di licenziarmi. Ma a casa c’era bisogno del mio stipendio: la mia famiglia era povera. Daniel resistette allo shock dell’impatto. Anzi, man mano che i giorni passavano, si rendeva conto che in quella prigione, come in tutte le prigioni del Brasile, i detenuti sono in maggioranza giovani. Sono ragazzi poveri come lui, che nell’età in cui la ricerca di un posto al sole della vita si fa irrequieta e piena di incertezze, compiono una scelta sbagliata. Cosa ho avuto io, che loro non hanno avuto? Ho iniziato ad accostarmi a loro con un atteggiamento diverso, e mi sono reso conto che quei ragazzi avevano i miei medesimi sogni di bellezza e di libertà, solo che nessuno li aveva aiutati ad incanalarli nella direzione giusta. Sono rimasto. Non potevo far finta di non aver visto. Quell’agente parlava il loro stesso linguaggio. Aveva i loro stessi gusti in fatto di musica, di sport e di tanti argomenti che fanno parte della quotidianità dei giovani. Quando gli confidavano i loro problemi, si sentivano ascoltati non per puro dovere. Lo capivano e si sentivano capiti. A rompere il ghiaccio fu un evento che in seguito divenne memorabile nel carcere, anche se si trattava di un fatto molto semplice che non incideva certo sui regolamenti carcerari che sembravano fatti apposta per rendere ancor più pesante la pena da scontare. Una mattina l’agente Daniel portò con sé i suoi pattini a rotelle. Avevo semplicemente pensato a Josè, che non mangiava da alcuni giorni: gli avrebbe fatto forse piacere una corsa durante l’ora d’aria. Fu un successone. Per diverso tempo ci fu un gran fervore di iniziative per organizzare quell’ora… non più vuota. Quella gente si trovava in prigione per scontare una pena. La mancanza di libertà e le altre limitazioni della vita carceraria sono già di per sé una pena pesante. A noi spettava aiutarli ad onorare quel debito con la società nel migliore dei modi, trasformando il tempo della pena in tempo utile per il loro reinserimento sociale. Naturalmente, c’era chi, soprattutto tra i colleghi più anziani, aveva il timore che a causa di quei rapporti così poco formali, addirittura amichevoli, i carcerati prendessero il sopravvento. Erano criticati alcuni piccoli provvedimenti che in seguito al mio suggerimento erano stati introdotti, di modo che varie volte fui deriso. Ma sapevo che valeva la pena di insistere: avevo scommesso su di loro, che non ci avrebbero deluso. In realtà, il clima che si respirava iniziò a diventare meno teso, meno elettrico. Anche i fatti di violenza, meno frequenti. C’era anche chi, con lungimiranza, iniziò ad apprezzare il comportamento di quel giovane agente dallo sguardo franco che sapeva parlare con i carcerati. E Daniel percorre velocemente tutti i vari gradi della sua carriera, passando in vari settori, da quello amministrativo a quello logistico, acquisendo una vasta esperienza. Adesso, spiega, ricopre la funzione di supervisore tecnico, e, sia pure temporaneamente, di direttore del carcere. Ciò mi comporta un grande carico di responsabilità. Non sono solo però. Ho sempre avuto la fortuna di trovare collaboratori che hanno creduto nel mio metodo di lavoro, e a loro sono molto grato. Si comprende anche la punta di orgoglio con cui parla della sua galera, diventata il fiore all’occhiello di Sorocaba, la sua città. La Galera do bem (la prigione dove si cerca il bene): questo è il nuovo nome con cui la si designa in città. Abbiamo cominciato con poco, prendendo in appalto da imprese edili cittadine la costruzione di blocchi di cemento, riciclaggio di contenitori di plastica, confezione di oggetti vari di artigianato. Il salto di qualità l’abbiamo fatto con la costruzione di un grosso vivaio, il Progetto Semina, che ora coltiva oltre settanta qualità di piante per orti e giardini, tra cui il pingo-deouro, un arbusto originario del continente americano che per crescere ha bisogno di un clima caldo e secco e di poca acqua… Una risorsa per il nostro territorio, che è stata premiata dalla Expoverde del 2004. Vi è poi il sistema scolastico, con corsi di alfabetizzazione per adulti e di istruzione media e superiore, cui hanno accesso il 90 per cento dei detenuti. E, infine, non meno importante per noi brasiliani, una scuola di musica, che non di rado scopre autentici artisti che non sapevano di esserlo. E proprio a Sorocaba, una città-simbolo brasiliana. Con i suoi circa 600 mila abitanti, a 90 chilometri da San Paolo, la città assunse un ruolo importante nell’economia della regione in seguito alla guerra di secessione americana. Le industrie tessili inglesi, costrette a spostarsi e a cercare luoghi adatti alla coltura del cotone, ne introdussero la coltivazione nello stato brasiliano. Di qui la presenza sul territorio di ampi strati della popolazione discendente dagli africani ridotti in schiavitù, manodopera a costo zero. Il grande sviluppo industriale che ne conseguì, e l’apertura della più importante linea ferroviaria dello Stato, l’estrada de ferro sorocabana, fece attribuire alla città il titolo di Manchester Paulista. Uno sviluppo che è continuato, grazie alla sua posizione strategica lungo la strada delle spedizioni minerarie e forestali. Attualmente, vi hanno sede industrie di ingegneria meccanica e il suo parco industriale è uno dei più importanti dell’America Latina. È in questo contesto, certamente, che si può meglio situare e spiegare il grosso sforzo di attuato dalla amministrazione carceraria e dall’intera comunità cittadina per il recupero e la reintegrazione sociale all’interno del carcere. Di recente – prosegue il direttore Barretto – abbiamo avviato un’esperienza sociale che prevede la partecipazione dei carcerati ad azioni di aiuto a persone diversamente abili, bambini abbandonati, anziani… Il segreto del mio successo? L’aver potuto confidare francamente a quei giovani, della mia stessa età, che anch’io, come loro, ho avuto tutte le porte aperte per il crimine, e che c’è un solo modo per vincerlo: mettere al suo posto il bene, tutte le cose buone della vita, che sono anche le più belle. Sì, la galera do bem non è un’utopia, ma un sogno condiviso che sta diventando realtà.

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