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Persona e famiglia > Libro del mese

La scelta di Dio

di Elena Cardinali

- Fonte: Città Nuova

Nel 1506 nel monastero agostiniano di Ertfur in Germania Martin Lutero si consacra a Dio. Perfezionista, scrupoloso, esigente con se stesso, trova la vita monacale, rigorosa e ordinata da regole, congeniale. Così ci racconta Mario Dal Bello in Lutero, l’uomo della Rivoluzione (Città Nuova, 2017).

È il 17 luglio. […] Martin indossa pantaloni, casacca, spadino, mantello e berretto da dottore. Prende la sacca con i vesti­ti, e i libri, ovviamente. Un rapido segno di croce rivolto al crocifisso scheletrico e insanguinato collocato sopra il letto, ed è già fuori.

Sulla strada stanno giungendo, uno dopo l’altro, gli ami­ci. Hanno l’aria triste. Lutero invece no, cammina in fret­ta, sembra divorato dall’ansia di arrivare presto al convento. […]

La porta sud del grande convento degli agostiniani si apre. Gli amici si abbracciano, commossi. Poi, Martin spari­sce dietro il portone. Un frate converso lo accompagna dal priore, padre Winand.

«Dunque, voi, magister – inizia costui, avvolto nel lun­go mantello scuro, dopo aver recitato insieme con Martin il Pater noster –, volete entrare nel nostro ordine. Ne siete si­curo? Avete una carriera promettente di fronte a voi… Non sarà per qualche delusione o paura che pensate di vivere qui tra noi?», continua il priore con un tono severo.

«No, voglio seguire Cristo in una via di perfezione – ri­sponde Martin –, liberarmi dal peccato, e prometto di im­pegnarmi sino alla fine». «Intanto, farete una confessione generale e poi vi accoglieremo per alcune settimane di pro­va, per esaminare la serietà della vostra vocazione. Se re­sterete poi tra noi, potrete diventare veramente un homo novus», conclude il priore.

Martin bacia le mani del superiore e viene condotto alla sua cella: piccolissima, un tavolo, una sedia, un candeliere e il letto. Dà sul chiostro, silenzioso nonostante vi abitino una cinquantina di monaci occupati in varie mansioni nel con­vento, il più importante della Sassonia, con case, campi e vi­gneti. La chiesa è molto ricca, in Germania.

Lutero si getta a capofitto nella nuova esperienza. Lo stile di vita è duro. Il letto di paglia ha solo una coperta, ci si alza a pregare all’una di notte: sette ore di preghiera su ventiquattro scandiscono la giornata, aperta al mattino con la messa, i pasti consumati in silenzio, i frequenti giorni di digiuno, lo studio della Bibbia, la confessione comunitaria ogni venerdì per im­parare a scavare dentro la propria coscienza e a perfezionarsi nella virtù. Poi, i lavori manuali: pulire il pavimento, lavare in cucina. E andare in giro a chiedere l’elemosina. Ma Mar­tin si abitua presto, è un uomo rispettoso delle regole e viene accolto tra i novizi. Sembra aver trovato pace, in una vita così ordinata: perfezionista, vuole essere un monaco migliore degli altri. Si confessa così spesso che il frate deve dirgli: «Non stare a guardare troppo il tuo sentirti indegno! Fidati di Cristo!». Un richiamo che tornerà nella vita del monaco.

È il settembre del 1506, Martin dovrà formulare i voti. Il priore lo manda a chiamare.

Lutero entra nell’ampia cella del religioso, si inginocchia, si rialza e poi rimane in piedi.

«Caro fratello, fra poco emetterete i voti di povertà, ca­stità e obbedienza all’interno della regola del beato padre Agostino, fino alla morte. Siete pronto a questo passaggio che vi renderà innocente come un bambino appena battez­zato?». «Sono pronto», risponde a capo chino Martin, il vol­to ossuto smagrito dalla vita austera, gli occhi pieni di luce.

[…]

Qualche giorno dopo, nella cappella del convento, tra il coro dei monaci, ognuno con una candela accesa in mano, Lutero indossa la tonaca scura e il mantello nero dell’ordi­ne e pronuncia i suoi voti. Appare felice nella sua ricerca di Dio, libero dai sensi di colpa.

Il priore, padre Winand, lo nota e lo dice, mentre passeg­giano sotto le volte del grande chiostro, al vicario dell’Or­dine, Johann von Staupitz. «Sì, è tranquillo. Ma sapete, c’è un detto: il diavolo lascia in pace i monaci nel primo anno di convento». «Frate Martin maturerà con gli anni, io credo – continua il priore –. Certo, è un giovane molto prometten­te, intelligente, ama la cultura…». «E ha un amore grande per Dio – osserva Staupitz, pensieroso –. Solo, a volte temo che questo gli produca più angoscia che gioia». «Cosa dite – fa il priore, salutando con un gesto della mano un monaco che gli passa accanto – se lo candidassimo al sacerdozio? È una persona molto dotata, continuare gli studi gli farà del bene». Staupitz assente con un cenno, abbassando il capo. I due si allontanano sotto le volte. Non è una decisione scon­tata: in convento molti religiosi non sono preti, ma riman­gono semplici fratres a occuparsi delle attività più concrete, necessarie al buon funzionamento del piccolo mondo chiu­so del monastero. Martin obbedisce, e inizia gli studi di teologia.

Da LUTERO. L’uomo della rivoluzione, di Mario Dal Bello (Città Nuova, 2017)

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