La Romagna del Palmezzano

Solo gli specialisti sanno chi è Marco Palmezzano, forlivese vissuto tra Quattro e Cinquecento, oscurato dal grande concittadino, Melozzo. Quello dei famosi Angeli musicanti, per intenderci. Eppure, Marco, non fa da comprimario. Assorbe in sé la lezione di Melozzo e di Piero, di Cima e Giambellino, si inventa un mondo virgiliano di contemplazione, monti colline boschi e casolari, prati e fiumi, ma anche cavalli e cavalieri, banchetti e sposalizi. Dove i temi sacri – Annunciazioni, Adorazioni di Magi, Madonne col bambino, e così via – si distendono con la serenità bella e pacificante del miglior rinascimento. Un minore? I colori puri, di alabastro, le impaginazioni prospettiche, il calore dell’insieme non hanno nulla di provinciale. Anzi, osservando le terre di Romagna oggi, il paesaggio è spesso ancora quello delle tavole, i volti sono quelli della sua gente laboriosa e terragna. C’è un realismo, infatti, in Marco che ha l’astuzia di non apparire stonato rispetto alla messinscena ideale. A ben vedere, infatti, le facce sono anzi talvolta crude, le folle commentano con un brusio come ancor oggi sulle piazze romagnole, le Madonne sono belle ragazze in carne. Ma di questo ci si accorge solo in un secondo tempo. Qui sta l’astuzia, cioè l’intelligenza poetica, che rivela un vero maestro: dire il suo tempo, senza calcare la mano. Parlare di sentimenti, senza insistere. Tutto allora si fa naturale, cioè universale. In questo sta la misura, l’equilibrio tutto rinascimentale della sua arte. Il fascino di un diffuso amore per l’esistenza, che Marco sparge morbidamente fra i suoi paesaggi.

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