La rivoluzione popolare del Romanino

Aquanti credono, suggestionati dalla moda, che Caravaggio nasca come un fiore di roccia spontaneo e non abbia, quasi, padri, suggerisco di recarsi a Trento alla mostra su Girolamo Romanino. Non che il Merisi diminuisca la sua grandezza. Ma l’osservare da dove è partito, le sue origini o meglio la sua formazione, le sue fonti, porta ad un duplice risultato. Si verifica che pure i geni hanno dei padri e talvolta dei padri molto grandi, anche se poi con la loro fama li divorano. Dall’altra, si costata l’originalità e spesso, come in questo caso, le intuizioni geniali dei precursori che passano poi, recepite con maggiore o minore originalità, in chi viene dopo di loro. Naturalmente, anche Girolamo Romanino non nasce dal nulla. Bresciano, suggestionato prima da Giorgione e poi da Tiziano e dai veneti, con nelle midolla l’istinto lombardo all’osservazione realistica delle cose, si nutre di questo humus culturale e artistico che ne forma la personalità. Ma, a differenza ed anche insieme ai suoi conterranei dell’area berga- masca-bresciana – cioè a Lotto Moretto e poi Moroni, non dimenticando il patriarca Vincenzo Foppa – trova presto la sua via. La quale consiste in una capacità di rendere la vita in modo acuto, sottolineandone gli aspetti più movimentati e per certi versi meno decorosi: grazie alla scoperta dell’uso dinamico della luce e del colore. C’è un’aria sovente irriguardosa nelle sue scene, un teatro popolare – non popolaresco – colto da uno a cui piace spiare ciò che i grandi maestri dell’epoca non indagano: la semplice verità delle cose e delle persone. Narrare, insomma, ciò che è brutto o strano o forse poco grazioso. Ma non per posa, bensì per convinzione. Prendiamo la giovanile (1514) Pala di santa Giustina, a Padova. L’intelaiatura è classica, la ricchezza cromatica piena e sonora, come un Tiziano. Ma la Madonna volge il capo quasi scostante, e gli angeli sembrano aver l’aria di esser stanchi di rimanere in posa, con un fare dispettoso da ragazzini di campagna. Oppure entriamo nel duomo di Cremona ad osservare i suoi affreschi con le Storie della Passione (1517-19). Lanzichenecchi, passanti, giovani elegantoni e un Cristo contadino che si indovina strattonato di qua e di là, come in una contemporanea scena di supplizio pubblico. Se poi la star Tiziano arriva a Brescia con il sontuoso, epicheggiante Polittico Averoldi nel 1522, un trionfo di corpi, di luci abbaglianti, di rossi infocati, Girolamo non si fa complessi (come accade invece all’ipersensibile Lotto). Risponde al Vecellio nel ’26 con la Resurrezione di Capriolo, in piena provincia. Anche lui inventa un Cristo scultoreo, ma dalle fattezze popolane: normali, cioè più sul brutto che sul bello, come se ne vedono sempre in giro; ed i soldati sono quello che sono, gente qualunque. La luce si diverte poi a percorrere queste sagome ineleganti, a svelare un rosso che lotta con le nebbie prealpine fra case e alberi lontani, nel paese. Romanino è così: nulla di intellettualistico o di eroico, nessuna angoscia come un Lotto o misticismo come un Moretto o quiete come un Savoldo. Sta saldo a descrivere corpi solidi, strutture semplici, colori che lascia modulare alla luce per dar vita e corposità alla storia. Veloce affrescatore, da buon lombardo imprenditore, si autocandida davanti al principevescovo di Trento, Bernardo Clesio, nell’impresa di decorare il suo Magno Palazzo nel 1531. Accolto, semina su lunette logge e pareti un lungometraggio di vita quotidiana: i personaggi della storia – mitica o contemporanea – vengono tranquillamente ridimensionati: siano Fetonte, le Tre Grazie o i regnanti Ferdinando I e Carlo V o lo stesso cardinale ripreso a dettare appunti al segretario. Tutti sono sullo stesso piano mentale e artistico oggettivo: dalle cortigiane che provano un concerto, al soprastante che paga gli operai, dal buffone Paolo Alemanno ritratto con sguardo mesto, ai soldati, alle figure allegoriche. Usa una pennellata soffice e svelta, spontaneamente anticlassica; un poco parente del ferrarese Dosso, anche lui all’opera nel Palazzo, anche se meno rivoluzionario. Si potrebbe definire, la sua, una pittura democratica, dove tutti sono eguali, perché Romanino prova per ciascuno la medesima simpatia umana. Ma lo sguardo osservatore di Girolamo non è cronacistico né frettoloso. Romanino sa non essere mai inutile: cosa così difficile nell’arte. L’affresco staccato con la Cena in casa del fariseo vede una cena sotto una volta ornata da un nido di rondini. Si tratta di soffi lirici, di poesia del particolare che entra come consuetudine inosservata nella vita di ogni giorno e rende il sacro attuale, la fede una realtà semplice. Il sentimento della esistenza come qualcosa di domestico, di naturale, è una delle idee innovatrici del Romanino. Anche le sue opere più religiose, come le Pietà, vedono angeli che singhiozzano sul serio, il Cristo è davvero un povero Cristo dissanguato. Le Madonne vestono i panni sontuosi con la goffaggine delle ragazze di paese che non ci sono abituate: ma non sono mai banali, perché la loro ritrosia e timidezza è autentica. Perciò la loro bellezza non conosce l’ovvietà di tanti dipinti sacri fin troppo manierati. In tutto questo percorso umano e artistico, ritorna il discorso sulla luce. A Brescia, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, c’è una tela che dice molto, se non tutto, sulla sua genialità e sulla sua forza di precursore caravaggesco. C’è una forza, in quel lume che dà la vista a san Matteo che scrive accovacciato sullo sgabello capace di fendere l’ombra con un realismo che esalta il notturno densissimo. Una luce che distribuisce spazi, esprime sentimenti, energicamente crea le forme. Ma non è forse questa la rivoluzione di Caravaggio? Si entri a Roma, a San Luigi dei Francesi, e si guardi la stessa scena nella pala d’altare della cappella Contarelli. Si vedrà da dove Merisi è partito. Ci si accorgerà allora della grandezza di Girolamo Romanino. Mario Dal Bello Romanino. Un pittore in rivolta nel Rinascimento italiano. Trento, Castello del

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