La rivincita dell’Italia

I fratelli Taviani con “Cesare deve morire”, vincono l’Orso d’oro. Torna a riaffiorare la pietà per l’uomo.
I fratelli Taviani con l'Orso d'oro

Dopo tre anni di latitanza e ventuno senza l'Orso d'oro (l'ultima volta toccò a Marco Ferreri con La casa del sorriso), l'Italia torna a sbancare Berlino conquistando il massimo alloro e lo fa grazie ai fratelli Taviani, Vittorio e Paolo, che, oltre al premio più ambito, hanno offerto al cinema di casa nostra una garanzia ancor più rassicurante: la certezza che il filone comico e la commedia sentimentale non esauriscono il nostro patrimonio cinematografico; che il mercato non finisce a Chiasso ma può varcare il confine con la Svizzera e tornare a puntare al resto del mondo; che il cinema d'autore, il cinema di idee, il cinema di impegno morale e civile ha ancora tanto da dire e da mostrare.
Dell'ungherese Just the Wind di Bence Fliegauf (Gran premio della giuria) e del tedesco Barbara di Christian Petzold (miglior regia) si parlerà diffusamente appena arriveranno sui nostri schermi. Per il momento godiamoci un riconoscimento tanto atteso e tanto gratificante, soprattutto per il fatto che Cesare deve morire rappresenta non solo una novità dal punto di vista stilistico (combinazione di cinema, teatro, vita, socialità, recupero dell'individuo), ma soprattutto un atto di coraggio così rischioso che avrebbe scoraggiato le migliori intenzioni.

I fratelli Taviani hanno letteralmente reinventato il Giulio Cesare di Shakespeare, lo hanno portato nel carcere di Rebibbia e lo hanno fatto interpretare dai reclusi.
Ogni detenuto e, dunque, ogni attore, ha portato la sua storia personale nella grande storia raccontata da Shakespeare, ha travasato il suo dramma nel personaggio interpretato, si è confrontato con la sua personalità guardandola nello specchio di un più ampio e generale esame di coscienza. Drammatica simbiosi fra arte e vita, messe l'una di fronte all'altra per poter proiettarsi oltre il teatro, il cinema, la finzione e recuperare l'autenticità del proprio riscatto esistenziale. Una verifica di gruppo che ha rivelato un sorprendente aspetto del cinema: il cinema come strumento di perdono e redenzione, l'arte come veicolo di salvezza. L'umiltà, la discrezione, il rispettoso riserbo dei fratelli Taviani hanno fatto il resto e favorito l'operazione-recupero dei detenuti che hanno preso parte alla realizzazione del film.

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