La riscoperta di Guariento

Una eccezionale rassegna sul pittore veneto. “Artista di corte” del Trecento, di rara umanità.
Guarlento

Ci sono grandi artisti che talvolta riemergono dal buio. Da un passato che li ha dimenticati – è toccato a Caravaggio, al Lotto – o da conflitti che ne hanno violentato e disperso le opere. A Padova l’11 maggio 1944 un bombardamento “alleato” distrusse gli affreschi di Guariento nella chiesa degli Eremitani. Ne è rimasta solo una parete. Ma Guariento ha dovuto sopportare nei secoli altre rovine. Fin dal Quattrocento, quando i veneziani, sconfitti i Carrarresi che dominavano Padova, ne hanno “disperso le memorie”, opere d’arte comprese.

 

Guariento, nato in provincia nel 1310 e operoso fin verso il 1370, era stato il loro “artista di corte”. Aveva decorato il loro palazzo e i sepolcri, in un centro culturale di portata internazionale, con la sua università, la seconda nata nella storia, le opere di Giotto agli Scrovegni, al Santo, al Palazzo della Ragione. I Carraresi ospitavano un genio poetico come Petrarca. Oggi, di tutto ciò rimangono solo alcune tracce. La storia e il tempo spesso ridimensionano le ambizioni umane.

 

Nonostante ciò, quel che resta di Guariento ne rivela la grandezza. Non di imitatore o di seguace di un genio prepotente come Giotto, ma di un talento che, aperto alla cultura contemporanea, parla il linguaggio di una umanità calda e sicura. Lo si sente vicino.

Quando ho visto la Madonna col bambino (oggi a New York), che si stacca dal fondo oro nel manto rosa per un dialogo con il bambino fatto di un solo sguardo – ma quale sguardo – mi è stato chiaro che Guariento avesse compreso cosa passa tra una madre e un figlio.

 

Non c’è bisogno di aspettare Giovanni Bellini – che ne seguirà in qualche modo le orme – o le madonne di Raffaello. La dolcezza del colore con cui si esprime l’affetto ha una raffinatezza spirituale, una eleganza non solo formale, ma dell’anima, meravigliosa. La si nota pure in uno degli ultimi lavori, una Madonna dell’umiltà (a Los Angeles) che sembra già del gotico internazionale di fine secolo. Tutto è luce: domina il volto di Maria dalla fisionomia di donna “d’amore”. Ora essa non guarda il figlio, ma noi. Come fosse commossa da una preghiera.

 

Ma Guariento non è solo un poeta del sentimento. Sa cantare la gloria, il trionfo. Chissà com’era la cappella dei Carraresi prima che i veneziani ne disperdessero le tavole, oggi finite nei musei di mezzo mondo.

Restano i “ritratti” degli angeli. Una galleria di armonia fra umano e divino, fra grazia ed eleganza, tra realismo e simbolo. Nulla di freddo, ma il colore e il suono di una grande orchestra. Non si può vederli e non sentirsi il cuore pieno di gioia.

 

Ecco l’angelo che pesa le anime con la bilancia dove un diavolo vuole, invano, ghermire un’anima; l’angelo-soldato dalle ali dorate sul fondo buio – era azzurro, ora il tempo l’ha scurito –; poi quello che ha incatenato Satana e ci guarda con occhio fermo, biancovestito, con ali dai colori dell’arcobaleno. L’angelo mite che accoglie due poveri in ginocchio: l’umanità di Guariento si esprime con la tenerezza di chi conosce la povertà umana e spirituale. E infine la schiera fulgida del coro angelico che corre su nubi violacee, con i colori surreali del mondo risorto, già prima di un Mirò. Una visione corale cui manca solo la musica di Bach.

 

Quest’arte a un tempo intima e grande, trovava sfogo negli affreschi. Solo con dolore possiamo guardare i brani rovinati dell’immenso Paradiso che Guariento aveva dipinto nel Palazzo Ducale di Venezia. Un capolavoro perduto. Ma ci restano i brani degli affreschi padovani. In uno di essi, è ritratto dal vero un uomo in preghiera. Fiducia, sospensione, accoratezza. Ci si sente capiti. Che cuore doveva avere il Guariento. Vale la pena riscoprirlo.

 

 

Guariento e la Padova carrarese. Padova, Palazzo del Monte di Pietà. Fino al 31/7 (catalogo Marsilio).

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