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Italia > Società

La ricchezza estrema, attacco mortale alla democrazia

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Il puntuale rapporto Oxfam diffuso in contemporanea con il vertice esclusivo di Davos afferma che l’estrema concentrazione di ricchezza si traduce in un potere politico smisurato usato per erodere le istituzioni democratiche. Trump è il frutto maturo di tale anomalia secondo una lettera aperta sottoscritta da oltre 400 milionari e miliardari di 24 Paesi che chiedono una maggiore tassazione dei super ricchi

«Quando anche i milionari, come noi, riconoscono che la ricchezza estrema va a detrimento di tutti gli altri, non c’è dubbio che la società stia pericolosamente vacillando sull’orlo del precipizio. Siamo stanchi di assistere a tutto ciò. Dobbiamo mobilitarci per le nostre democrazie, le nostre comunità, il nostro futuro». Lo hanno scritto assieme alla ong Oxfam gli aderenti alle associazioni (sì, esistono anche queste) Patriotic Millionaires International e Millionaires for Humanity, in occasione dell’incontro annuale che raduna le cosiddette élite mondiali nella località svizzera di Davos.

Le persone che non sono milionarie avvertono una sensazione crescente di disagio. Il mondo è sempre più diviso da regole del gioco truccate che rendono il futuro sempre più incerto.

Il Rapporto annuale sulle diseguaglianze redatto da Oxfam non è un semplice elenco di statistiche, ma fa comprendere il legame tra l’estrema concentrazione di ricchezza con l’erosione delle fondamenta della nostra società.

La concentrazione di ricchezza ha raggiunto livelli inimmaginabili

La scala della disuguaglianza attuale ha superato l’immaginazione comune, raggiungendo proporzioni quasi fantascientifiche. I numeri sono così estremi da sembrare astratti, ma rappresentano una realtà concreta che definisce la vita di miliardi di persone.

Secondo il rapporto, i 12 individui più ricchi del pianeta detengono oggi più ricchezza del 50% più povero dell’umanità, un gruppo che comprende oltre quattro miliardi di persone.

Questa élite globale ha visto il valore dei propri patrimoni crescere dell’81% in soli cinque anni, a partire da marzo 2020.

Soltanto tra novembre 2024 e novembre 2025, la ricchezza netta dei miliardari è aumentata di 2,5 trilioni di dollari in termini reali, una cifra superiore al Prodotto interno lordo annuale di un’intera nazione come l’Italia (2.192 miliardi di euro).

Questa concentrazione estrema non è solo una questione di equità o di morale; rappresenta una centralizzazione del potere economico e, di conseguenza, politico senza precedenti nella storia moderna.

Possiamo avere la democrazia o la ricchezza estrema, ma non entrambe

La conseguenza più corrosiva della disuguaglianza economica non è economica, ma politica. Quando la ricchezza si concentra in modo così sproporzionato nelle mani di pochi, si trasforma inevitabilmente in un’influenza politica smisurata, creando una classe oligarchica che può plasmare le leggi e le politiche a proprio vantaggio, a discapito dell’interesse collettivo.

L’estrema disuguaglianza economica non si limita ad influenzare la politica; la colonizza, trasformando il principio di “un cittadino, un voto” in “un euro, un voto“.

Una ricerca citata nel rapporto ha rilevato come i Paesi con elevati livelli di disuguaglianza siano fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a quelli più egualitari. Il concetto era stato espresso con una chiarezza disarmante quasi un secolo addietro dal giurista Louis Brandeis, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1916 al 1939: «Dobbiamo scegliere. Possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani. Ma non possiamo avere queste due cose assieme».

Questo avvertimento non descrive un rischio futuro, ma un processo già in atto in molti Paesi, dove la voce dei cittadini viene soffocata dal peso del denaro.

La geografia del malcontento

Questa erosione della democrazia non è un processo astratto; assume forme concrete e localizzate, come dimostra in modo emblematico il caso italiano, dove il malcontento non è distribuito uniformemente, ma si concentra in specifiche geografie. Qui la protesta e il voto anti-sistema non nascono esclusivamente dalla povertà individuale. Spesso sono il sintomo del declino persistente di interi territori, luoghi che si sentono abbandonati e privati di un futuro.

Il sociologo Filippo Barbera, intervistato nel rapporto, parla della “vendetta dei luoghi che non contano”: territori che hanno subito stagnazione, deindustrializzazione e una progressiva perdita di servizi e opportunità. L’epicentro di questo malcontento in Italia è identificato nella cosiddetta “Italia di Mezzo”. Non si tratta delle aree più povere in assoluto, ma di quelle che soffrono un “impoverimento relativo”. Sono luoghi che in passato stavano meglio e ora percepiscono un declino inarrestabile, alimentando un sentimento collettivo di rabbia e rivalsa.

I super-ricchi non si limitano a influenzare la politica: sono la politica

L’influenza dell’élite economica è passata da un’attività di lobbying e finanziamento a una presa di potere diretta. I super-ricchi non si accontentano più di “comprare” i politici; sempre più spesso, diventano essi stessi la classe dirigente.

Le statistiche del rapporto sono sbalorditive. I miliardari hanno una probabilità superiore di oltre 4.000 volte rispetto a una persona comune di ricoprire cariche politiche. Questa tendenza è amplificata dal loro controllo sui mezzi di informazione: 7 delle 10 più grandi corporation nel settore dei media e della stampa hanno proprietari miliardari, conferendo loro un’influenza enorme sul dibattito pubblico e sull’opinione dei cittadini.

L’esempio di Donald Trump, sostenuto attivamente da altri miliardari, rende questo concetto molto chiaro. «Gli americani affrontano oggi la sfida di un presidente fuori controllo che asserisce che l’unico limite al suo potere è rappresentato dalla sua moralità» ha dichiarato l’attore statunitense Mark Ruffalo, portavoce della lettera dei miliardari a Davos.

Quando chi possiede i media e chi detiene il potere politico sono le stesse persone, la libertà di informazione è minacciata e il principio democratico di “una testa, un voto” viene sovvertito alla radice.

Ma la disuguaglianza non è un destino: è una scelta politica (e può essere cambiata)

La disuguaglianza, tuttavia, non è una forza della natura, come un terremoto o un’inondazione. Non è un destino ineluttabile. È il risultato di decisioni precise.

Così come specifiche scelte politiche (deregolamentazione, regimi fiscali favorevoli ai più ricchi, indebolimento dei diritti dei lavoratori) hanno creato la situazione attuale, nuove e diverse scelte politiche possono invertirla. La consapevolezza di questa necessità sta crescendo, e non solo tra le fasce più svantaggiate della popolazione.

Un sondaggio citato nel rapporto rivela che persino tre quarti dei milionari intervistati nei Paesi del G20 sono favorevoli a un aumento delle tasse per i miliardari, e oltre la metà di loro riconosce che la ricchezza estrema è una “minaccia per la democrazia”. Questo dimostra che il cambiamento non solo è possibile, ma è percepito come necessario anche da una parte di coloro che hanno beneficiato del sistema attuale.

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