La regola d’oro al Caux-palace

Montreux non è solo festival jazz. Non solo anziani deambulanti sui bordi del lago. Non solo architetture fin de siècle. È anche la crescita esponenziale della presenza musulmana, piuttosto ricca a dire il vero: le donne velate non sono più un’eccezione. Ma i musulmani sono di casa anche in una frazione di Montreux, già da decenni. Basta levare lo sguardo alla montagna per notare un edificio imponente e nel contempo slanciato, dalle torri aguzze e dai colori caldi. È il Caux-Palace. Un breve tragitto sul trenino a cremagliera – poche volte un edificio mi è parso così integrato nell’ambiente – ed eccoci quattrocento metri più in alto. Che hanno a che fare i musulmani con questo esempio di architettura belle-époque, inaugurato nel 1902 come il più esclusivo degli alberghi svizzeri? Questo luogo è il centro di attività, sin dal 1946, del cosiddetto “Riarmo morale”, ora “Initiatives et changement”, un informale gruppo di discussione e di azione sociale che ha tra i suoi scopi anche quello del dialogo interreligioso, del confronto e della solidarietà tra persone di fedi diverse. Le sale del castello, finemente decorate, hanno visto passeggiare Scott Fitzgerald e Arthur Rubinstein, Sacha Guitry e John D. Rockfeller, e poi Adenauer e Schuman, deputati di tutta Europa, Hailé Salassié, imam, rabbini e cardinali, allo scopo di impegnarsi per un cambiamento etico, personale e comunitario. La riconciliazione è la grandezza di Caux. Me lo dico osservando i giovani e i meno giovani provenienti da tutto il mondo che sorbiscono un tè sulla stupenda terrazza a picco sul lago, conversando dei massimi sistemi e delle minime esperienze, dalla guerra in Iraq all’azione per salvare la casa a un gruppo di immigrati slavi in Germania. Questo pomeriggio l’invitata è un personaggio conosciuto per la sua azione di riconciliazione e di unità. Chiara Lubich porta la sua testimonianza sulla possibilità che le religioni siano partner nella costruzione della pace. L’invito, rivoltole dall’attuale leader del movimento, Cornelio Sommaruga, già presidente del Comitato internazionale della Croce rossa, voleva essere “uno stimolo alla ricerca delle vere radici del dialogo”. Ed è quello che avviene in questo 29 luglio, dinanzi ai 700 presenti nella sala grande del palazzo di Caux e in un locale adiacente. Commenterà il chairman, Andrew Stallybrass al termine della seduta: “In questa vecchia casa, Chiara Lubich ha aggiunto un capitolo fondamentale alla storia di Caux, aprendo un ponte tra teoria e prassi, un challange, una sfida per fedeli di qualsiasi fede”. Cosa dice la Lubich? Che nel dilagare del terrorismo e nelle guerre condotte in varie parte del mondo per rispondervi, molti vedono i sintomi di un possibile “scontro tra civiltà”, che sarebbe segnato e persino acuito dalle diverse appartenenze religiose. “Questo modo di vedere – dice – provocato da estremismi e fanatismi di vario genere che distorcono le religioni, risulta, a una lettura più attenta dei fatti, molto parziale”. Fra le cause della violenza, ha fatto notare “la lacerazione insopportabile” di un mondo diviso fra poveri e ricchi. Bisogna “diffondere lo stile di vita e l’idea della fraternità universale “. E da dove cominciare, se non dalle tradizioni religiose con una strategia di fraternità che possa dare una svolta alle relazioni internazionali? Ed ecco il punto: Dio desidera che ci amiamo, come lui, senza alcuna discriminazione. “Non si tratta di scegliere fra il simpatico e l’antipatico – dice -, il bello e il brutto, il bianco, il nero o il giallo, l’europeo o l’americano, il cristiano o l’ebreo, il musulmano o l’indù”. Secondo la Lubich, il compito che i credenti si trovano dinanzi è immenso: “Spostare le montagne dell’odio e della violenza”. Ma l’impossibile diviene possibile, spiega, “per coloro che hanno fatto dell’amore vicendevole, della comprensione reciproca e dell’unità, la dinamica essenziale della loro vita”. L’applauso che sottolinea questo passaggio è forse dovuto alla sensibilità degli aderenti a “Initiatives et changement” per un cambiamento che diventa sociale perché è già avvenuto a livello personale. Ed è a questo punto che la Lubich confida una semplicissima regola di dialogo, una formula riportata in tutti i libri sacri “che da sola basterebbe, se vissuta, a fare di tutto il mondo una grande famiglia: amare come si ama sé, fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. È la cosiddetta “regola d’oro”, della quale si faceva menzione anche nella presentazione del seminario di Caux. La conclusione della Lubich – “il pluralismo religioso dell’umanità può perdere la sua connotazione di divisione e di conflitto, e rappresentare, nella coscienza di milioni di uomini e di donne, una sfida: quella di ricomporre l’unità della famiglia umana perché lo Spirito Santo è presente e attivo in un modo o in un altro in tutte le religioni” – accende un lungo applauso. Commenta Sommaruga: “Abbiamo avuto una lezione sull’arte di amare, che non possiamo non condividere. Ma abbiamo anche assistito a una lezione sull’arte di saper comunicare cose grandi con grande semplicità “. La convivialità, di cui i seminari di Caux sono una chiara esemplificazione, può esprimersi appieno al termine dell’appuntamento. Dice una giovane indiana: “L’amore è come una moltiplica delle buone intenzioni dell’essere umano. Serve tutta l’arte di cui siamo capaci per metterlo in moto. Oggi l’abbiamo sperimentato”. Caux initiatives et changement “Il centro – precisa l’attuale presidente, Cornelio Sommaruga – (nella foto) riprende la filosofia del Riarmo morale e della trasmissione di valori etici, cambiando sé stessi innanzitutto, e poi avendo sempre come preoccupazione la riconciliazione personale. Ed è così che è nato nel 1946, lavorando per la riconciliazione tra tedeschi e francesi, che sono convenuti qui per rimettere in piedi il Caux-Palace, il grande albergo fallito. Da allora, ogni anno qui si svolgono incontri e conferenze”. HANNO DICHIARATO GRAND RABBIN GUEDJ,presidente della “Fondation racines et sources”: “Chiara Lubich parla di un amore che è sapienza della vita quotidiana, della relazione, un amore che sposta le montagne e che trasforma il mondo. Il suo approccio interreligioso non è in primo luogo intellettuale – è la tentazione attuale di tale dialogo -; propone infatti un’esperienza umana e spirituale che presiede allo slancio verso il dialogo: farsi uno, farsi nulla, farsi vuoto. Paradossalmente ciò vuol dire poi riscoprirsi, ricevere il dono di sé stesso”. RAJMOHAN GANDHI, nipote del Mahatma Gandhi: “L’invitata oggi ci ha parlato al cuore e all’anima. Chi parla al cuore ha una grande potenza di convincimento, e ancor più quando il discorso viene avvolto in una grande gentilezza”. Imam ABDULJALIL SAJID: “Chiara Lubich ci ha ricordato che Dio è uno e che l’umanità è una. Dobbiamo vivere l’amore che lei ha spiegato, affinché possa trionfare”. Mons. PIERRE FARINE, vescovo ausiliare di Friburgo- Losanna-Ginevra: “Chiara parla dell’amore che è radicato in Dio. È perciò un amore di luce, attivo: non resta sospeso nell’aria, ma va fino a delle realizzazioni concrete, anche economiche. Un amore che incide sulle relazioni interpersonali “. ANDREI STALLYBRASS, moderatore di “Initiatives et changement”: “La cultura occidentale ha un grave difetto: crede di saper sempre qualcosa più dell’altro, di sapere quello che l’altro deve essere. Chiara ci ha ricordato che l’essenziale del messaggio evangelico è invece di amare l’altro. È Dio che eventualmente converte, è Dio che sa quello che l’altro deve essere”.

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