La regina dei poveri

Una santa venuta da lontano e il linguaggio del sangue. Nella Napoli dell’arte e della fede.
Il chiostro di san Gregorio Armeno

Con l’amico Tore, a Napoli solo da qualche mese, si va a fare un’immersione nei meandri del centro storico per scoprirne le caratteristiche umane e i tesori artistici. Giunti nella famosa via dei presepi e delle botteghe artigiane – pittoresco budello che ricorda i suk orientali – siamo sovrastati da un edificio simile a una fortezza: è il monastero di San Gregorio Armeno, fondato nell’VIII secolo da un gruppo di monache basiliane fuggite da Costantinopoli con le reliquie del vescovo Gregorio l’Illuminatore, monastero abitato ora dalle Suore Crocifisse Adoratrici dell’Eucarestia.

 

L’annessa chiesa coi suoi marmi, stucchi e dipinti, tra cui eccellono quelli di Luca Giordano, ci appare un vero compendio di arte barocca del Seicento e Settecento napoletani. Nella penombra del fastosissimo interno, che il Celano definì «stanza di paradiso in terra», brilla l’oro profuso nel soffitto, nelle grate, nelle cantorie simili a colate rapprese in mille ghirigori. La quinta cappella a destra custodisce le spoglie di santa Patrizia, popolarmente veneratissima e uno dei 52 santi patroni di Napoli.

C’è tempo per una visita anche al monumentale chiostro interno: insospettata oasi di bellezza, di verde e di pace, come non è raro trovarne nell’intricato e animatissimo cuore antico della città.

 

Alla portineria ci accoglie suor Etilia, che ha passato più di trent’anni a insegnare ai ragazzi, motivo per cui è quasi afona. Da lei veniamo a sapere il numero delle religiose («una trentina, molte filippine e indonesiane»), la loro giornata («non siamo di clausura, ma abbiamo una vita d’intensa preghiera»), le loro attività («curiamo la distribuzione delle ostie e del vino per la messa, le celebrazioni liturgiche, l’insegnamento dalla scuola materna alle elementari»). Ci addentriamo ora nel cinquecentesco chiostro ricco di alberi d’arancio, dove una fontana marmorea è affiancata dalle statue a grandezza naturale di Cristo e della Samaritana al pozzo. Stupiscono la vastità del luogo, gli ariosi porticati sui quali si aprivano gli alloggi terrazzati delle monache benedettine succedute alle basiliane: vi spira una piacevolezza laica, che contrasta con la severità dell’esterno.

 

Da una porticina s’affaccia suor Maria Umiliana, che con tratto gentile aggiunge altri particolari alle precedenti informazioni: «I nostri bambini e scolari provengono talvolta da situazioni familiari e sociali a rischio: orfani o figli di reclusi». Nel refettorio ci mostra, apparecchiati con cura, i tavolini per il pranzo di questi piccoli. «D’estate li mandiamo per un mese in colonia sul litorale flegreo, per sottrarli alla strada», aggiunge. Accenna poi ai «poveri vergognosi», come li chiama, che bussano alla porta del monastero per qualche aiuto, e alla fondatrice Maria Pia della Croce, che verrà beatificata a dicembre.

Dal nostro ascolto interessato, suor Maria Umiliana è invogliata a mostrarci le ampolle col sangue di santa Patrizia, il vero tesoro di San Gregorio Armeno. Brevemente ci ragguaglia su questa santa discendente, pare, dell’imperatore Costantino, morta a Napoli dove, mentr’era diretta in Terra Santa, aveva fatto naufragio.

 

Oggetto d’intensa devozione, sia pure in tono minore rispetto a quello più famoso di san Gennaro, il cui scioglimento avviene due volte l’anno, il sangue di santa Patrizia si liquefa puntualmente ogni martedì e il giorno della sua festa, il 25 agosto. Può sconcertare, lasciare scettici il concentrarsi, a Napoli, di questo genere particolare di “segni”. Certo che il linguaggio del sangue spiega, come forse nessun altro, l’amore che si dona fino alla fine, sull’esempio e alla sequela di Cristo.

Dal bellissimo coro con stalli del secondo Cinquecento passiamo nel cosiddetto “corridoio delle monache”, suggestivo ambiente riservato alle devozioni personali delle religiose di un tempo, che comunque andavano famose anche per i dolci, tra cui le famose “sfogliatelle”, preparati con rara maestria.

 

Qui è custodito il reliquiario di santa Patrizia e, nel mostrarcelo da vicino, suor Maria Umiliana esclama: «Oh, santa Patrì, che fai? Ti sciogli oggi che è lunedì?». Infatti, capovolgendo le ampolle, si vede la massa scura del sangue rosseggiare e scorrere lungo le pareti. «Questo è un segno di favore per voi», aggiunge la suora, che c’invita a recitare una breve preghiera. «Sapete – continua –, è una santa davvero miracolosa, non si contano le grazie e le guarigioni che le vengono attribuite». Come quelle recenti di due mamme, una affetta da cancro alle ossa, l’altra da cecità, guarite (con tanto di attestati medici) dopo essersi raccomandate alla santa venuta da lontano.

All’uscita suor Etilia aggiunge il racconto di un altro caso, di cui lei stessa è stata testimone: negli Usa un bambino dato per spacciato e guarito dopo aver invocato santa Patrizia; condotto per riconoscenza a venerarne il corpo a Napoli, ha subito riconosciuto la santa perché, ancora in pericolo di vita, gli era apparsa qual è rappresentata, adorna di corona, presentandosi come la «regina dei poveri di Napoli».

 

Stringe il cuore, una volta usciti dal “paradiso” di San Gregorio Armeno, costatare come anche la famosa via Toledo sia deturpata da cumuli d’immondizia, e ancor più osservare qualche turista fotografare questi nuovi monumenti all’incuria umana.

«Santa Patrì – mi viene da dirle –, non potresti coalizzarti con gli altri patroni che nei secoli hanno salvato questa città da epidemie, terremoti ed altri mali per mettere fine a questo scempio, tu che ti sei detta “regina dei poveri di Napoli”?». «Che t’aggia dì? – mi sono immaginato la risposta –. A noi sta occuparci solo di quei casi che sono impossibili agli uomini».

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