La realtà più vera in mezzo alle distruzioni

Viaggio in un Paese martoriato dalla guerra civile, dove «ho incontrato persone meravigliose». Da un diario del maggio 1984.
Uno scorcio di Beirut

In Libano ci sono azioni e rappresaglie da una parte e dall'altra, i ragazzi da mesi non possono frequentare le scuole, i genitori vivono nell'incubo dei bombardamenti, dei rapimenti. Un nome cristiano o mussulmano sulla carta d'identità può significare violenza e morte. Il ruolo storico del cristianesimo in quella terra araba sembra un fallimento a livello sociale e politico. E in questa situazione molti cristiani lasciano il Paese.

Io mi domandavo, mentre percorrevo una deviazione fra Damasco e Beirut, come avrei trovato i miei amici del Movimento dei focolari. Ed è stata una sorpresa quando ho visto alcuni di loro, giovani, con la stessa gioia, freschezza e slancio di quelli di altre parti del mondo. Sfidando le bombe, erano venuti in dodici da Beirut in quel posto riparato in montagna.
Non c'era elettricità, per cui si parlava al lume di una lampada a gas. Credo di non aver mai trovato un'eco così profonda. Non cercavano una risposta umana ai loro problemi, interessava loro molto di più come vivere l’ideale cristiano nella presente situazione. Mi ricordo di aver fatto loro l’esempio di quando un pallone, schiacciato con forza a terra, rimbalza con altrettanto slancio verso l'alto. Così quanto più le circostanze ci abbattono, tanto più, per l'amore a Gesù crocifisso, ci spingono con forza a tramutare il dolore in amore verso gli altri e verso Dio.
Posso dire che c'era lui fra noi, il Risorto, come frutto di tutto il dolore e di tutte le difficoltà e i timori che quei giovani sapevano trasformare in amore. E dove c'è lui c'è la pace; la guerra, il buio e la disperazione scompaiono come scompare la notte all'apparire del sole.

Quando sono cominciate ad arrivare delle telefonate per avvisarli di non scendere in città perché stavano bombardando, la notizia sembrava non fare nessun effetto. Come se invece di bombe si trattasse dell’annuncio di un temporale.
Durante quel pomeriggio passato assieme, un giovane che aveva già pensato di lasciare il Paese ha deciso invece di rimanere, perché sentiva che aveva una missione da compiere: testimoniare cioè la possibilità di mettere amore lì dove c'è solo odio, e di portare speranza dove c'è disperazione.
 
Erano un centinaio i membri del movimento riuniti in quella stessa località di montagna. Da alcuni di loro ho ascoltato esperienze molto vive e profonde di come l'amore alla croce sosteneva la comunità.
Per esempio, Hayat, una giovane madre di famiglia, si era messa d'accordo col marito e i due figlioli che, se uno di loro fosse morto all'improvviso, senza avere il tempo di offrire a Dio la propria vita, gli altri si sarebbero impegnati a farlo subito al suo posto. Lui le dava così tanta pace, addirittura gioia, da doverla nascondere ai suoi vicini e parenti, altrimenti avrebbero pensato che era fuori di testa. Del resto anche Chiara Lubich e le prime focolarine, nei rifugi antiaerei a Trento, avendo fatto la scoperta dell'amore di Dio, erano così serene da sembrare un po’ matte.
E poi Guy, che dirige 700 volontari della Croce Rossa nell’assistere indistintamente i feriti di tutte le parti. Nel novembre scorso ha scoperto di avere un tumore, mentre sua moglie attendeva un bambino. Ambedue hanno subito accettato dalla mano di Dio questo nuovo fatto e sono rimasti nella pace, anzi hanno trovato una maggior unione con lui e fra loro. In seguito all'operazione, fatta in un ospedale in zona di guerra, si è scoperto che il tumore, pur essendo maligno, poteva essere estirpato completamente. Da tutta questa vicenda è rimasto solo un grande amore a Gesù crocifisso e abbandonato.

Ce ne sarebbero molti altri di questi episodi, ma vorrei finire con le parole stesse usate da Jeanine, direttrice di un istituto per la rieducazione fonetica dei sordomuti, in  una sua lettera a Chiara: «Spesso abbiamo paura. Ci sentiamo scosse dalla prospettiva del futuro del nostro Paese. Siamo angosciate per l'odio e la violenza, bloccate per il pericolo, assalite da idee di scoraggiamento e disperazione, prese di mira da tentazioni di rivolta. Ma tu ci insegni senza posa a dare a tutto questo il volto di Gesù abbandonato e, con lui, abbiamo tutto… Privilegiate certamente per essere state scelte da Gesù per una vita di intimità con lui, sentiamo molto forte di dover assumere tutto il dolore e tutte le conseguenze della violenza e dell'odio qui. Senza comprendere niente di tutto ciò che accade, siamo sicure di dover amare ancor di più e pregare molto per tutti».
Questa lettera m’ha fatto pensare a san Paolo quando scrive ai Corinti: «Siamo moribondi ed ecco viviamo, afflitti ma sempre lieti, poveri ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto».
E questa è proprio la verità che ho potuto vedere con i miei occhi: la ricchezza, l'abbondanza di consolazione e di beni pur in mezzo alle tribolazioni.

Avevo con me una macchina fotografica ma non mi sentivo di riprendere distruzioni, perché non era quella la realtà. Ho fotografato invece case in costruzione, come quella di una cooperativa fatta da famiglie del movimento. La realtà più vera è la vita che nasce in mezzo alle distruzioni perché è il segno della fede nell'amore di Dio.

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