La questione cittadinanza

Alla Camera inizierà tra poco il dibattito sugli immigrati residenti in Italia. Tensioni, irrigidimenti, ma anche una proposta spiazzante.
Gente

Continua a brillare con riflessi speciali, nella sede della federazione di cricket, il trofeo vinto a fine agosto dalla nazionale italiana di ragazzini sotto i 15 anni. È il primo titolo europeo nella storia italiana di questa disciplina. Ma se si dà un’occhiata alla foto degli azzurri festanti per la vittoria continentale, sorge qualche legittimo dubbio. Di “italiani” se ne vede uno solo, un sardo. Gli altri sono tutti figli di immigrati provenienti da Bangladesh, India, Pakistan e Sri Lanka. Il futuro del nostro Paese è già presente, si potrebbe pensare o temere, a seconda dei punti di vista. Ma nemmeno per questi giovanissimi atleti ci sono prospettive certe.

Diventare italiani a tutti gli effetti resta un lungo percorso ad ostacoli. E ciò vale anche per gli 862 mila minorenni con cittadinanza straniera presenti in Italia.

 

Per gli immigrati adulti la legge in vigore prevede dieci anni di permanenza regolare nel nostro Paese prima di procedere con la richiesta. Servono in tutto 13-15 anni. Di conseguenza il numero di cittadinanze riconosciute in Italia è assai contenuto, soprattutto se paragonato ad altri Paesi. Nel 2005 sono state 19 mila su oltre 4 milioni di residenti stranieri, mentre la Francia ha dato la cittadinanza a 154 mila (su 4,9 milioni), la Germania 117 mila (su 7,2 milioni), la Spagna 49 mila (su 5,2 milioni).

La distanza è notevole, ma non è questo il problema. La legge che regola le norme sulla cittadinanza risale al 1992, un lasso di tempo enorme per la mutata situazione dell’Italia in relazione ai flussi migratori, passando da meta transitoria verso l’Europa centrale a destinazione definitiva e stabile. Una trasformazione comprovata dagli immigrati che lavorano, mettono su un’azienda, acquistano un’abitazione (120 mila i mutui accesi dagli stranieri). Dati che indicano una tendenza: la scelta dell’Italia come Paese di adozione.

In questo contesto, la soluzione più facile è… sposare un italiano. Non è una battuta, ma la realtà. L’80 per cento delle cittadinanze concesse deriva da un matrimonio (in gran parte donne immigrate) rispetto a quelle per residenza.

 

Sarubbi – Granata

 

La cittadinanza agli immigrati è diventata perciò un tema politico di primo piano, con la consueta radicalizzazione delle posizioni sia nel dibattito, che nelle proposte di legge, presentate da tutti i partiti. Alcune fanno perno sulle esigenze di sicurezza e di difesa dell’italianità della nazione e dell’identità – «La legge attuale va semmai inasprita», precisa la Lega –, mentre altre vorrebbero favorire il processo d’integrazione.

Niente di nuovo, insomma. E invece c’è un segnale innovativo nel congestionato quadro politico. Un parlamentare del Pd (Andrea Sarubbi) e uno del Pdl (Fabio Granata) hanno presentato una proposta di legge che cerca di contemperare le attese dei due schieramenti, tanto che è stata firmata da cinquanta parlamentari del Pdl, del Pd, dell’Udc e dell’Italia dei valori.

L’iniziativa è stata salutata con attenzione da vari mezzi d’informazione – dal Corriere della Sera al Sole 24 ore – ma ha trovato molto freddi i vertici dei partiti, perché confligge con le proposte ufficiali.

La filosofia della proposta Sarubbi-Granata poggia sul prendere atto che il principio dello «jus sanguinis» – diritto del sangue, ovvero la cittadinanza si eredita per legami famigliari – va sostituito da quello dello «jus soli» (diritto del suolo), mitigato però dalla permanenza del nucleo familiare nel nostro Paese.

Ecco perciò l’intento di permettere al minore nato in Italia da un nucleo familiare di acquisire gli stessi diritti dei coetanei. Le condizioni previste: il nucleo familiare, o uno dei genitori, soggiorni legalmente da almeno cinque anni; il minore completi un ciclo scolastico o professionale.

L’altro caposaldo della proposta riguarda gli adulti residenti in Italia da cinque anni, per i quali l’acquisizione della cittadinanza non è automatica come adesso (basta aspettare il tempo previsto), ma implica una volontà espressa esplicitamente e obbliga ad un percorso formativo che verifichi lo volontà di integrarsi nel tessuto sociale italiano. Previsti perciò esami che saggino un grado sufficiente di conoscenza della lingua italiana, della cultura del nostro Paese e della Costituzione, il giuramento sulla Carta costituzione e il rispetto dei suoi valori fondamentali.

Secondo queste norme, si stima che potrebbero acquisire la cittadinanza italiana 480 mila adulti e 440 mila minori.

 

Incentivo psicologico

 

Le obiezioni riguardano soprattutto la riduzione del periodo di permanenza da dieci a cinque anni. Ma la questione di fondo è legata al rapporto tra cittadinanza e integrazione.

Sul Corriere, il politologo Ernesto Galli della Loggia, che pure si professa favorevole alla pratica dei respingimenti in mare, afferma sicuro che «la prospettiva di diventare cittadini a pieno titolo del nuovo Paese costituisce un potente incentivo psicologico a osservarne le leggi, impararne la lingua, guardarne con simpatia i costumi e la storia».

Di diverso avviso Gaetano Quagliariello, vicepresidente del Pdl al Senato: «Fin qui s’è ritenuto che la cittadinanza debba essere considerata uno strumento attraverso il quale agevolare l’integrazione, evitando la ghettizzazione dell’immigrato. Ma oggi non è più vero che quanti approdano nel nostro Paese abbiano intenzione di rimanere a lungo. E tanto meno che intendano condividere gli oneri e gli onori dell’essere cittadini italiani».

Come si vede, due impostazioni culturali decisamente diverse. Ma è doveroso riconoscere che ci sono immigrati e immigrati, e che la stragrande maggioranza dei quattro milioni presenti nel nostro Paese è gente che lavora, paga le tasse, vive onestamente, costruisce buone relazioni sociali. Perché non devono avere la cittadinanza italiana, dopo un opportuno percorso di verifica della lingua e della nostra cultura? E i bambini che crescono e studiano nelle nostre città, perché farli sentire in terra altrui?

Forse tenendo conto di analoghe osservazioni, il ministro Sacconi ha lanciato la proposta di acquisire la cittadinanza con una sorta di meccanismo a punti, attraverso riconoscimenti graduali legati al livello di inserimento e di integrazione dell’immigrato nella realtà italiana, oltre a tenere conto della residenza stabile, osservanza delle regole, rispetto dell’identità nazionale e conoscenza della lingua.

Il dibattito sulla cittadinanza s’è inoltre recentemente infuocato per le proposte di riconoscere agli immigrati il diritto di voto nelle consultazioni locali.

Quali sviluppi? Certamente immediati, perché proprio a fine novembre è stato stabilito alla Camera che, concluso il voto alla Finanziaria, si affronterà direttamente in aula il tema della cittadinanza agli immigrati. «Entro Natale», è stato comunicato. Un tempo che invita all’accoglienza, ma che deve fare i conti con le richieste di sicurezza. È una grande opportunità per la politica, perché la questione riguarda il presente del Paese.

 

 

Né di destra, né di sinistra

 

«La nostra proposta di legge ha il grande difetto di non essere un testo ufficiale né del Pd, né del Pdl, per cui in tempi di bella politica sarebbe un pregio, mentre ora risulta un difetto». Ci scherza su, ma non troppo, l’on. Andrea Sarubbi (Pd) artefice del testo assieme al collega Fabio Granata (Pdl).

 

Conseguenze personali?

«Un po’ di mazzate dal mio partito e anche Fabio sta pagando in termini politici. Se avessimo però aspettato le proposte ufficiali dei partiti, il dibattito non sarebbe mai uscito fuori. La nostra non è l’unica proposta sulla cittadinanza: ce ne sono altre dodici, ma ogni partito l’ha presentata per proprio interesse».

 

On. Granata, come la mettiamo in termini di sicurezza?

«La nostra proposta è un potente contributo politico anche alla sicurezza, nel senso che i minori, se non hanno la percezione di essere accettati a pieno titolo nelle comunità, si richiudono nella loro identità precedente. Allo stesso tempo siamo in linea con la tradizione italiana, ad incominciare da quella classica, dal “civis romanus sum”, dove la cittadinanza era un fatto politico, non un contratto sociale, né un fatto etnico».

 

Ma tenete conto dei timori verso l’Islam?

«Attenzione! Il dato islamico è minoritario rispetto alla gran parte della migrazione, anche quella regolare, che è di ceppo romeno o albanese e ha perciò credenze religiose cristiano-ortodosse, molto più vicine alla tradizione cattolica».

 

Ostacoli?

«Il veto della Lega – concordano Sarubbi e Granata – e l’eventuale regolamento di conti tra Berlusconi e Fini».

 Paolo Lòriga

 

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Italiani di origine controllata?

 

Quattro milioni i cittadini stranieri presenti nel nostro Paese tra nati e arrivati. Dietro ogni volto, una storia.

 

«Mi chiamo Marikim Umer, ho 16 anni e sono nata a Roma, mia madre ha origini coreane e mio padre pakistane. Fin dalle elementari non ho avuto problemi ad ambientarmi; alle volte dei bambini facevano delle battute fuori luogo riguardo il colore della mia pelle, ma era come se non si riferissero a me. Mi sentivo e mi sento italiana, precisamente romana».

Si presenta da sé Marikim, terzo anno di liceo, appassionata di danza moderna e piena di amici. «Cambiando scuola e comitive – continua – mi sento ripetere sempre la stessa frase: “Quando ti ho visto per la prima volta ho pensato che eri straniera, poi ho sentito che parlavi romanaccio stretto e mi sono messo a ridere!”. Non mi sento diversa anzi penso di possedere una ricchezza in più». Quella di muoversi fra tre culture diversissime sotto lo stesso tetto, complementari e aperte al mondo del quale sentirsi cittadini a pieno titolo.

Ad un particolare Marikim non fa riferimento, forse perché per lei è normale: da qualche tempo gode della cittadinanza italiana riconosciuta ai genitori dopo diversi anni di permanenza nel nostro Paese dove erano arrivati, in maniera indipendente e temporaneamente, per studiare. Solo l’essersi conosciuti, innamorati e sposati ha fatto cambiare il loro progetto iniziale con la scelta di una terza “patria” dove vivere. Ed è qui che sono nate Marikim ed Elikim che in Corea sono andate qualche volta, ma non ancora nella terra del papà, per cui è chiaro che si sentano, perché lo sono, italiane.

«L’integralismo pesca sulle identità negate». Per un’associazione di idee, ascoltando il racconto di Marikim, mi torna in mente quanto ha affermato il presidente della Camera Gianfranco Fini. Quanto questo sia vero lo abbiamo visto ad esempio nella rivolta delle periferie francesi di qualche anno fa, ad opera di immigrati soprattutto africani che, seppure arrivati alla seconda o terza generazione, patiscono ancora forti differenze sociali ed economiche; né è andata meglio in Inghilterra dove fra i protagonisti degli attentati di Londra nel luglio 2005 vi erano immigrati di seconda e terza generazione apparentemente integrati, ma profondamente insoddisfatti. Il problema è non sentirsi riconosciuti per quel che si è, per i valori che si portano, per il contributo che si dà al Paese in cui si vive.

 

Quanto faccia la differenza essere riconosciuti cittadini italiani, lo dice il racconto di Geneviève Makaping, una donna nata nel Camerun 51 anni fa e che vive in Italia da oltre 25 anni. «Sono diventata cittadina italiana dopo 18 anni di soggiorno – racconta – e l’iter per l’acquisizione di questo bramato riconoscimento non è stato facile. Non ero sposata e non ero disposta ad aggirare l’ostacolo facendo un matrimonio bianco, cioè dichiarare il falso, pur di raggiungere il mio desiderio. Diventare cittadina italiana mi avrebbe in qualche modo facilitato il lavoro per la realizzazione delle mie ambizioni». Non poche, a dire il vero, e comunque concretizzate: diventare giornalista, arrivando tra l’altro alla direzione del giornale La provincia cosentina, e poi docente di Antropologia culturale presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università della Calabria, nonché scrittrice di racconti e saggi pubblicati in Italia e all’estero.

 

 

Da lavoratori a cittadini

 

Dati numerici che aiutano un cambio di prospettiva nei confronti degli immigrati: da irregolari a regolari, da delinquenti a lavoratori, da lavoratori a cittadini, appunto. Così il Dossier sull’immigrazione di Caritas/Migrantes (www.caritasitaliana.it) di cui riportiamo qualche dato. 

Sono 4 milioni i cittadini stranieri in Italia. Si tratta di un’immigrazione che presenta un carattere di stabilità, con ricongiungimenti familiari, nascita di figli, avvio di imprese.

I titolari d’impresa con cittadinanza straniera, aumentati del 10 per cento, sono 187 mila. Gli immigrati danno il doppio di quello che chiedono, si potrebbe dire: incidono infatti per il 2,5 per cento sulle spese per istruzione, pensione, sanità e sostegno al reddito mentre assicurano il 5 per cento delle entrate fiscali.

«La vera emergenza – sostiene Franco Pittau coordinatore del Dossier – è la mancanza di un consistente “pacchetto integrazione” che prepari allo scenario di metà secolo, quando saremo chiamati a convivere con 12 milioni di immigrati, la cui presenza sarà necessaria per il funzionamento del Paese».

Possiamo ancora pensare a tutte queste persone solo come forza lavoro?

 Aurora Nicosia

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