La protezione civile diventa europea

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A quanti e quali livelli si costruisce l’Europa? Le risposte potrebbero essere tante. A livello politico sicuramente, economico anche, culturale pure. Ma nell’ottica di una cittadinanza che travalica i propri confini nazionali, più si va avanti nel processo di integrazione, più si scoprono possibilità e capacità di collaborazione concreta. Spesso anche al di là di progetti fatti a tavolino. O di situazioni che favorevoli non lo sarebbero proprio per niente. Così è successo quando si sono verificate alcune cosiddette calamità naturali: incendi, alluvioni, disastri ambientali, terremoti… Emergenze che proprio perché tali esigono risposte adeguate e immediate. È stato in questo modo ad esempio che fra le macerie di Bam, in Iran, rasa al suolo dal terribile terremoto dello scorso dicembre che ha mietuto oltre 50 mila vittime, è nato qualcosa di nuovo: il primo tentativo di una task force europea delle emergenze. Per la prima volta infatti gli interventi di soccorso sono stati gestiti da un vero e proprio Coordinamento fra le forze dei 12 paesi intervenuti sul luogo del disastro. In effetti, quando ci si imbatte in una catastrofe di simili proporzioni, le necessità sono tante: dal cercare i sopravvissuti, all’estrarre i morti, all’allestimento delle tendopoli… e potrebbe succedere che anziché di aiuto i vari interventi siano, senza volerlo, l’uno di ostacolo all’altro. Invece a Bam è andata diversamente. Ne parliamo col dott. Agostino Miozzo, direttore generale dell’ufficio volontariato e relazioni istituzionali della Protezione civile italiana, nonché capo di questo primo tentativo di coordinamento. Dott. Miozzo la sappiamo reduce da un’azione di coordinamento europeo di protezione civile in occasione del terremoto in Iran. Può dirci com’è andata? È stata un’operazione importante sia per l’Italia che per l’Unione europea. Per noi è stata l’occasione di realizzare un nuovo intervento internazionale con gli strumenti, gli uomini, le risorse della protezione civile. Abbiamo cercato di fare un intervento coerente innanzitutto con le esigenze della popolazione di Bam e con le richieste del governo iraniano, realizzando una tendopoli, un piccolo ospedale da campo che funziona tuttora. In parallelo, Bam ci ha offerto la prima occasione di mettere in pratica questo coordinamento europeo di protezione civile. Poiché il terremoto è successo durante la presidenza di turno italiana è stato affidato all’Italia il ruolo di coordinatore europeo delle protezioni civili, compito che ho svolto io stesso in quanto coordinatore del contingente italiano, affiancato da un collega belga come vice. Quello di Bam è stato importante perché ha rappresentato il primo esperimento pratico nel corso di un’emergenza significativa e catastrofica come quella iraniana di gestione di questo meccanismo comunitario di protezione civile. Dunque un compito che verrà svolto a turno. Se succedesse qualcosa adesso toccherebbe all’Irlanda ad esempio. Teoricamente sì, ma in effetti ci siamo resi conto che non necessariamente ci deve essere questa coincidenza anche perché se il paese che ha la presidenza di turno fosse coinvolto in una sua propria emergenza difficilmente potrebbe staccare un contingente, delle risorse umane per svolgere il coordinamento internazionale. Oppure potrebbe accadere che quel paese per varie ragioni non partecipi all’ini- ziativa internazionale. Non si può andare dappertutto. Ad esempio in Marocco l’Irlanda non c’era, mentre c’erano la Francia, la Spagna, l’Italia, la Gran Bretagna, e altri paesi del Mediterraneo. Il coordinamento in quel caso, anche per motivi idiomatici, è stato preso da francesi e spagnoli. Il progetto concreto di quella che diventerà la task force come si snoderà? Questo esperimento è l’embrione di un’idea nata già nell’ottobre 2001 nel parlamento europeo. Si sente l’urgenza di costituire una task force che fosse lo strumento di intervento dell’Unione sia all’interno, laddove il paese non fosse in grado di far fronte autonomamente ad una macro emergenza, sia al di fuori dei confini dell’Unione. E quando dovrebbe essere costituita ufficialmente? È già nella fase di costituzione. Adesso sono iniziati i corsi di formazione perché il problema è quello di abituare le persone di tanti paesi che hanno cultura, organizzazione e lingua diversa a lavorare insieme. Per questo sta già partendo un congruo numero di colleghi italiani del sistema di protezione civile, del dipartimento, ma anche delle regioni, del mondo del volontariato, delle autonomie locali. Un altro tassello alla costruzione dell’Europa… L’Europa non si esaurisce solo nella formula della moneta unica. Come ci sarà la polizia europea e l’esercito europeo, così ci sarà la task force europea di protezione civile. È un tassello importante, è uno di quelli più visibili anche perché ci accorgiamo che soprattutto le macro emergenze sono sempre più difficilmente gestibili dal paese singolo. Quelle di tipo naturale ma anche quelle causate dalla mano dell’uomo. L’11 settembre ci ha aperto delle prospettive terrificanti rispetto al potenziale devastante dell’intervento umano. La Protezione civile è un organismo complesso che lavora su tanti fronti. In che modo riuscite ad affrontare sfide quotidiane su scala nazionale ed internazionale? Lei ha detto giustamente che è un organismo complesso. La protezione civile è una funzione specifica del paese cui fanno riferimento tutte le forze operatrici e le risorse umane e materiali che esistono al suo interno. In pratica siamo tutti noi, i vigili del fuoco, i volontari del soccorso, la croce rossa, i carabinieri, l’esercito, tutte quelle strutture, organizzazioni e competenze che sul territorio sono in grado di cooperare per far fronte all’emergenza. Ci vuole un grande coordinamento. Non pensa che bisognerebbe passare dalla mentalità dell’emergenza alla cultura della prevenzione? Questa è la sfida della nuova protezione civile. Il nostro dipartimento ha come obiettivo questo passaggio che è storico. Prevede investimenti non solo finanziari ma culturali, un atteggiamento differente da parte dell’amministratore locale e centrale. Investire in prevenzione significa ridurre la vulnerabilità del territorio e il numero delle vittime. Ma occorre appunto un investimento, bisogna dedicare attenzione, spazio a questi temi, altrimenti non si raggiungeranno mai gli obiettivi che ci siamo proposti . Rientra nella costruzione di questa rete europea anche la possibilità per i giovani di prestare servizio civile nei paesi dell’Unione e in quelli che vi stanno entrando. In cosa consiste questo progetto? Aprendo una tradizione in Europa abbiamo di recente lanciato la prima iniziativa di servizio civile europeo. Abbiamo reclutato venti ragazzi che saranno destinati ad operare in dieci paesi dell’Unione, quelli che per ora hanno accettato di sperimentare con noi quest’esercizio. Sono ragazzi in età di servizio civile, soprattutto ragazze, intorno ai 22-24 anni che passeranno un periodo qui al Dipartimento e in alcune regioni italiane per impadronirsi del codice di lettura e di comunicazione della Protezione civile. Dopo trascorreranno un semestre in uno di questi dieci paesi, in relazione alla loro conoscenza linguistica, dove svolgeranno un percorso di ricerca che focalizzerà due argomenti: l’informazione e l’educazione, cioè l’operato di questi paesi nell’educazione in ambito scolastico e di informazione al pubblico sui temi di protezione civile. Successivamente quest’indagine, che verrà naturalmente condivisa con le protezioni civili locali, verrà portata a conoscenza di tutta l’Unione. Anche perché in questo momento stiamo costruendo una task force, ma sappiamo poco reciprocamente di come siamo organizzati, di quello che facciamo in questi settori. Si capisce bene che se non si approfondisce questo aspetto lo strumento di un esercito comunitario che non conosce i presupposti da cui ognuno di noi proviene rimane debole. È sicuramente una sperimentazione interessante. Le premesse per un buon lavoro ci sono tutte.

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