La prima scelta di Dio

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Sin dal 1961, quando Chiara Lubich lesse le opere di santa Teresa d’Avila e di san Giovanni della Croce, balzò evidente ai nostri occhi che la vita di donazione a Dio nel focolare e, più in generale, la vita cristiana vissuta secondo la spiritualità dell’unità, non era solo un grande dono di Dio che poteva risolvere tanti problemi dell’umanità, non era solo aver trovato ciascuno la gioia e la pace, ma era anche una strada di santità per chi l’avesse percorsa con decisione e con impegno. Leggendo le opere di quei due grandi santi che hanno avuto la grazia di descrivere le varie tappe della vita spirituale, dall’inizio fino all’unione trasformante, cioè allo stato di vita perfetta così come si può vivere qui in terra, Chiara si era resa conto che vi erano tante coincidenze tra la descrizione che faceva santa Teresa delle prime tappe della vita spirituale e quanto lei stessa avvertiva in sé e nelle prime focolarine. Sentì allora in modo tanto forte che la strada che stava percorrendo poteva essere, come quella di santa Teresa, una strada per arrivare a Dio, alla santità, che è la meta alla quale noi tutti tendiamo. Non era la stessa strada, perché quella partiva dalla meditazione e dalla contemplazione, mentre questa partiva da tutta un’altra prospettiva, quella dell’unità, ed è la via Mariae come Chiara l’ha chiamata. Ma pure nella diversità delle strade vi sono tra esse delle somiglianze perché non vi è mai novità assoluta nella chiesa e ogni via spirituale rientra nella vita cristiana. Questa via dell’unità ha però una sua ascetica, assai nuova rispetto alle precedenti, perché indirizza a trovare l’unione con Dio amando il fratello e mettendo Gesù in mezzo con il fratello, realizzando cioè, per la pienezza dell’amore scambievole, la parola di Gesù: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18,20). Ciò che la caratterizza, infatti, è l’aspetto comunitario, vissuto non come un elemento – pur importante – fra i tanti, ma come centro della vita cristiana, da dove si acquista una nuova prospettiva per vedere tutto il resto. Mentre prima l’aspetto comunitario era orientato a valorizzare l’aspetto individuale, in questa spiritualità la vita comunitaria è importante tanto quanto la vita individuale. Con questa accentuazione non si trascura la vita personale, anzi la centralità della spiritualità collettiva potenzia la nostra vita individuale: l’esperienza ci mostra che, per quella legge tipica della dinamica trinitaria, la vita di comunione costituisce l’humus nel quale si sviluppano le varie personalità armonizzate fra di loro. L’indirizzo fortemente comunitario della spiritualità dell’unità fa sì che le persone che la capiscono e la vivono con coerenza siano subito portate, anche per l’esperienza di Gesù in mezzo, ad una certa unione con Dio che risulta insolita all’inizio di altre strade. Chiara stessa descrive la via dell’unità come un cammino lungo il crinale della montagna fino a Dio. Preferisce questa immagine a quella della scala o della salita al monte della perfezione. In questa via, per tanti aspetti nuova, si parte subito in alto, ove ci si mette con un atto di adesione piena a Dio che chiama e ove ci si rimette, qualora ci si fermasse, ricominciando sempre ad amare. Rimanendo nell’unità, compiendo la volontà di Dio, si matura e si cresce nella vita spirituale, passando anche varie prove, come la notte dei sensi e la notte dello spirito, che purificano e portano più avanti nell’unione con Dio e nell’unità con i fratelli. Vorrei ora cercare di tratteggiare le tappe dell’itinerario spirituale del cristiano che s’incammina su questa via dell’unità, riprendendo da un punto di vista diverso quanto ha detto al riguardo Chiara Lubich (1). Questo schizzo, per quanto approssimativo, potrà essere utile e facilitare il nostro cammino verso Dio, sapendo quali sono i punti da superare e vedendo come tutte le prove mandate o permesse da Dio servano per fare progredire. Naturalmente, quanto si andrà dicendo non si verificherà in maniera così schematica come esporrò, né è necessario che ogni particolare si verifichi in ognuno. È una descrizione più tipologica che cronologica. Sono varie situazioni nelle quali, man mano che progrediamo, possiamo venirci a trovare e che, se vissute bene, fanno crescere nell’amore. lo ho schematizzato, per riuscire a spiegarmi, mentre nella vita le cose sono più complesse e variegate. Dio non si ripete mai. Le singole tappe possono variare nella loro durata a seconda delle persone, e anche sovrapporsi parzialmente, perché magari per certi aspetti siamo a un certo punto del cammino e allo stesso tempo già abbiamo cominciato ad assaporare anticipi di tappe successive. L’importante è che ognuno segua la sua strada lì dove Dio lo ha messo e viva con semplicità e totale fedeltà, con radicalità e concretezza il Vangelo. È Dio poi che pensa a portarci avanti spiritualmente. Quando si ha la grazia di capire il carisma dell’unità e con esso si comprende la sostanza del cristianesimo, si fa una vera conversione a Dio perché ci si sente attirati da lui, lo si mette al primo posto nella vita e tutto il resto si considera vanità delle vanità. Si può dire che si fa o che si fa nuovamente la prima scelta di Dio mediante la quale si vuole amare Dio con tutta la mente, il cuore e le forze. Questa scelta di Dio dovrebbe essere così profonda, radicale e totale da corrispondere a quella che i mistici chiamano la prima conversione e cioè avere scoperto Dio personalmente e avere conseguentemente lasciato tutto per vivere pienamente e continuamente in lui. Una descrizione classica di questa scelta di Dio si vede in episodi come quello di san Benedetto che, studente a Roma, disgustato dalla corruzione della capitale dell’impero, folgorato da Dio, rinuncia completamente al mondo e alle sue vanità e si ritira sul monte per stare con Dio. Ora questa scelta di Dio, alla quale nella sostanza siamo tutti chiamati, non avviene generalmente in noi direttamente, attraverso una illuminazione, avviene piuttosto attraverso dei fratelli la cui testimonianza ci converte, ma la cui presenza, se non stiamo attenti, può anche essere un appoggio che non ci mette davanti a Dio solo, come lui vuole. Inoltre, noi facciamo questa scelta rimanendo in mezzo al mondo e continuando spesse volte la vita familiare e professionale di prima. Anche questo può metterci nel pericolo di non fare questa scelta con quella profondità e con quella donazione che il Signore richiede. Questo si verificherà andando avanti nella vita spirituale, perché ci sono dei passaggi obbligati che, se non si passano subito, si devono passare dopo. D’altronde chi in passato si ritirava nel deserto poteva anche, credendo di avere fatto la scelta di Dio, portarsi dietro tanti attaccamenti e, non essendo sostenuto dalla carità fraterna, finire per comportarsi male. Nella via dell’unità si ha invece il grande vantaggio di essere aiutato dai fratelli che vedono come ci comportiamo e, se non facciamo le cose bene, ce lo dicono e così ci correggono. Con la prima scelta di Dio incomincia una ginnastica spirituale che viene chiamata dagli autori spirituali purificazione attiva dei sensi; è chiamata così perché in essa viene più in evidenza la parte che possiamo fare noi. La si vede chiaramente anche agli inizi della nostra vita spirituale: il Signore ci mette nelle circostanze di dover purificare noi stessi. Tutti noi siamo tendenzialmente portati a cercare il piacere, la gioia sensibile, il proprio comodo; ebbene, Dio, con la fiamma d’amore che accende nell’anima, ci mette nella possibilità di mortificare la nostra sensibilità. Questa mortificazione non è tanto voluta o cercata quale mortificazione in sé – ad esempio mediante penitenze, veglie e digiuni -, è piuttosto una mortificazione portata dalle circostanze, suggerita soprattutto dall’amore verso i fratelli. Infatti l’amore verso il prossimo ci spinge ad aiutare gli altri, a sopportarli, a curarli, e questo implica sempre una mortificazione del nostro io. Ora questa mortificazione, proprio perché è suscitata dall’amore, può non essere avvertita e sofferta come tale, ma ciò non vuol dire che manchi e che non sia meritoria: anzi, più c’è l’amore, più essa è meritoria, anche se è meno sentita. La vita cristiana è sempre fatta anche di penitenze perché è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio (At 14,22), ma è nell’amore del prossimo e nel rinnegamento di sé che richiede l’amore reciproco che noi troviamo la nostra tipica penitenza. È importante in questo periodo, come in tutti i periodi della vita spirituale, vivere intensamente l’attimo presente, per mettere tutta la volontà nel fare quello che si sta facendo, dimenticando il passato. Questo periodo della vita spirituale è caratterizzato dalla ferma decisione di voler amare Dio e il prossimo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze nostre per quanto è possibile, fino alla donazione completa. E se uno agisce in questo modo, se si dona così agli altri dalla mattina alla sera, quando poi si trova solo a raccogliersi con Gesù, sperimenta facilmente l’intimità con lui, perché con Gesù è stato durante tutta la giornata nella donazione totale verso il prossimo. In questo periodo sembra che, in un certo senso, non vi siano delle prove speciali: la caratteristica è l’entusiasmo e la gioia. Ci sono delle piccole prove, ma si risolvono molto alla svelta. Sembra che tutta la vita passata sia quasi completamente superata e dimenticata e le tentazioni di prima sono solo un lontano ricordo; si ha l’impressione quasi di aver raggiunto ormai una pace stabile perché generalmente non si affacciano più neanche le tentazioni. È il periodo dell’inizio, ove i sensi sono presi dal Signore e vengono da lui attratti perché li usiamo per lui. Dopo questa tappa, che può durare a lungo, succede che queste grazie sensibili, che il Signore mandava per aiutarci nella conversione, a un certo momento si sentano meno. Il Signore non ritira le sue grazie, ma ci chiama a una donazione più profonda. Ed ecco, le attrattive interiori che prima potevano prendere la nostra sensibilità, non hanno più quella intensità da suscitare l’entusiastica donazione di prima. Un amore verso Dio più profondo, più purificato, deve allora dirigere e sostenere la nostra donazione. In Gesù crocifisso e abbandonato – che adesso s’incomincia a comprendere un po’ meglio – si può trovare la forza per superare queste prime difficoltà. Dio vuole purificarci più in profondità: perciò, in questo nuovo periodo della vita spirituale, incominciano a venire delle prove sotto forma di tormenti, di scrupoli riguardo alla vita passata, di tentazioni nei pensieri, per esempio tali che non si sa distinguere se sono solo tentazioni o peccati. Possono anche venire dei dubbi di fede, dubbi che vengono soprattutto a chi ha avuto un modo di ragionare suo che ora deve perde- re. In genere queste prove sono molto corrispondenti ai difetti della vita passata, e questo è anche psicologicamente comprensibile. Succede infatti che convertendosi uno cambia nel modo di pensare e di comportarsi. Rispetto a prima è una persona nuova, piena di carità, ma in verità il suo cambiamento è ancora molto superficiale. Egli crede di vedere le cose con un occhio diverso, e in parte già le vede, ma il suo modo di ragionare, come del resto il suo modo di agire, sono ancora profondamente determinati da tutta la sua esperienza precedente. Dio allora, che ama questa persona che si è donata a lui, permette che vengano alla luce tutte queste incoerenze e queste contraddizioni ed esse si fanno sentire in modo tale da poter essere eliminate, purificate. Non si tratta di una grande purificazione: è solo una prima ripulita, come raschiare col coltello lo strato di grasso che si è accumulato, per progredire nella vita spirituale. Tuttavia si passano dei momenti dolorosi, anche perché sono questi i primi dolori spirituali veri e propri che si incontrano, e perché, inesperti nella vita spirituale e con un’unità con Dio poco sviluppata, nasce dentro una grande confusione e si crede di essere andati indietro. Questo dolore è spiegato dagli autori spirituali come l’effetto di una nuova luce che il Signore manda e che fa vedere in maniera completamente diversa sé stessi: tutti questi dolori, insomma, non derivano altro che dalla presenza di Dio che incomincia a lavorare e a entrare più profondamente in noi. Ci sono due pericoli in questa fase della vita spirituale. Qualcuno può pensare: prima stavo così bene, mentre adesso che mi sono messo ad amare Dio con tutto il cuore, tutta la mente e tutte le forze, mi vengono questi tormenti; vuol dire che questa è una vita impossibile e che era meglio prima… C’è il pericolo cioè di uno scoraggiamento, che può assumere forme deleterie e portare anche qualche volta a cose gravi. Infatti l’abbattimento che può sopraffarci per questi o altri motivi getta in uno stato d’animo in cui più facilmente si è tentati di ricadere nel peccato, non per un allettamento speciale che viene da esso, ma per una mancanza di forza e di vitalità spirituale. Quando una persona è sfinita, sfiancata, estenuata e non ha quasi più la forza di reagire e di resistere alle prove, il demonio può più facilmente farla cadere. Così, in questo periodo, qualche volta possono esserci anche delle cadute che però, umiliando, preparano le persone a una vita nuova. L’altro pericolo è quello opposto allo scoraggiamento, per cui si tende ad accantonare i problemi per non doverli affrontare. La persona non prende la sua croce, ma la butta via e sciupa le grazie che il Signore le dà. Diventa un po’ lassa, prende una piega opposta a quella della scrupolosa; vede le cose tutte semplici, non perché non ha sentito la purificazione, ma perché, pur avendola sentita, non ha avuto il coraggio di guardarla in faccia e di accettarla. Questa persona non farà del male, però resterà superficiale e si vedrà, anche dal suo comportamento, che si è fermata e non è andata avanti nella vita spirituale. L’unica maniera per risolvere le difficoltà di questo periodo è quella di amare Gesù crocifisso e abbandonato, e nel momento presente amare e donarsi agli altri. Mentre all’inizio l’amore del prossimo conteneva la mortificazione, in quest’altro periodo l’amore al prossimo ci porta al di là di ciò che proviamo, facendoci trovare, nel contatto col fratello, Dio. Quindi l’amore del prossimo e l’unità con i fratelli sono la strada per poter superare queste prove. Dio ce le manda proprio perché vuole che andiamo al di là di noi stessi, delle sofferenze, delle miserie, e questo andare al di là di tutto si raggiunge non ripiegando ci su noi stessi ma donandoci agli altri, perché negli altri noi troviamo Gesù; e gli altri non dovrebbero neppure accorgersi di quello che può passare dentro di noi.

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