La potenza educativa del gruppo

Quando i mezzi di comunicazione si interpongono tra maestra, libro, bambino (e famiglia). Le fragilità, le sfide, la fantasia in azione  
(AP Photo/Matilde Campodonico)

Durante le settimane della scuola a distanza, le difficoltà sono state tante. Volendo fare un bilancio, bisogna sottolineare non solo la difficoltà delle connessioni, ma anche problemi di strumenti («il Pc ora tocca al papà per lo smart working, a me o a mio fratello?»), di tempi, di spazi (a volte non adatti, o angusti, o inesistenti), di gestione intra-familiare delle modalità di uso, di contesti socio-culturali variegati.
È vero che l’utilizzo delle piattaforme “per fare scuola” ha aperto una gamma di potenzialità e di interattività che sarebbe rimasta pressoché inesplorata per la maggior parte di docenti e bambini. Ma è anche vero che questo processo ha finito per incidere negativamente sui percorsi dei bambini più fragili e vulnerabili, rendendo ancor più evidenti i divari esistenti.

Fragilità
Se da una parte il “correttore automatico” segnala errori di ortografia e facilita l’autocorrezione, dall’altra la mancata mediazione e interazione con l’insegnante non hanno reso possibili i passi per l’interiorizzazione delle strutture linguistiche e lessicali, con conseguente impoverimento delle competenze comunicative. Penso soprattutto ai bambini non italofoni, miei alunni: la mancata “esposizione” all’italiano parlato in classe ha conseguenze evidenti sullo scrivere e sull’esprimersi oralmente, e in maniera ancor più tangibile ostacola la comprensione dei linguaggi specifici delle discipline di studio. «Mark Joseph sta sempre a cercare le parole sul dizionario, maestra, fa tanta fatica!», mi ha detto la sua mamma. E questo è solo il sintomo più immediatamente evidente e significativo.
I bambini adottati, poi, che a casa non hanno nemmeno avuto i riferimenti culturali di origine, stanno patendo un doppio sradicamento.
I bambini con disabilità o bisogni educativi speciali sono stati privati di quella cura speciale che i processi di inclusione scolastica garantivano loro, in un periodo in cui nemmeno i servizi sociali, di cura, di terapia psicologica sono stati attivi. In tanti momenti mi sono chiesta cosa fare per loro, constatando la mia impotenza, quella della scuola, quella dei mezzi telematici. È stata proprio questa domanda che mi ha fatto riscoprire, per loro e per tutti, la potenza educativa del gruppo, che non è solo peer to peer (da pari a pari), ma una nuova coscienza collettiva che possiamo camminare solo insieme e solo se non lasciamo indietro nessuno.
Fin dall’inizio del lockdown ho chiesto agli alunni di sentirsi tra di loro, di chiamare i compagni, di provare a “stare più accanto” a chi aveva più bisogno di amicizia. Con loro non serve spendere molte parole: intuiscono immediatamente. Così ho scoperto che Anna ha insegnato ricette al telefono alle amiche, Giacomo ha fatto per diversi pomeriggi l’analisi grammaticale con un compagno in difficoltà, altri bambini si sono inventati dei giochi per studiare storia in modo divertente. Hanno messo in moto creatività e idee, tanto che Edo (allergico da sempre alla grammatica) l’altro giorno in videochiamata mi ha detto: «Maestra, posso dirti io gli aggettivi indefiniti? Ernesto me li ha fatti capire!».

Tecnologia
Sono riusciti in qualche modo ad oltrepassare la “mediazione” dello schermo, a bucarla con la voglia di rapporto, a superare almeno qualche volta, almeno in parte, quella interazione tecnologica limitata, piena di interferenze, rallentata, non scorrevole, che impedisce la concentrazione. L’esperienza è che quando troppi mezzi si interpongono tra la maestra e il libro, nel percorso di apprendimento, la motivazione rischia di spegnersi o non accendersi mai e, quando questo avviene, i bambini si allontanano, rischiano di perdersi. Qualcuno rischia molto più di altri e noi insegnanti rischiamo di non trovarli più.

Non a caso Malala Yousafzai diceva che «un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo». È necessario che ci interroghiamo seriamente su come e quanto lo stia cambiando l’utilizzo delle nuove tecnologie, senza che sia dato lo spazio sufficiente alla mediazione degli insegnanti, imprescindibile per gli apprendimenti scolastici. Se infatti tutto si impara dall’esperienza, l’apprendimento della letto-scrittura ha una sua tipicità che richiede invece un intervento e una mediazione specifici. Così come è necessaria l’interazione con modelli adulti significativi, capaci di veicolare valori, che agiscano intenzionalmente per poter perseguire mete formative ed educative, perché sia possibile l’acquisizione di competenze socio-relazioni e di cittadinanza.

Famiglie
Questo periodo di pandemia ha messo davvero a durissima prova le famiglie: genitori che si sono dovuti reinventare il lavoro da casa e la scuola a casa, magari per più di un figlio; la gestione dei rapporti intra-familiari, degli orari, delle regole, in esercizi di equilibrio – in particolare per le donne – da fare invidia a un acrobata. Anche i rapporti scuola-famiglia non sempre facili, soprattutto in certi contesti, hanno rischiato il collasso. Ho dovuto misurarmi in modo totalmente nuovo con genitori troppo presenti (di lato allo schermo!) e con la tendenza a caricare di altri compiti i figli; o molto in affanno nella nuova organizzazione familiare; o in parte inconsapevoli del valore primario della scuola.
In alcuni momenti è stato davvero arduo superare difficoltà e forti pregiudizi. Ho avvertito di dover colmare anche le eventuali “distanze” con loro, trovare linguaggi per un’accoglienza più piena, modalità per essere davvero prossima alle loro realtà, per far fronte comune e tutelare e accompagnare i bambini perché potessero, crescendo, attraversare la crisi che tutti ha colpito.

Luci
In 4 anni di percorso insieme mi sembra che mai il rapporto sia andato tanto in profondità. I primi giorni alcuni mi hanno chiesto consigli su come parlare del Covid ai bambini, altri mi scrivevano sorpresi nel conoscere le difficoltà di apprendimento dei figli. Poi sono seguite tantissime altre mail, più personali, con domande di fondo, con domande di senso, col desiderio di un confronto che andava ben al di là della mia funzione docente. Ne stanno nascendo rapporti nuovi, dove ho potuto seminare parole di speranza, suggerire modalità di interazione, consolidare un’alleanza educativa che mi fa intravedere con gioia una possibile nuova stagione del rapporto scuola-famiglia.
Pochi giorni fa Arianna mi ha chiesto di trattenersi in video-chiamata qualche momento in più oltre l’orario stabilito: doveva farmi una domanda. «Posso fermarmi anch’io, maestra?», ha chiesto Davide… Dopo 10 minuti tutti e 24 erano rientrati nell’aula virtuale! «Ma avete tutti domande da fare?», ho chiesto io con finta sorpresa. «No, maestra – mi ha spiegato Cecilia, la poetessa della nostra classe –, è che noi non ci sappiamo stare senza di te, senza i compagni! Siamo come luci che brilliamo solo insieme!».

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