La Posta di Città Nuova

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A Grottaferrata con Chiara Lubich

 

Il 6 marzo Grottaferrata ha dedicato a Chiara Lubich un giardino. In questo modo il Comune castellano vuole ricordarla quale sua concittadina, a ridosso del secondo anniversario della sua morte.

Suggestiva la nascita di questo piccolo giardino, quasi una bomboniera lungo la strada che percorre in linea retta Grottaferrata, mutando per ben cinque volte il suo nome.

L’angolo di strada, che risultava pericoloso, prende forma di giardino; prima “dei cinque sensi”, poi, dopo l’atto di nascita dell’Associazione Città per la Fraternità, a Pompei il 16 gennaio 2009, l’idea di dedicarlo a Chiara.

A renderlo più affascinante è quello che avveniva in quel punto quando non ancora asfalto e palazzi vi prendessero dimora.

Squarciarelli, rinomata nella storia anche per l’acqua della sua sorgente, trovava il giusto pendio verso Roma perché dalla fonte, una polla d’acqua, quasi raso terra, giungesse in quel luogo – dove sorge il giardino – per diramarsi in tanti piccoli canali. L’immagine che congiunge l’acqua alla vita arricchisce di significato questo luogo che guarda proprio quella che è stata la casa di Chiara e il primo centro del Movimento dei focolari dal 1957 al 1965, offerto dalla marchesa Elisabetta Rossignani Pacelli, sorella di Pio XII.

Al centro del giardino un’opera in travertino, riporta la frase: «Amare tutti – Amare sempre – Amare per primi», firmato Chiara Lubich, incisa con la sua calligrafia, quasi a sigillo di un patto con la città.

Poi, a seguire un momento dedicato alla conoscenza di Chiara, voluto dall’amministrazione comunale, aperto alla cittadinanza, con una testimone d’eccezione: Eli Folonari, stretta collaboratrice e tra le prime compagne di Chiara, attualmente responsabile del Centro Chiara Lubich; ed ancora, uno scambio di testimonianze di cittadini e appartenenti al Movimento dei focolari di Grottaferrata.

 

Lina e Paolo De Maina

 

 

 

Lourdes

 

«Non riesco a comprendere come un film quale Lourdes, confezionato per distruggere la fede, possa aver ricevuto il Premio Signis di marca cattolica, quando poi si tratta di messaggi devianti dalla fede, e proposto poi dalla rivista senza nessun taglio critico. Condivido il dialogo verso coloro che ancora non hanno conosciuto l’amore di Dio, però questo non deve significare nascondere le proprie convinzioni. Il vostro redattore evidentemente non è mai stato a Lourdes o non ha mai visto il film».

don Luigi Russo – Napoli

 

Risponde Mario Dal Bello. «La ringrazio per le sue osservazioni. In verità, ho visto il film e sono anche stato a Lourdes, una esperienza d’altronde molto positiva. Il film è stato girato da una autrice dichiaratamente atea, che si interroga sul mistero del dolore, cui non riesce – come molti contemporanei – a dare una riposta. In questo senso, ho scritto che non si tratta di un lavoro miracolistico o agiografico, come qualcuno forse si sarebbe aspettato. La Hausner, in verità, non mi è sembrata arrabbiata, quanto forse piuttosto glaciale nel descrivere il mondo che si muove intorno alla grotta di Massabielle, con le sue speranze e le sue debolezze. Tale glacialità mi pare corrisponda allo sguardo della ragione che non è attraversata dalla grazia della fede. Penso perciò che il film esprima l’ansia moderna di dare una spiegazione alla sofferenza. Ovviamente, la regista presenta la “sua” Lourdes, non quella dei credenti. Comunque ne abbiamo parlato al di là dei premi più o meno meritati e più o meno mediatici».

 

La zucca arancione

 

«Negli schermi della metropolitana romana, impazza la pubblicità di una banca di investimenti olandese, quella della zucca arancione, che ripropone le sue fantasmagoriche offerte a tassi stratosferici. Ma la stessa banca non era stata una delle più colpite dalla crisi dei mutui?».

Paolo Rizzo – Roma

 

Sì, proprio così. Il bubbone della finanza speculativa sta tornando in forze. Rischiamo di nuovo un collasso, perché si calcola che la maggior parte dei titoli tossici siano ancora nei capitali delle banche indiziate. Bisogna vigilare.

 

La verità su Eluana

 

«Vi scrivo a proposito dell’articolo di Aurelio Molè su Eluana. Due cose vanno chiarite subito: primo, l’autore non ha mai visto né assistito un paziente alimentato con sondino. Non è un sondino e basta, è una apparecchiatura elettronica che dosa, misura e miscela il cibo che entra forzatamente nello stomaco del malato… C’è di che vergognarsi a scrivere queste cose fuorvianti. Parrebbe che l’ammalato ridotto a pelle e ossa, con i tratti somatici stravolti da non essere più riconoscibile, sia invece una personcina con la pelle liscia!

«Secondo. Vorrei una conferma da parte vostra di una notizia data da un telegiornale: “La commissione medica che ha studiato Eluana… ha dichiarato che era morta già 18 anni fa, dopo l’incidente».

Sergio Lorenzutti

 

Risponde Aurelio Molè. Il sondino nasogastrico a cui lei si riferisce non necessitava di nessun macchina, né apparecchiatura elettronica (come la gran parte dei sondini, che siano nasogastrici o “peg”, cioè infilati direttamente nello stomaco attraverso la parete addominale), come ha testimoniato varie volte Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire, che ha visitato Eluana alcune volte fino alla fine del dicembre 2009, ma insieme a lei anche molti altri.

Quella che lei definisce «la banalità della pelle liscia» è certificata dai medici che hanno effettuato l’autopsia di Eluana e descrivono la sua «cute liscia ed elastica». Al contrario, il signor Englaro aveva dichiarato al Corriere della sera (6 febbraio 2009) che la figlia «pesava meno di 40 chili ed aveva sul viso le piaghe che vengono sul sedere ai vecchi»: sempre nell’autopsia è certificato che al momento della morte (cioè dopo quattro giorni altrettante notti di assoluto digiuno e sedazione) Eluana pesava 53 chili e mezzo e che non aveva alcuna piaga da decubito. A proposito: a Lecco, quando Eluana era nella clinica “Beato Talamoni”, di chili ne pesava 65 chili (come certificato nelle sue cartelle cliniche). Quindi non era certo una «persona pelle e ossa».

Quanto infine al cervello di Eluana, le ricordo che in molti – quando era in vita – dissero che esso era ormai ridotto alla grandezza di una noce: ancora l’autopsia invece certifica che posasse 1.100 grammi, cioè – si legge – perfettamente “normoconformato”. Così come non esiste nessun esame diagnostico, neppure ex post, che potrà mai sancire la certezza che il suo cervello fosse “bruciato”.

 

Ancora apprezzamenti per Città Nuova

 

«Volevo complimentarmi con l’intera redazione per il nuovo format di Città Nuova. Siete riusciti a partire, penso, da una difficoltà (la riduzione dei costi) per trasformarla in una opportunità di rilancio.

«La rivista è ora più agile e leggibile di prima. La maggiore brevità degli articoli è pienamente in linea con il nuovo stile di comunicare, particolarmente fra i giovani. Uno stile che vuole articoli asciutti ma non vuoti, semplici ma non semplicistici, brevi ma non insignificanti».

L.B. – Caorso (Pc)

 

I nostri giovanissimi lettori…

 

«Cara, cara, cara, ecc. Città Nuova, con la presente per informare quanto segue. La settimana scorsa ho prestato Città Nuova n. 2 a mio padre per informarlo e aggiornarlo riguardo l’articolo a pag. 23 “E fu luce”. Questa mattina, dopo averlo accompagnato a casa (dopo la S. Messa) nel restituirmi la rivista ha fatto alcune considerazioni su di essa. Per la precisione: “Bene l’articolo che mi hai proposto. Mi sono permesso di leggere tutta la rivista. Articoli esaurienti, scorrevoli. Linguaggio semplice e comprensibile. Senza tanti fronzoli e giri inutili riesce a esporre il problema e portarlo in positivo”.

«Note pratiche: mio padre compie 96 anni a maggio, non possiede il cellulare, ha il titolo di studio della quinta elementare, è abbonato a Famiglia Cristiana e al quotidiano locale.

«Per contro il sottoscritto: ha il titolo di studio della quinta elementare, non possiede cellulare per scelta, è abbonato al quotidiano locale e… a Città Nuova. Mi raccomando, fate i bravi».

Lorenzo Pellarin – Udine

 

Senza cambiare una virgola, pubblichiamo questa lettera che ci ha commossi in redazione. Anche questo è il nostro piccolo popolo.

 

Mamme al lavoro

 

«Ho molto apprezzato l’articolo “Mamme in azienda, un vero affare”. Sono sposata da due anni e un po’, non ho ancora figli ma in più di un colloquio sostenuto fino a questo momento mi sono sentita rivolgere la domanda: “Ha figli?”. Per uno di questi colloqui sono stata esclusa come candidata ideale al posto vacante perché “troppo a rischio maternità”. Io so di essere una risorsa adesso e di restarlo quando, speriamo, sarò mamma… Bisognerebbe che anche i datori di lavoro se ne rendessero conto e ci valorizzassero».

Maria Chiara Bidone

 

Punteggiatura

 

«Da anni abbonato, mi permetto di segnalarvi un errore in cui siete incorsi nel n. 3 (e che è comune a quasi tutti gli organi di stampa): in copertina appare il titolo “Ciao web” (anziché “Ciao, web”) e a pag. 3 “Coraggio Europa” (anziche “Coraggio, Europa”). Non sono cose da sottovalutare perché ci va di mezzo – molte volte – il significato di ciò che si dice. Nei casi segnalati, web ed Europa sono complementi di vocazione che, per regola, devono essere separati con la virgola dal resto della frase».

Un abbonato, docente di lettere

 

Caro abbonato, la ringraziamo per la sua segnalazione. Tuttavia non consideriamo quanto da lei indicato una svista, dato che, come lei stesso precisa, è oramai consuetudine su larga parte degli organi di stampa utilizzare la punteggiatura nei titoli solo se strettamente necessaria. Dal momento che, nei titoli da lei presi in considerazione, il senso con o senza virgola sarebbe rimasto invariato, si è preferito seguire uno stile più attuale.

 

Controcorrente nello sport

 

«Mi trovavo ad assistere a una partita del torneo del Csi, con ragazzini di 13, 14 anni. A un certo punto un giocatore viene superato da un avversario e non trova la forza di ricorrerlo. La sua squadra subisce un gol e l’allenatore lo rimprovera oltre misura richiamandolo fuori dal campo. Il bambino in panchina avvilito si mette a piangere. L’allenatore non se ne accorge. Se ne accorge invece l’arbitro che, interrotta la partita, va a consolarlo, tra lo stupore dei presenti. L’allenatore, forse pentito, lo rimette in campo e proprio lui segna il gol del pareggio. Ma il gol più bello l’ha segnato senza dubbio l’arbitro. Ha insegnato che lo sport è sì, agonismo e ricerca della vittoria, ma anche rispetto verso la persona».

Pino Bottaio – Genova

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