La Posta di Città nuova

Posta
Incontriamoci a “Città nuova”, la nostra città

 

In viaggio con Città Nuova

 

Lavoro a Tirana, nell’unica libreria cattolica di questa città. Porto di tanto in tanto Città nuova in ufficio.

A fine luglio sono partita per una vacanza in Italia e ho pensato di portare con me due copie di Città nuova: una per leggerla durante il viaggio e l’altra per chi si sarebbe interessato alla mia lettura. C’era poca gente, tra cui una bambina di sei anni con la sua nonna. L’ho invitata a sedersi vicino a me. Rohara (la bambina si chiama così) aveva in mano una rivista italiana, L’oroscopo settimanale. Mi ha chiesto di tradurle una storia di cartoni animati senza senso per la sua età.

Mi sono ricordata di Citta nuova e ho proposto a lei un gioco: contare i sorrisi veri delle due riviste e vedere chi vince. Le è piaciuta Città nuova, che tra l’altro era piena di vita e sulla quale ha visto tanti veri e sinceri sorrisi… E così è tornato il sorriso nel suo viso.

Arrivata a Bari, mentre aspettavo il pullman per Napoli, il mio accento albanese incuriosisce un uomo col quale nasce un breve dialogo tanto che abbiamo parlato sul valore dell’amore vero, fede in Dio, dono di vita, fedeltà, libertà. Dopo questo lui dice: «Oggi non tutti la pensano così. Nella nostra famiglia stiamo vivendo un momento difficile. Mia figlia sposata da più di dieci anni, madre di due bambine, vuole lasciare il marito. Non c’è niente da fare», dice rassegnato. Gli ho risposto che questo momento era solo una crisi da superare con il dialogo e il perdono. «Se questa situazione cambierà, ti ricorderò», mi dice, aggiungendo: «Come posso conoscere meglio il vostro movimento?». Il mio pullman era arrivato. Non potevo continuare. «Ti do questa rivista. È il nostro giornale».

Il viaggio continua… Metto i bagagli sul pullman e vedo una suora che trascina una valigia pesante. Le offro il mio aiuto. Arrivata a Napoli, mi sbrigo a prendere il pullman che sale nella zona ospedaliera dove dovevo recarmi. Chi vedo salire sullo stesso pullman? La suora che poco prima avevo aiutato. Ho detto dentro di me: «Regjina, la Città nuova che hai nella borsa non è più tua. L’hai portata dall’Albania per questa persona».

«Le voglio fare dono di questa rivista», le ho detto. Dentro ci sono tanti articoli interessanti, ma ce n’è uno proprio per te: una lettera di Chiara Lubich ad una religiosa del ’48».

E il mio viaggio con Città nuova è continuato… Avevo donato le due Città nuova e avevo preso su di me l’impegno di pregare per ognuna delle persone che avevo incontrato in questo viaggio di una sola giornata.

Regjina

 

rete@cittanuova.it

 

 

Ma di quale Natale stiamo parlando?

 

«Abbiamo sempre pensato che almeno il Natale non potesse che essere la festa di tutti e la casa comune ove ogni uomo di questa terra potesse ritrovarsi, anche se per pochi giorni. E per quanto si sia fatto e si faccia per oscurarne il vero significato, nessuno finora ne aveva intaccato il fondamento di “festa-incontro” di un’umanità a caccia di una possibile bellezza del vivere. E invece no, purtroppo nel nostro Paese sta saltando anche la minima accortezza formale del rispetto dovuto a questo evento, che non è riservato ai cristiani, ma parla a chiunque.

«La sparata della Lega Nord di un “Bianco Natale” senza immigrati a Coccaglio nel bresciano fa svanire nelle nebbie padane quel riferimento al Natale di Gesù di Nazareth, che costituisce ogni anno il ripetersi di un ancora sempre possibile lampo di luce nel buio di tante ingiustizie e dimenticanze. Come hanno detto i vescovi italiani, non ci sono clandestini sulla terra, almeno per chi crede nel Natale cristiano, ma solo uomini “in viaggio”, che possono addirittura cambiarla questa terra, praticando un’apertura della mente, della psiche e del cuore che porta, se praticata, alla fratellanza universale».

Silvano Magnelli e Mario Ravalico

 

 

 

Rimettiamo al centro la persona

 

«In quest’ultimo periodo, essendo un’insegnante precaria, ho avuto molto a che fare con la burocrazia. Avendo anticipato la consegna degli incartamenti, dopo mesi scopro che avevano smarrito la mia pratica e, nonostante le segnalazioni effettuate, ho dovuto recarmi personalmente in sede ed assistere allo sbiancarsi in volto dell’impiegato e alla corsa repentina a fare le fotocopie di tutti i miei documenti. Il tutto condito da una profonda delusione per essere stata trattata con sgarbo, e dal rammarico che ciò accada nella Brianza dall’efficienza tanto decantata.

«Io penso che manchi alla società di oggi il senso antico della “res publica”. È necessario recuperare il valore che la politica è una cosa che appartiene a tutti e tutti da protagonisti possiamo agire al fine di un bene comune che non sia solo nostro. Penso che manchi alla base delle coscienze di ognuno di noi, l’identità nazionale e l’appartenenza ad una comunità (nel piccolo) della cui costruzione possiamo essere artefici.

«Sono un’idealista? Io nutro ancora la speranza che le cose cambino, che una nuova società sorga dalle ceneri dell’egoismo; ci credo fermamente e insieme a tutti voi mi impegno a costruirla nel quotidiano».

Sara Pasquariello

 

Anche noi che pubblichiamo “Città nuova” e, pensiamo, la grande maggioranza dei nostri lettori, nutriamo la sua stessa speranza. E ci piace annoverare pure lei fra quanti, senza stancarsi, si prodigano per costruire questa “nuova società” nel quotidiano. Convinti, come lei ci dimostra, che il recupero dei valori è possibile e dipende da ciascuno.

 

 

 

La paura come timone della società

 

«Sembra che la società moderna occidentale sia ormai abituata a vivere in un mondo perennemente minacciato. Non sono rari i casi nella storia umana in cui un delirio collettivo, suscitato intenzionalmente o no, abbia identificato un nemico nazionale, una minaccia globale, un timore diffuso che ha permesso di mantenere una coesione sociale all’interno di un dato gruppo sociale. Così, in nome di quella minaccia, si semplificava la conduzione e la gestione dell’interesse comune, si giustificavano atti scellerati anche di livello nazionale, si rimandava la motivazione di ogni azione pubblica. Il povero cittadino, inerme di fronte a tv e giornali, viene travolto dalla paura costante e soffusa.

«Certo, dietro a questi slogan, sono tante le minacce reali per il cittadino, la crisi economica lo colpisce sul serio, l’inquinamento atmosferico potrebbe portare danni seri al mondo che egli consegnerà nelle mani di suo figlio, l’immigrazione è sicuramente un’opportunità sociale da gestire al meglio e non da subire. Ma mi pare molto importante notare che subire una minaccia è il primo passo per sentirsi sottomessi ad un destino inevitabile e ancor peggio nel delegare all’istituzione la gestione della tua difesa.

«Scatta allora il forte sospetto che ci troviamo dentro ad un circolo vizioso, in cui gli organi sociali fanno a gara a rincorrere minacce, le più terribili, per poter giustificare azioni e provvedimenti sociali che pongono soluzioni semplici a problemi complessi come l’immigrazione, la sicurezza globale, la crisi finanziaria o addirittura per nascondere interessi terzi e non propriamente comuni.

«Forse manca oggi la voglia, il sacrificio e l’impegno di trovare soluzioni sociali complesse a problematiche sociali complesse e lo sforzo comune per ricercare insieme le idee comuni e le motivazioni profonde dell’uomo per dirigere la società».

Francesco Crepaz

 

 

Apprezzo molto la rubrica dello psicologo

 

«Quella di Pasquale Ionata è per me è una delle rubriche più interessanti che gradirei apparisse con regolarità. Conservo tutti i numeri con le sue lunghe sapienti risposte, ma anche così tecnicamente scientifiche per me che ho lavorato nel sociale come volontaria nel recupero di tossicodipendenti e come catechista. Ora non più, perché la mia vita è cambiata col matrimonio, ma non mi mancano le occasioni d’incontro con persone che soffrono e quindi hanno bisogno di una parola in più oltre al conforto, di strumenti pratici che fanno capire meglio i meccanismi che sovrintendono la nostra psiche. Ringrazio Pasquale Ionata e voi tutti della redazione per quello che fate».

Raffaela Massidda – Sardegna

 

 

 

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