La Posta di Città nuova

A tu per tu

Le confidenze di una rivista

 

Sì, eccomi, sono pronta! Una pettinata bella ed elegante – scusate, leggasi rilegatura – un ultimo sguardo allo specchio, poi indosso l’impermeabile – scusate, il cellophan – e parto. Sono certa che il lettore mi aspetta desideroso. Anche stavolta partire non è stato facile: mettere in borsa – scusate, in pagina – il pezzo di spiritualità, i tre editoriali, di cui uno si è fatto attendere un pochino, scegliere cosa raccontare tra le tante proposte arrivate. Non dimenticare l’attualità, ma neanche pensare che sia tutto. Citare le grandi mostre, dare respiro con la scrittura creativa. E poi ci sono i sassi chiacchieroni di Vittorio. E le foto da mostrare, quelle le vogliono vedere subito tutti, sia i grandi che i piccoli, anche stavolta è stata un’impresa. Metto questa, no, forse è migliore questa. Sovresposta, scura, inquadrata male, che fatica! Ma finalmente ci sono: eccomi. Si parte. Ancora un ultimo sguardo, e visto e rivisto senza nessuna svista, il nuovo numero di Città nuova è in partenza. Saluto le mie colleghe. Ognuna con una destinazione diversa. La mia vicina mi confida che va in una famiglia da tanti anni e già s’immagina che starà nel cellofan per parecchio tempo: «Con questo caldo non ti dico che sofferenza!». Un’altra ha cambiato destinazione. Fino a poco tempo fa il portalettere la consegnava ad un giovane che ha cambiato indirizzo «e ora l’ho perso di vista». Sul mezzo che ci trasporta siamo incuriosite, sorprese. Ma il cammino dura poco. Passiamo la notte, al deposito centrale, con una infinità di altre colleghe e colleghi di famiglie diverse, dirette gran parte in Italia, ma anche all’estero. Con alcune ci si conosce e dallo sguardo – scusate, dalla copertina – si capisce l’umore, l’aria che tira. “Pettegola!”, mi viene da dire a quella che mi aspetta per raccontarmi le ultime dalle spiagge vip; ma poi devo difendere la mia reputazione, allora ascolto e taccio: ormai ci si conosce da molti anni, e loro sanno che quando arrivo un po’ di ottimismo lo porto sempre. Poi via sui camion. Il viaggio dura poco, al massimo una notte e un giorno e poi eccoci nella città di destinazione.

E qui viene il bello. Se sei nel sacco, non ti sto a raccontare le storie di spifferi e di crampi; se invece sei nel pacco, cuoci letteralmente dal caldo. Pensi sia questione di ore, poi si parte per un viaggio della durata di un mattino, si va ad incontrare l’amico lettore che immagini ti aspetta impaziente. Ma non è sempre così. Nel deposito senti certi discorsi che ti lasciano di stucco: «Quelli sono periodici. Priorità alla prioritaria! E alla normale, e va beh, si preannuncia un’altra notte di stallo. Che fare? Siamo un po’ spaesate, non si può fare altro che condividere con i vicini le notizie che teniamo dentro. Tutte abbiamo in serbo un sacco di informazioni, allora si condivide. Ultimamente mi sono fatta amica di un settimanale. Ci si intende in un batter d’occhio. E quante cose imparo. Per non dire dei discorsi dei portalettere. Quella zona è attualmente servita da Assunta, Oreste è in ferie, Gianfranco è stato spostato di città. Lo smistamento è un calvario. I cap sono cambiati, lo stradario è rifatto ci sono sei portalettere sostituiti. Ma poi finalmente sono in viaggio. Guardo il calendario: miseriaccia! Sono in ritardo di una settimana! Che diranno i miei amici, mi aspetteranno ancora impazienti, saranno partiti per le vacanze?, rimarrò incellofanata e sola per altro tempo?

«Buongiorno, eccomi, sono arrivata», sussurro dalla buca delle lettere del condominio. «Ah, ecco Città nuova», sento rispondere. «In ritardo come sempre. Meno male però che quanto ci racconta è sempre puntuale e formativo». Mi pervade un sospiro di sollievo, mi aspettavano! Certo, se arrivassi in tempo sarebbe meglio. Perché non provi a parlarne direttamente al tuo portalettere?

Silvano Gianti

 

 

Incontriamoci a Città nuova, la nostra città

 

Fatti per comunicare

 

Non capita tutti i giorni a professionisti dell’informazione di potersi confrontare sul variegato mondo della comunicazione con più di duecento giovani provenienti da 28 Paesi, soprattutto dell’Europa, con rappresentanze di altri continenti. L’occasione è data da un congresso internazionale che ha visto riuniti al Centro Mariapoli di Castelgandolfo i responsabili dei giovani dei Focolari, i gen, venuti a programmare il percorso di riflessione e di azione dell’anno che comincia.

Uno spazio l’hanno voluto dedicare alla comunicazione: un pomeriggio coinvolgente che si è aperto con un forum. Tre esperti rispondono a qualche domanda. Giovanni, sportivo e studente di sociologia, chiede a Paolo Lòriga di Città nuova il “dietro le quinte” di un articolo. È l’occasione per spiegare la linea editoriale della rivista, l’approccio alle vicende del mondo, il lavoro di riflessione a più voci da cui scaturisce un articolo.

Tocca poi a Carla Cotignoli, del Servizio informazione focolare, rispondere a Chiara, giovane avvocato, sulla funzione di questo servizio stampa in contatto con tanti giornalisti interessati alla vita, alle idee, alle attività del Movimento dei focolari.

E infine un flash su NetOne, la rete di comunicatori che si ispira al carisma dell’unità e che coinvolge anche numerosi giovani. A rispondere sull’incidenza che tale riflessione ha sulla vita professionale e sugli studi è Maria Chiara Di Lorenzo.

 

Passo successivo il web. Immaginate il Movimento dei focolari in tutte le sue articolazioni a livello centrale e nei diversi Paesi del mondo; pensate a 37 edizioni internazionali di Città nuova; prendete in considerazione i numerosi centri studi delle diverse discipline sorti all’interno dei Focolari. Vi piacerebbe capire come mettere in rete e nella Rete tutto questo? Nessun problema, c’è già un progetto ben articolato e dalle mille potenzialità. Sentire Giulio Meazzini, che lo sta coordinando, per credere.

 

Che questo sia pane per i denti dei presenti, nati e cresciuti con Internet, manco a dirlo. Prova ne sia che nei successivi lavori di gruppo, all’interno dei quali si riflette su linguaggio, contenuti e strumenti della loro comunicazione, non appena si tocca il tasto Facebook e social network, non si finirebbe più.

C’è la voglia di comunicare ad altri giovani il proprio stile di vita e di pensiero non senza difficoltà in un mondo che pensa e vive tutt’altro; si avverte l’importanza di essere protagonisti all’interno della Rete e non di subirla, come raccontano da Trento alcuni che sono riusciti a far chiudere sul social network un gruppo razzista; non manca l’esigenza di riflettere insieme su tematiche inerenti alla comunicazione interagendo in maniera dinamica con esperti, ma senza tralasciare le esperienze e la professionalità di tanti giovani che già operano in questi campi.

Aurora Nicosia

 

 

Paradisi fiscali e paradisi cristiani

 

«Sono rimasto scandalizzato per l’articolo “Ci giochiamo il paradiso fiscale” pubblicato su Città nuova nel marzo scorso. Quell’articolo non può essere uno scherzo, eppure dimostra chiaramente che certi cattolici hanno completamente perso di vista il cristianesimo! L’attuale catto-comunismo ha snaturato il messaggio cristiano e pur di non riconoscere l’errore di queste scelte “sinistre” si arriva a condividerne gli obiettivi. Per fortuna c’è il ministro Tremonti che parla di eticità in economia. Come cristiano cattolico praticante mi vergogno di essere assimilato in qualunque modo a Prodi, Veltroni e Rosy Bindi».

Sauro Mercuri

 

Caro Mercuri, l’articolo in questione con un tono, questo sì, un po’ “leggero”, voleva stigmatizzare un antico vezzo molto italico (ma non solo) di evadere le tasse, approfittando nel caso in questione dei paradisi fiscali, contro i quali s’è ultimamente scagliato proprio il ministro Tremonti, peraltro fine conoscitore dei loro meccanismi per averli a lungo studiati. Non vedo perciò cosa c’entrino i catto-comunisti in questa diatriba. D’altra parte, nessuno di noi può dare a precisi personaggi politici la patente di “cristiano”, sia che si posizionino a destra o a sinistra. Può farlo solo Colui che conosce veramente le nostre coscienze. A noi sta cercare di essere cristiani.

 

 

Michael Jackson disprezzato?

 

«Sento nel cuore il desiderio di esprimere la delusione provata nel leggere l’articolo di Franz Coriasco su Michael Jackson nel n° 14/2009. Ho sempre apprezzato la rivista Città nuova per la capacità di esporre le più svariate notizie e argomenti sospendendo il giudizio personale e diffondendo sempre e comunque il messaggio evangelico. Non parlo da fan di Michael Jackson, seppur riconosco il suo talento e considero con sensibilità la sua sofferta infanzia, ma piuttosto da figlia di Dio che è misericordia e amore e che abbraccia tutti i suoi figli, tra cui Michael Jackson e i giornalisti che bersagliano con presunzione e spirito denigratorio. Credo che questo modo di scrivere renda Città nuova una rivista come tutte le altre».

Roberta Bicego – Recoaro Terme

 

Cara Roberta, la tua lettera esprime un’esigenza che per tutti noi della rivista è un imperativo: «Tutti sono candidati all’unità», ci ricordava a ogni piè sospinto Chiara Lubich. Quest’esigenza non la dimentichiamo, fa parte del nostro Dna. Il fatto è che nel contempo dobbiamo essere giornalisti, e dobbiamo poter esprimere un pensiero di condivisione o di distanza da certe idee o certi comportamenti. Nel caso di Jackson materia ce n’era non poca al riguardo. Talvolta, questo è vero, un semplice aggettivo sbagliato o inappropriato può dare il tono ad un intero articolo, e stravolgerne il senso più profondo. Ho comunque riletto il “pezzo” di Coriasco e posso assicurarti che, al di là del colorito vocabolario di cui il nostro critico musicale arricchisce i suoi articoli, nel suo cuore c’era una sconfinata tristezza per la ingloriosa fine di Jackson. Sentimenti di comprensione e, proprio così, affetto per un personaggio «troppo debole per uscirne vivo». (m.z.)

 

 

 Acqua sporca e acqua pulita

 

«Bello l’articolo sulle bottigliette, ma manca sempre qualcosa nei vostri articoli: che razza di acqua si trova nei nostri rubinetti? C’è di tutto e di più. Se bevi, o crepi o muori lentamente, non solo veleni ma cancerogeni in dosi folli. Mai sentito parlare dell’inquinamento dei fiumi? Questo spiega perché la gente si è buttata a bere acqua minerale…».

Sergio Lorenzutti

 

Fra i nostri lettori, Lorenzutti spesso ci invia i suoi ampi, apprezzati commenti, senza risparmiarci le sue critiche benevole anche se talvolta pungenti, quelle che fanno crescere una redazione se accolte con benevolenza e senso della misura. Questa volta Lorenzutti critica un articolo di Paolo Lòriga sulla questione dell’acqua potabile in Italia e dell’uso sconsiderato di acqua in bottiglia: dobbiamo però replicare che l’autore, dati alla mano, era stato esauriente nel dimostrare che i nostri acquedotti portano nelle case acqua il più delle volte assolutamente potabile. È un dato, non un’opinione. Il che non vuol dire che i nostri fiumi non siano troppo spesso inquinati; ma l’acqua che eventualmente se ne preleva viene regolarmente potabilizzata. Purtroppo, in questi casi, sa di cloro.

 

 

 Non sono diventata importante

 

«Mi brucia tanto non essere diventata importante a livello sociale e politico: non ho fatto politica, non ho fatto carriera, provo un senso di fallimento e anche un po’ di invidia per chi con facilità ha raggiunto traguardi che io inutilmente mi prefiguravo (la mia capa, le giovani ministre di Berlusconi, le giovani candidate di Franceschini…). Non è facile rassegnarmi e vorrei non provare questi sentimenti non belli. Aggiungo subito però che proprio nel Movimento dei focolari a cui aderisco dal 2005 sto vivendo questa esperienza come ricerca di una accettazione profonda: nell’attimo presente, nell’unità».

C.P.G.

 

La “società dello spettacolo”, che nei mass media trova non solo i veicoli di trasmissione dei modelli imperanti ma anche la finalità stessa della propria vita, porta a esaltare il successo “visibile” e a disprezzare il successo “invisibile”: una velina che passa in tivù avrebbe più valore di una madre che tira su quattro figli. Follie! Il valore di quel che si è e che si fa non è assolutamente proporzionale al successo “visibile”. Che la nostra lettrice non si faccia problemi! Non è tanto importante quel che si fa nella vita ma come lo si fa.

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