La posta di città nuova

Saremo presto un Paese multietnico Quando ci dicono, dati alla mano, che l’Italia sarà presto un Paese multietnico, forse ancora ci preoccupiamo, e pensiamo di primo acchito agli ultimi fatti di cronaca nera che hanno avuto per protagonisti gli immigrati. Se però si aggiungesse che saremo, sotto questo aspetto, come gli Stati Uniti e il Brasile, la costatazione ci spaventerebbe meno, anzi ci solleticherebbe il fatto di poter considerare italiani certi campioni come Audrew Howe. Anche duemila anni fa certamente i romani presenti nell’Urbe da molte generazioni erano una minoranza. Del resto, fra non molto tempo sarà frequente misurare quante componenti allogene alberghino nel nostro dna e in che percentuale. Giovanni Ruggeri – Bologna Sono perfettamente d’accordo con lei. Il problema non è certo legato al sangue e alla purezza della razza, come per i cavalli da corsa, quanto piuttosto alla cultura. E questa la si può acquisire e accrescere come è stato sempre nella storia dell’umanità Di recente, come tutti sappiamo, una diffusa delinquenza importata particolarmente dalla Romania ha fatto mutare in avversione le nostre precedenti simpatie per quel popolo, che ha reagito ricambiandoci della stessa moneta. Eppure il popolo rumeno, fra tutti i cosiddetti neolatini, era ed è il più orgoglioso della propria ascendenza romana. Non c’è quasi città, fra il Danubio e i Carpazi, che non sia sorta su un castrum di legionari. E con loro si sono talmente inculturati i daci, in meno di due secoli di permanenza dalle legioni di Roma oltre il Danubio, che nei successivi dieci secoli dalla partenza ufficiale delle legioni, la popolazione ha continuato a parlare latino e a difendere dai turchi la regione dei Carpazi, insieme a quanti, fra i legionari, avevano voluto restare. Oggi è bello vedere, anche in Italia, dove ci sono classi miste, i bambini di tutte le etnie fraternizzare tranquillamente. Ciò naturalmente non toglie che si debbono mettere in atto quei provvedimenti di tutela della sicurezza dei cittadini che sono indispensabili quando la loro inadeguatezza consente, come è accaduto, troppo ampi margini all’illegalità e alla violenza. La politica e il buon senso In questo periodo, guardando la politica italiana, mi torna in mente una frase che anni fa un mio professore ci disse a proposito della religione cattolica: Perché si affermi veramente il cattolicesimo in Italia, ci vorrebbe un periodo di dittatura comunista. Cambiando i termini, mi verrebbe da dire: Perché si affermi veramente la democrazia in Italia, ci vorrebbe un periodo di dittatura ferrea. La mia è una semplice battuta, perché credo non siamo a questi limiti, ma assistiamo ad un cambiamento continuo dei partiti. Alberto Di Girolamo – Marsala La sua lettera fa appello al buon senso che, a quanto si vede, difetta sempre di più, a partire dai piani alti. Anche all’estero le nostre azioni sono in forte ribasso; basti vedere il recente articolo sull’Italia del New York Times. Gli italiani, sempre più vecchi, più poveri, più tristi, appaiono esattamente l’opposto di quella che è l’immagine attraente del made in Italy. Mancano in quell’articolo i segnali di cambiamento che invece ci sono, almeno nelle imprese italiane, mentre ciò che regredisce sempre è la mano pubblica. Persistono al tempo stesso alcuni luoghi comuni negativi che riguardano più il nostro passato che il presente. Ogni governo che succede a un altro troppo spesso si preoccupa di distruggere quello che i predecessori hanno avviato. E tutto ciò allontana dall’Italia gli investitori esteri. Il concetto di laicità è nato con il cristianesimo A qualcuno sfugge che il concetto di laicità è nato con il cristianesimo. La vera laicità però permette la libertà di espressione di tutte le componenti della società. Quindi i cattolici come i buddhisti, gli islamici, gli ebrei, i marxisti devono essere liberi di esporre le proprie opinioni, proporre o criticare leggi e dare il proprio contributo per il bene della società, dopodiché ognuno fa le proprie scelte; i singoli cittadini come i parlamentari, ecc. La Chiesa cattolica non impone nulla a nessuno; propone e difende dei valori che non sono essenzialmente religiosi e che spesso sono condivisi anche da molti laici e non credenti. Chi l’accusa di ingerenze nella vita civile del Paese potrebbe essere definito integralista in quanto vorrebbe imporre un pensiero unico. Simone Hegart Risponde Antonio Maria Baggio: Concordo con lei nel sottolineare che il cristianesimo ha dato un importante contributo alla formazione dell’idea di laicità. È sufficiente guardare al lungo cammino storico attraverso il quale quest’idea si è formata, e che ha portato al riconoscimento della corretta e reciproca autonomia dei diversi campi dell’attività umana: laicità significa liberazione da ogni forma di controllo ideologico e totalitario che impedisca lo sviluppo e la libera espressione delle persone nei diversi settori in cui agiscono. Rispetto delle libere scelte degli altri e consapevolezza dei limiti che ciascuno – persona od istituzione – deve dare al proprio potere: questa è la laicità correttamente intesa. E si giunge ad intenderla pienamente proprio nel corso del Novecento, il secolo che ha sperimentato il nonlimite nell’uso istituzionale della forza, che i diversi regimi totalitari hanno fatto, per imporre verità e confessioni ufficiali. Il cristianesimo – nonostante gli errori umani che pure sono stati compiuti – ha grandemente contribuito alla formazione di questa cultura del rispetto e del limite; ad esempio, elaborando la distinzione tra il potere spirituale e quello temporale, aiutando così a porre un limite all’idea stessa di potere. La cultura cristiana ha compreso – diversamente da ogni forma di assolutismo su base religiosa e da ogni fondamentalismo – che le realtà umane hanno una loro autonomia, e che gli uomini sono in grado di distinguere il bene dal male perché uomini, anche se appartengono a religioni diverse, o anche se non hanno una convinzione religiosa. Ma il contributo più grande è stato certamente quello di avere trasmesso all’umanità l’idea della persona, come espressione culturale della rivelazione trinitaria. Una persona portatrice di diritti e di doveri, capace di libertà e di responsabilità. Incontriamoci a Città nuova, la nostra città MA CHI L’HA DETTO CHE I GIOVANI NON LEGGONO PIÙ? Negli stand che ospitavano a Roma la Fiera della piccola e media editoria a inizio dicembre, fra i 400 espositori di questa sesta edizione si poteva trovare anche quello di Città nuova,rivista ed editrice. La manifestazione, definita un’avventura della conoscenza, che viene esaltata dagli oltre 200 incontri, presentazioni, dibattiti a cui partecipano decine di autori, di studiosi, di personaggi legati al mondo del libro è stata premiata da grande affluenza di pubblico. Ecco la riflessione giuntaci da Pina, impegnata ad accogliere i visitatori nello stand di Città nuova. Si sono fermate guardando le copertine e i titoli circa 1.200 persone. Di queste il 65 per cento erano giovani sotto ai 25 anni. A questo punto diventa d’obbligo farsi una domanda. Ma chi l’ha detto che i giovani non leggono più? Io li ho visti così interessati e seriamente impegnati nella ricerca di testi che aprono orizzonti nuovi su temi quali la politica, l’economia, il mondo affettivo, l’amore, l’etica, la famiglia, il sano umorismo e il senso della vita. Ho visto adolescenti e giovani normali, dai piercing variopinti, jeans strappati, ciocche di capelli verde, rosso, azzurro fermarsi, e mi sono chiesta: dov’era finita quell’indifferenza con la quale troppo spesso si etichetta la gioventù moderna? Ho visto una ragazza che non superava i 20 anni acquistare quello che forse io stessa definirei un mattone di 500 pagine e forse più. E un giovane tutto rivestito ad etnico con i capelli alla Bob Marley fermarsi e sfogliare libro per libro la collana dei testimoni. E un adolescente di 1 metro e 90, che faceva di tutto per sembrare un duro, fermarsi, sfogliare Gibì e DoppiaW,con una tranquillità e un sorriso sereno da orecchio ad orecchio. Insomma non posso e non voglio credere che queste decine e decine di giovani siano state un’eccezione, rispetto a chissà quali percentuali e statistiche recondite, perché li ho visti e sentiti veri. Piuttosto credo che tutto vada ridimensionato, e questo non può che far bene a loro, ma anche a chi ha la responsabilità etica e morale di proporre testi adeguati che aiutino al sviluppo integrale della persona. Insomma, se c’è una buona semina da parte dell’editoria, c’è anche la possibilità nei giovani di un raccolto abbondante, variopinto, pieno di idee, prospettive, testimonianze, formativo e propositivo allo stesso tempo, interculturale… e chi più ne ha, ne metta! Eh sì, è una bella sfida per tutti, chi fa libri e chi legge. Era forse questo l’intento di un titolo così arduo: Più libri più liberi?. Pina Azzolina – Roma Indirizzare i vari contributi a: rete@cittanuova.it

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