La Posta di Città nuova

La posta di città nuova

Incontriamoci a “Città nuova”, la nostra città

 

La parabola del seminatore

 

Armeggiando per la prima volta col computer, il piccolo Francesco, seconda elementare, otto anni appena compiuti, ha confidato al suo nuovo amico elettronico l’esperienza vissuta a scuola poche ore prima, durante un’interrogazione.

Come lui stesso afferma, Città nuova non gli è estranea. Per questo abbiamo chiesto a Francesco e alla sua mamma il permesso di pubblicare questa paginetta di diario, certi di fare una cosa gradita ai nostri lettori, non meno di quanto lo è stato per noi della redazione, che accogliamo honoris causa a braccia aperte Francesco nella nostra comunità.

Il testo appare tal quale è stato scritto, senza alcun intervento redazionale, perché ci è sembrato fosse, in questo modo, molto più spontaneo e incisivo.

 

Io come ogni bambino in classe ho raccontato un pezzo della parabola e ho spiegato l’ultimo; siccome ero l’ultimo c’erano meno cose da dire e allora la maestra mi ha fatto questa domanda: «Cosa succede quando la sua Parola cade nel terreno buono?». «Succede che si forma una comunità per aiutare». Quando ho finito di dire questa frase mi sentivo come una frase che dalla pancia mi rimbomba nella bocca e che non posso fare a meno di dire.

In quel momento la maestra disse: «Da dove l’hai imparata questa parola?».

«Dalla rivista Città nuova»; e allora mi ha fatto questa ultima domanda. «Ma come si fa a far capire l’importanza della Parola di Dio?».

«Prima bisogna esprimersi dicendo tutto quello che provi e che conosci di bello. E fare capire l’importanza dell’esperienza della Parola di Dio nella comunità.

«La comunità per me è un posto dove ci sono tante persone che stanno bene insieme, convivono insieme aiutandosi, tipo a Loppiano, in famiglia, in classe, per strada, insomma tutte le volte che si incontra insieme qualcuno con l’altro».

La maestra di italiano aveva gli occhiali sul naso e la faccia rossa. Invece la maestra di religione aveva i capelli ritti sulla testa e la faccia rossa anche lei.

Francesco – Milano

 

 Ma volete l’Africa in casa?

 

«Nel n. 10 di Città nuova l’articolo di Paolo Lòriga “Un’Europa fortezza e un’Italia blindata” riportava sull’immigrazione la posizione ritenuta da larga parte della sinistra più i vescovi, Famiglia cristiana, ecc. Interpreto: nessuna chiusura delle frontiere, solidarietà, condivisione, giustizia coniugata con legalità e via dicendo.

«Cosa si auspica? Che, vista la tragedia dell’Africa, l’Italia dovrebbe accogliere tutti gli africani che desiderano lasciare la propria terra? E come si pensa di mantenere, curare, alloggiare questi migranti, molti dei quali sanno fare poco o nulla in campo lavorativo? Sarebbe utile dibattere questi problemi e non adottare posizioni che, talvolta, sembrano solo dogmatiche. Servirebbe, forse, l’equivalente di un Piano Marshall per l’Africa. Occorrerebbe impegnare l’Europa e garantirsi il buon utilizzo degli aiuti per risolvere il problema alla radice».

Roberto Andreani – Grottaferrata (Rm)

 

Spiace che l’uso di termini come solidarietà e condivisione vengano automaticamente associati ad un’accoglienza ingenua e irrazionale, priva di giustizia e legalità. Noi non ipotizziamo di spalancare le frontiere. Ci sono, infatti, leggi nazionali e internazionali che vanno rispettate e fatte rispettare. Piuttosto ne auspichiamo di migliori. Ma non può prevalere – con lo scopo di rincorrere le paure enfatizzate dai mass media – una logica repressiva, come fonte ispiratrice di provvedimenti (“pacchetto sicurezza” e respingimenti) di un governo che vuole costruire il futuro. Tanto più che la stragrande maggioranza degli immigrati continua a dare prova di abilità lavorative e capacità imprenditoriali.

All’Italia – come lei si auspica –, proprio per la strategica posizione geografica, spetta un compito più alto: tornare a puntare su una cooperazione lungimirante, coinvolgendo gli smemorati altri Paesi ricchi, e premere sull’Unione europea per una strategia comune sui migranti, non solo africani, ma anche dell’Est vicino e lontano. (p.l.)

 

 

Non una ma tre rose

 

«L’altra sera a Roma, in piazza di Spagna, un giovane indiano mi si avvicinò per vendermi una rosa. Gli dissi subito: “No, grazie”, perché la rosa non mi serviva, ma gli posi anche alcune domande: “Come ti chiami? Quanti anni hai? Hai una mamma? Dove si trova? Quanti anni ha? Tu dove abiti? Guadagni bene vendendo rose?”. A questo mio interesse lui rimase sorpreso e felice, tanto da volermi regalare per forza alcune rose, e mi disse che gli ricordavo e gli sembravo la sua mamma».

Maria Mazziotti – Foggia

 

 Princìpi cristiani e princìpi umani

 

«Siamo abituati alle esternazioni dell’on. Fini, ma ho trovato singolare, oltre che ovvia, la sua affermazione: “Le leggi dello Stato non devono essere ispirate da princìpi religiosi”.

«A me non risulta che il papa o dei vescovi cattolici abbiano sollecitato leggi che obbligano alla partecipazione della messa domenicale o al digiuno quaresimale. Questi sì, sarebbero dei princìpi religiosi che non possono essere imposti a tutti. Ma ci sono dei valori che ancor prima di essere cristiani sono umani e universali e la loro difesa o promozione non può essere definita “ingerenza”.

«Recentemente in Svezia una donna si è sottoposta ad amniocentesi per verificare il sesso del nascituro. Delusa per non poter avere il maschietto che tanto desiderava, ha chiesto ai medici dell’ospedale di Malaren di poter interrompere la gravidanza. Una speciale commissione si è pronunciata nel senso che una simile richiesta non potesse essere rifiutata, giacché l’aborto è un diritto inalienabile della donna.

«Mi domando se le proteste della Chiesa luterana siano considerate delle “ingerenze” e se non fosse il caso che anche l’on. Bonino e le femministe protestassero per un atto palesemente discriminatorio nei confronti dei nascituri femmine».

Fernando Cabildon

 

Certamente, come in ogni intervento abortivo, e dunque anche in questo, si configura innanzitutto un atto discriminatorio verso il nascituro indifeso. Secondariamente, in questo caso, come lei rileva, l’atto è doppiamente discriminatorio, perché è motivato dal rifiuto di un nascituro femmina. E per affermare ciò non c’è bisogno di appellarsi a princìpi religiosi.

 

 

Protagonista l’uomo

non solo il credente

 

«Carissimi tutti di Città nuova, sono andato a trovare dei miei amici e casualmente mi sono fermato a leggere una rivista che ho trovato a casa loro: era Città nuova. Complimenti per la vostra rivista, per gli argomenti vari che trattate che hanno come fine l’uomo, non solo il credente, e perché li trattate con competenza».

Giuseppe Tessitore – Napoli

 

 Si parla già di campagna antipapa

 

«Da decenni ormai è evidente che in Europa è in corso una campagna anticristiana e soprattutto anticattolica. Certa stampa, non esclusa quella italiana, tende, con abili manipolazioni ed estrapolare scritti e parole, a veicolare l’immagine degli ultimi due pontefici quasi sempre in termini ipercritici perché ritenuti “scomodi” per il loro magistero sui temi etici.

«Sorprende che alcune forze culturali e politiche che in un recente passato mettevano in primo piano il bene comune, oggi siano in prima linea nel favorire una società individualista che privilegia i diritti personali; diritto all’aborto come mezzo di controllo delle nascite, all’eutanasia, al suicido assistito, al matrimonio tra persone dello stesso sesso, ecc. Ma cosa hanno prodotto certe leggi in altri Paesi? Se lo stanno chiedendo anche non pochi analisti laici.

«Si accusa la Chiesa di ingerirsi in campi non di sua competenza ma, come scrive Civiltà cattolica, da noi sembra proibito pensare ciò che è pacifico negli Usa… Impedire alle Chiese di esprimere la loro posizione su qualsiasi argomento è atto non di laicità, ma di ostracismo verso un sistema di valori che non fa parte della cultura dominante».

David Salvadori

 

Concordo col lettore, anche se sottolineerei pure la responsabilità di tutti i cristiani di testimoniare a fatti e a parole il Vangelo. Senza “irritare”, per partito preso, chi la pensa diversamente. L’invito evangelico al “sì sì, no no” presuppone la testimonianza di vita e il rispetto per il “diverso” da sé.

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