La politica, un obbligo morale

Giuseppe Lazzati: studioso, impegnato nell'Azione cattolica, politico, rettore dell'Università cattolica, servo di Dio.
Madre Tersa

Chiacchieravo con un amico prete. Il discorso finì sui laici. «L’Azione cattolica – sosteneva – una volta aveva formato uno stuolo di laici che s’impegnavano in politica, nel sindacato, nell’imprenditoria. Oggi manca una fucina spirituale e culturale così poderosa». «È così – risposi –. Anche oggi però ci sono laboratori cattolici di formazione politica, ma non sono ancora così diffusi e determinanti».

Un argomento su cui riflettere. Dove sono finiti i Lazzati, i La Pira, i Dossetti, i Giordani, i De Gasperi, i Moro? (per far nomi in ambito democristiano; altrettanti se ne potrebbero fare per altri schieramenti). Sembrano spariti dall’attuale classe politica, che – a quanto propongono i media – pare distinguersi per l’accentuata propensione a litigare e a incolparsi vicendevolmente per scandali veri o presunti; per l’ossessione a raccattare voti più che a elaborare un serio progetto politico; per la sfrontatezza ad usare qualunque mezzo pur di rimanere agganciata al potere.

Per fortuna non tutti i politici sono così: tanti, forse nascosti, sono quelli che lavorano alacremente per il bene comune. Ma paiono lontani i tempi in cui La Pira, al Consiglio comunale di Firenze, osava dire: «Ebbene, signori consiglieri, io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa: voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia! Ma non avete il diritto di dirmi: signor sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro, senza casa, senza assistenza. È il mio dovere fondamentale questo: dovere che non ammette discriminazioni e che mi deriva prima che dalla mia posizione di capo della città, dalla mia coscienza di cristiano».

 

La fedeltà al Vangelo e alla coscienza aveva l’assoluta priorità su ogni scelta politica. Uno che ha vissuto coerentemente questi ideali è stato Giuseppe Lazzati. Per questo oggi più che mai vale la pena ricordarlo. Cogliendo l’occasione del centenario della sua nascita.

Lazzati fin da ragazzo sentiva l’attrazione alla santità. Non vedeva la sua strada nel sacerdozio. Il suo posto lo sentiva come laico, uomo fra gli uomini, tutto proteso però a santificare ogni aspetto della vita: «Voglio diventare santo. Cercherò di possedere le verità della fede con tutta l’anima, di farle succo del mio sangue, perché ad esse ogni mio atto si conformi».

Da questa prospettiva scaturì il suo impegno politico. Dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale e la personale esperienza del lager nazista, avvertiva l’opzione politica come un obbligo per ogni battezzato, chiamato a realizzare il bene comune e a ordinare le realtà terrene secondo il piano di Dio.

I primi passi non furono ovvi. Comprendeva che non erano sufficienti le buone intenzioni: «Un bravo cristiano può mandare in malora un comune, se non sa cosa vuol dire fare un bilancio».

Di quei tempi scrisse: «Il giudizio comune degli amici con i quali allora si lavorava, Dossetti, Fanfani, La Pira, era quello di non impegnarci direttamente nell’azione politica. Di non farlo perché non eravamo preparati, non tanto e non solo come singole persone, ma come ambiente cattolico: i cattolici non erano preparati a seguirci sulla strada che andavamo ipotizzando. Era necessario un lungo, paziente e capillare lavoro di preparazione culturale, non solo di vertice, ma alla base, la quale certamente solo così avrebbe potuto recepire il frutto del nostro lavoro e il significato delle proposte politiche che venivamo facendo».

 

L’incalzare degli avvenimenti li portò però a entrare nell’agone politico. Lazzati fu parlamentare alla Costituente, poi nella prima legislatura. Se a Dossetti era riconosciuta la leadership politica, a lui, nel gruppo democristiano a cui apparteneva, era riconosciuta quella etico-religiosa.

Nel ’53 si ritirò dalla vita del partito senza tuttavia abbandonare la dimensione politica, che continuò a perseguire lavorando per formare a “pensare politicamente”. Nella sua visione il cristiano non s’impegna in politica “da cristiano”, ma “da laico” spinto dalla motivazione cristiana: per concorrere al bene di tutti, collaborando per questo fine con tutti.

Ai laici, secondo Lazzati «non è chiesto, in prima istanza di convertire il mondo, ma di rimanere fedeli nel pensiero, nell’azione e nel metodo alle esigenze della propria vocazione, se vogliono rendere efficace la loro presenza nel mondo quale sale e lievito del mondo stesso».

Nel mondo laico – che costituisce il 97 per cento dei cattolici – alcuni potranno ritrovarsi nella visione di Lazzati, altri no. La laicità cristiana è bella perché è varia come vario è il mondo. Però, la franchezza di Lazzati nel ricercare la verità, la solidità nel seguire i dettami della coscienza, la determinazione a ritenersi vincolato dalle esigenze del Vangelo, la profonda unità con la Chiesa e la conoscenza dei suoi insegnamenti, rimangono valori imprescindibili per i tanti che sentono il suo stesso imperativo morale: vivere il cristianesimo impegnandosi politicamente. I tempi richiedono persone di questo spessore.

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