La più grande sete

È difficile immaginare un’Italia che per metà va arrosto e per metà annega nell’acqua. È difficile, dico, anche se di fatto siamo stati spettatori quotidianamente di questa emergenza almeno da un mese a questa parte. Da quando cioè ogni telegiornale ci mette davanti le inondazioni che avvengono al nord e le campagne della Sicilia inaridite come fossero il Sahel. Per non parlare delle code per raccogliere dalle autobotti un filo d’acqua potabile. Difficile, ripeto, perché in questi giorni, mentre a Roma non si trovava ristoro alla canicola, non riuscivo ad immaginare la situazione in cui si trovava mio fratello a Bologna, che aveva in casa quasi due metri d’acqua, anzi di fango, e mi descriveva in diretta al telefono la scena dell’inondazione che stava subendo. Finché non ho potuto, dopo qualche giorno, vedere io stesso il disastro e stupirmi ancor più della causa di esso: un piccolo fosso che, quando non è completamente secco, di questa stagione, per un temporale raccoglie al massimo 20 litri d’acqua al secondo, vederlo, dicevo, aumentare di colpo di 40 volte la sua portata e tracimare. Fenomeni che possono accadere una volta in un secolo, è stato sentenziato. Ma è anche stato spiegato che il cambiamento del clima, prodotto dall’innalzamento della temperatura del pianeta a causa dell’inquinamento atmosferico, avrebbe causato nel nostro paese una sorta di tropicalizzazione, con inaridimento del sud e forte aumento delle piogge estive al nord. È già accaduto. Le cassandre che a Rio de Janeiro nel ’92, a Kyoto nel ’97, e via via fino a ieri avevano predetto sventura, continueranno a restare inascoltate per i soliti “buoni motivi”. I paesi industrializzati – Stati Uniti in testa -, grandi inquinatori dell’atmosfera, non vogliono fare a meno di una fetta del loro benessere e decidersi a depurare con costi aggiuntivi le loro emissioni nocive. Quelli in via di sviluppo, detentori di ciò che resta del grande manto forestale del pianeta – capitanati dal Brasile -, non intendono rinunciare a finanziarsi con quello, e continuano a disboscare a ritmi forsennati. Per non parlare delle multinazionali che ci lucrano sopra. Mentre grandi paesi emergenti che si affacciano ora all’industrializzazione più avanzata, come Cina e India, vogliono raggiungere in breve tempo gli standard occidentali. Quando avverrà, sarà moltiplicato per cinque l’attuale tasso di inquinamento planetario. Davanti a questo panorama può sembrare poca cosa ciò che sta succedendo in Italia dove, se non altro, ci sarebbe stata la possibilità di difenderci da questi eccessi. Quanto meno, di attutirne l’impatto. In Sicilia il rifornimento idrico delle città è in crisi da anni perché non tutti gli invasi sono allacciati alla rete di distribuzione; e questa è talmente dissestata da disperdere nel terreno quasi la metà del suo carico d’acqua. Ciò, non a motivo di un improvviso terremoto, ma per incuria. E non è cosa di oggi, ma dura da decenni. Il che evidenzia le gravissime responsabilità degli amministratori che si sono succeduti, senza provvedere. Per non parlare degli interessi privati (a cominciare da quelli mafiosi) che si sono accaparrati, anche abusivamente, fonti del prezioso liquido. Quanto all’agricoltura, penso si possa dire che certe colture largamente bisognose di acqua in alcune zone del Mezzogiorno si sono estese oltre ogni ragionevolezza, fruendo di facili finanziamenti, senza tener conto del fatto che la disponibilità di acqua per l’irrigazione non era illimitata. A questo punto, ben vengano tutti i provvedimenti straordinari che si stanno prendendo, e vengano presto. Ben venga l’intervento dell’esercito e quello della protezione civile.Ma si ponga mano anche a quanto ordinariamente doveva essere fatto o impedito, anno dopo anno. La più grande sete che sta mettendo in ginocchio il nostro paese, forse è davvero quella del buon senso, che dovrebbe impedire lo scaricabarile delle responsabilità per il non fatto. E imporre l’esposizione al pubblico di piani seri per ciò che dovrebbe essere intrapreso con urgenza.

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