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Cultura > Arte e Spettacolo

La piroga e la Venere

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova


Nuovi tasselli per la ricostruzione della vita di un villaggio neolitico grazie ai rinvenimenti lacustri di Bracciano

Ritrovamenti sul lago di Bracciano

Intorno al V millennio a.C., come navigavano i nostri progenitori, e non tanto in quel mare che incuteva una paura atavica ed era sempre un’incognita con i mezzi di allora, ma su fiumi e su laghi? Mediante rozze zattere, secondo le teorie più accreditate fino a qualche tempo fa. Senonché parrebbero dimostrare il contrario – risalenti a quell’epoca così remota – i modellini di imbarcazioni in terracotta e soprattutto lo scafo ligneo rinvenuti nell’agosto del 1994 sul fondale del lago di Bracciano in località “La Marmotta”, a poca distanza da Anguillara Sabazia: reperti rivelatori di una insospettata capacità tecnica negli abitanti del villaggio neolitico che sorse colà, il più antico finora rinvenuto sulle sponde di un lago europeo.

Lungo quasi undici metri e largo poco più di uno, lo scafo – abbandonato in fase di avanzata lavorazione o di riparazione, come dimostrerebbero i pali di un rudimentale bacino di carenaggio tra i quali era rimasto incastrato – si presenta come l’anello mancante tra una “barca” vera e propria e una classica piroga monossile, formata cioè da un unico tronco d’albero scavato (in questo caso una quercia). Sarebbe dunque la più antica imbarcazione d’Europa: di qui il suo eccezionale interesse.

Non s’è trattato dell’unico rinvenimento del genere: cinque anni dopo questa scoperta, in un sito poco distante, è stata ritrovata una seconda piroga. Entrambe, dopo il consolidamento e il restauro all’interno di vasche che hanno permesso al legno di impregnarsi con materiale inerte, sono attualmente esposte al pubblico nel Museo Preistorico ed Etnografico Pigorini di Roma.

Avendo potuto assistere ad un filmato sulle campagne di scavo, sono rimasto affascinato, fra l’altro, dalla perizia degli archeologi subacquei, che in condizioni non certo facili hanno saputo sottrarre al limo del fondale non solo questi preziosi manufatti, ma perfino le testimonianze più minute relative all’economia agricolo-pastorale-venatoria su cui si reggeva quella antichissima comunità laziale. Ma più di tutto mi hanno emozionato le fasi della scoperta dei modellini di canoe, un unicum nel suo genere: indizio forse di un culto, le ho immaginate affidate alle onde del lago (sono infatti in grado di galleggiare), colme di offerte per qualche ignota divinità.

E una divinità, certamente, rappresenta la figurina femminile di 48 centimetri rinvenuta nel 2000 sotto il pavimento di una capanna del citato villaggio: probabile santuario, a giudicare dal suo corredo di oggetti verosimilmente di uso cultuale. Scolpita in steatite verde, dai seni e fianchi pronunciati, richiama una tipologia di Dea Madre diffusa in epoca neolitica nel Mediterraneo e nell’Europa dell’Est. È la cosiddetta Venere de La Marmotta, anch’essa ora in bella mostra al Pigorini.

Riproduzione riservata ©

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