la “pelle” di Carlo

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Eadesso cosa dirà?… Speriamo bene…. Era con una certa apprensione, in genere, che ci accingevamo ad ascoltarlo quando gli era richiesto di parlare in pubblico. Dato il tipo imprevedibile e fuori dagli schemi (fra l’altro si definiva non credente), ci aspettavamo di sentire prima o poi qualche eresia che avrebbe potuto scandalizzare qualcuno. E invece no: lui se la cavava benissimo e noi potevano tirare il fiato. E ciò perché il nostro amico di San Giovanni a Teduccio, alieno com’era dalle speculazioni astratte, si limitava a raccontare i fatti concreti della nostra nuova avventura. Carlo il nome, ma a ribattezzarlo con quello senz’altro più suggestivo di Che Guevara era stato Turi, e non a caso: l’aspetto del nostro amico ricordava infatti il guerrigliero argentino scomparso qualche anno prima e già considerato una leggenda da tanti giovani in fermento per la giustizia sociale prima e dopo il ’68: capelli lunghi, barba non curata, giubbotto e jeans trasandati… Carlo era rimasto lusingato da quella sorta di riconoscimento delle sue istanze. Ma come mai un tipo del genere si ostinava a frequentare la nostra compagnia? Mi piaceva – confessa oggi Carlo – come cercavamo di mettere da parte individualismo ed egoismo privilegiando l’altro, e come ci eravamo imposti di condividere anche il poco che possedevamo in quanto studenti (io allora ero iscritto a Fisica); ma più di tutto, partecipare alla nascita del Movimento Gen, i giovani dei Focolari, mi dava la possibilità di concretizzare in qualche misura certe aspirazioni di giustizia sociale così diffuse tra la gioventù mondiale di quegli anni. La nascita di un movimento per la seconda generazione dei Focolari aveva anticipato la fiammata del famoso Maggio francese del ’68. Tra noi si parlava di rivoluzione arcobaleno, di guerriglia gen, di contestazione sì, ma contro l’uomo vecchio che è in noi… E già da subito, senza farci problemi, presentavamo in pubblico il nostro ideale – l’unità – per lo più attraverso le nostre canzoni: il veicolo più comune tra i giovani di allora per diffondere un messaggio. Con la sua faccia da Che, anche Carlo era entrato a far parte del nostro gruppo musicale, il Gen Sole. Come mai, dato che era assolutamente stonato? Era andata così. Dopo l’episodio increscioso di Altamura, dove ci eravamo azzardati a suonare in pubblico senza i nostri due chitarristi, venuti meno all’ultimo momento (per fortuna Franco ci era venuto in soccorso da Bari), per non rischiare altre brutte sorprese avevamo cercato nuovi elementi, magari meno dotati musicalmente ma tutti votati alla causa. Uno di questi era stato appunto lui, Carlo, che docilmente si era assoggettato a sfibranti prove con la chitarra ritmica. Era un fatto esclusivamente meccanico, in quanto le note non le sentivo proprio. Ma funzionava. Nel luglio del ’69, assieme ad altri del Gen Sole, Carlo percorreva su un pullmino Volkswagen i Balcani e la Turchia, diretto a Beirut per animare la prima Mariapoli medio-orientale. Il suo rimpianto di aver perso alla tv lo spettacolo, il 20 luglio, dei primi uomini sbarcati sulla Luna, fu compensato, all’andata, da un altro momento storico nella tappa di Istanbul: l’incontro al Fanar, quello stesso giorno, col patriarca Atenagora, grande anima dell’ecumenismo che avevamo imparato ad amare: Non dimenticherò mai quei suoi occhi intensi: aveva qualcosa di speciale quell’uomo. E a proposito delle sue esibizioni sul palco della Mariapoli libanese: Pensa – ridacchia -, mi ha scritto poi una ragazza di lì dicendo che avevo una voce fantastica, io che facevo solo finta di cantare!. E come dimenticare quei fine settimana alle falde del Vesuvio, dove un capannone e un campetto di calcio accoglievano, oltre a noi, i fratelli Lamagna, Ciro, Gino, Lucio, un seminarista che suonava la batteria nel Gen Sole, e altri…? Per non smentire la sua impermeabilità all’argomento religione, di quelle gite a Sant’Anastasia Carlo ricorda le animate partite a pallone, più che le meditazioni. Ma soprattutto il fatto che ci si voleva bene nella semplicità e spontaneità. Ad un certo punto, per tenere collegati quanti ci avevano conosciuti, ci siamo distribuiti il territorio, e a Carlo è toccata l’isola di Procida. Per due-tre anni di tanto in tanto prendevo il traghetto per radunare alcuni ragazzi di lì: pernottavo presso uno di loro, Davide, come me studente di fisica. Procida mi è rimasta nel cuore proprio per quello. Per Carlo l’esperienza con i gen è risultata breve ma intensa. Quando lui l’ha considerata conclusa era già la fine del 1970. Ma cosa aveva motivato quel distacco? Dal settembre al novembre di quell’anno era andata in porto, dopo un iter quanto mai tormentato, la legge sul divorzio in Italia. Legge inaccettabile per la Chiesa che, in- vocando lo strumento referendario, invitava i cristiani ad impegnarsi per tutelare quei valori ritenuti essenziali per il bene della famiglia. Città nuova non era stata da meno nel sostenere questi stessi valori, a costo di scontentare non pochi dei suoi lettori: la fedeltà a Cristo, non certo ad un partito, esigeva anche questo. Fatto sta che tra quanti, ritenendo implicato con la Dc un Movimento fin allora ritenuto super partes, si erano sentiti traditi nelle loro aspettative, c’era appunto anche il nostro Che. Di qui il suo tagliare i ponti – almeno temporaneamente – con i vecchi amici, per concentrarsi sugli studi, laurearsi e iniziare l’insegnamento. Poi, nell’80, il matrimonio con Lucia, una ragazza della provincia di Avellino, e il trasferimento a Verona, dove avrebbe insegnato una diecina di anni in un istituto tecnico- elettronico. Al tempo stesso si interessava di software gestionale, oggi la sua attività principale, mentre all’insegnamento dedica alcune ore presso una scuola privata. Dopo anni di silenzio, avevo cominciato un contatto epistolare con Carlo. Più raramente di me, data la sua scarsa propensione per la scrittura, mi rispondeva l’amico. Ma sempre, nelle sue lettere, riscontravo tracce dell’idealista che era rimasto, con la disponibilità verso gli altri a lui connaturale, con il suo impegno a lasciare qualcosa di positivo agli alunni non solo dal punto di vista culturale e professionale. Un paio di volte, il mio lavoro mi aveva anche portato a Verona, dove avevamo avuto la gioia di rivederci. Ricordo ancora – mi scrisse nel novembre dell’84 dopo una di queste visite – le nostre lunghe discussioni esistenziali fatte a casa mia. È stato come risvegliarsi, dopo anni di torpore, a queste tematiche con un interlocutore (tu) che aveva delle grandi certezze, ma che allo stesso tempo rispettava la mia visione della vita che non aveva prospettive, ma si fermava nel buio della morte. Ti ringrazio di avermi fatto ritrovare il piacere di essere ascoltato, e spero di essere stato anche io disponibile ad ascoltarti. È stato bello ritrovare un amico che non mi voleva convertire, ma essermi vicino anche negli hobby comuni. Nell’aprile dell’85, riferendosi alle mie convinzioni, ribadiva: Anch’io ho un concetto guida: l’amore e il rispetto verso il prossimo; questo mi è di grande aiuto, ma non riesce a coprire certi aspetti che ti lasciano un vuoto enorme dentro. Il riferimento è alla morte improvvisa delle persone che ti sono care, al vedere come i loro corpi si decompongono e non lasciano traccia di sé; a parte il ricordo che può restare in noi. E il mio pensiero va al significato della nostra esistenza, o meglio del nostro veloce passaggio sulla terra. Io risolvo parzialmente il problema cercando di non attaccarmi a niente…. Sono lettere di cui Carlo aveva perso il ricordo: È sorprendente che anch’io ti abbia risposto qualche volta, perché per me esisteva solo il lavoro. Anche il sabato e la domenica. Era per me come una droga. Probabilmente volevo fuggire da qualcosa…. Poi, non potendo aver figli, un tentativo fallito di adozione che avrebbe lasciato un lungo doloroso strascico. Il tutto reso ancor più penoso da problemi di salute e dall’essere privi sia lui che la moglie del sostegno di parenti o amici a Verona. Molti, purificati dal dolore che sempre ti pone davanti alla verità, scoprono o riscoprono la fede. Non è stato il caso di Carlo: eppure destano in me ammirazione la dignità e il pudore con cui accenna senza lamentarsi a queste che un credente considera prove; come pure la sua fedeltà a certi valori, lo sforzo di dare un senso alla vita dedicando parte del suo tempo agli altri. Se no ti riduci a portare a spasso il cane o a sciare nei fine settimana. Comunque – aggiunge dopo una pausa di silenzio – ti ringrazio perché per tuo tramite mi sento tuttora legato ad un’esperienza che per me è stata fondamentale.Anche se vai avanti senza il supporto della fede, è bello costatare che un certo stile di vita ti rimane appiccicato addosso, come una pelle. C’è anche chi se ne accorge e ti apprezza. Certo, non ci sono più quei grandi obiettivi da raggiungere, però non mi voglio arrendere. In fondo non starei sempre alla ricerca.

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