La “pax cinese” fra Iran e Arabia saudita

La Cina sta da qualche tempo conquistando spazi in Medio Oriente, e non solo a livello commerciale: con la recente inedita mediazione tra Iran e Arabia saudita i cinesi si impongono anche a livello diplomatico, proponendosi in un ruolo che era finora ritenuto prerogativa degli Usa
Hossein Amirabdollahian (Iran), Qin Gang (Cina), Faisal bin Farhan Al Saud (Arabia) si stringono la mano a Pechino (Iranian Foreign Ministry via AP)

Il fatto non è facile da cogliere in sé e nelle possibili ampie ripercussioni che lascia intravedere, e anche diplomaticamente è sorprendente: mi riferisco all’accordo firmato il 10 marzo scorso a Pechino fra Arabia Saudita e Iran con la mediazione della Cina. La repubblica islamica (sciita) dell’Iran e il regno (un po’ più sunnita e un po’ meno wahabita) dell’Arabia saudita, confinanti tramite il Golfo Persico, avevano interrotto le reciproche relazioni diplomatiche, da tempo molto problematiche, nel gennaio 2016, dopo l’esecuzione capitale dello sceicco sciita Nimr al Nimr, un suddito saudita che era stato giudicato colpevole (2014) di ribellione armata, disobbedienza alla monarchia e di aver favorito gli interessi del vicino e nemico Iran.

Sauditi e iraniani, da sempre e particolarmente negli ultimi 10-12 anni, si erano schierati su fronti contrapposti: il terribile conflitto per procura dello Yemen non è stato certo l’unico teatro di scontri fra i due Paesi. Basti pensare alle contrapposizioni in Siria, Iraq e Libano.

Un accordo, quello firmato a Pechino, che prospetta, fra il resto, non solo la riapertura a breve di reciproche relazioni diplomatiche fra le due maggiori (e nemiche) potenze regionali, ma che soprattutto introduce la Cina quale inedito garante diplomatico, estromettendo in qualche modo gli Usa da un ruolo che in Medio Oriente e per molto tempo era stato suo appannaggio esclusivo, perlomeno nei confronti del mondo sunnita. L’alleanza petrolifera tra Usa e Arabia saudita era diventata centro degli equilibri geopolitici mediorientali a partire dall’emblematicamente famoso incontro a bordo dell’incrociatore Quincy tra il presidente Roosvelt e re Ibn Saud, nel febbraio 1945.

La presenza della Cina in Medio Oriente è di certo più recente, ma da tempo non più marginale. Anzi Pechino rappresenta ormai il 30% del commercio internazionale dell’Iran ed è allo stesso tempo il maggiore mercato di esportazione del petrolio saudita: l’Arabia è diventata il più grande fornitore di petrolio alla Cina. E le forniture di tecnologia delle telecomunicazioni e di intelligenza artificiale della Cina verso il Medio Oriente sono ormai un fattore importante e tutt’altro che trascurabile di commercio.

Se l’accordo con la Cina è quasi obbligato per Teheran, per cercare di uscire da numerose impasse, non è però meno importante per l’Arabia, come scelta per lo sviluppo della Saudi vision 2030 del principe Mohammed bin Salman.

Ma al di là di questi ed altri aspetti economici e degli incentivi eventualmente offerti dai cinesi, quello che è importante sottolineare di questa nuova prospettiva è il diverso modello di sicurezza che la Cina sembra offrire ai sauditi rispetto a quello statunitense, certamente non ancora ripudiato ma anche molto meno ambìto. Un modello, quello cinese, che sembra lasciare maggiori spazi di autonomia: al posto del “dominio” economico e militare statunitense, la Cina sembra, almeno apparentemente, offrire un più pacifico terreno di scambi commerciali come luogo della sua leadership.

Una proposta che non è certo priva di pericoli e di incognite, ma che comunque apre una prospettiva molto meno inquietante agli occhi di molti Paesi mediorientali, rispetto alla supremazia statunitense a senso unico o al precedente sistema degli schieramenti contrapposti.

Dietro il modello diplomatico cinese sembra di intravedere una ripresa, uno sviluppo e un’accelerazione dei Brics, l’accordo nato qualche anno fa fra Brasile, Russia, India e Cina, a cui si è aggiunto in seguito il Sudafrica, in funzione alternativa al sistema Usa e occidentale basato sul dollaro. A fine giugno 2022, a Pechino, si sono affacciati al gruppo Brics anche Argentina e Iran. Ma altri Paesi hanno recentemente mostrato interesse alla nuova prospettiva aperta dai Paesi Brics: l’Arabia saudita appunto, ma anche Kazakistan, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Algeria. E poi Nigeria, Senegal, Indonesia e Thailandia.

Così, mentre la pax americana sta declinando (se mai ha funzionato come pax), si starebbe affacciando nella regione mediorientale l’adesione ad una pax cinese comprensiva di Russia putiniana e di Iran dei mullah? E come sarà o potrebbe essere? Il martoriato Medio Oriente troverà una collocazione meno conflittuale nei nuovi assetti mondiali che si stanno delineando contro e oltre i petrodollari?

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