La Passione del Pordenone

500 anni fa Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone, a Cremona affrescava una crocifissione come un teatro spettacolare del sacro in una società invasa da guerre e pestilenze
Il Pordenone, foto da Wikipedia common

Nessuno se l’aspetterebbe, entrando nel duomo romanico di Cremona, città del violino e dell’arte. Ma sulla controfacciata ci si trova di fronte ad un immenso affresco.

Una Crocifissione esagitata, nuvolosa, tra lanzichenecchi, orientali barbuti sui cavalli, guerrieri dalle armature traslucide, un crocifisso che si contorce, un altro che geme e Cristo solo, morto sull’orizzonte tempestoso. Al centro, sopra di noi, un centurione svizzero barbuto con lo spadone indica il Morto.

Un dipinto colossale e drammatico, catastrofico. 500 anni fa Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone, dalla città natale affrescava questo teatro spettacolare del  sacro in una società invasa da guerre, pestilenze, la rivoluzione luterana, la vita difficile, allora come oggi

Ritornare nel duomo a vederlo fa capire che il dramma del mondo non è cambiato. Cristo viene trascinato via da Pilato da gente urlante, si ferma dalla Veronica in lacrime, viene crocifisso a terra con gioia sadica: queste le scene sulle pareti. Tutto di corsa, in fretta, in un crescendo emotivo e affannato che scoppia nella Crocifissione sulla controfacciata.

Sotto ad essa, accanto alla porta d’ingresso laterale, il Compianto placa l’affanno ma non il pathos. Il Cristo scultoreo a terra è pallido del pallore della morte ma pure candido per la futura resurrezione.

Intorno, si geme, si prega contro una nicchia: un coro  di dolore rappreso, una emotività  compressa spalancata sul cadavere, Maria muta e affranta. Pordenone si ferma con noi, medita, forse piange. I colori forti, le forme dilatate dicono una visione grandiosa della storia, la Passione come evento immenso e contemporaneo, forte e distruttivo del male, il Cristo eroe -vittima dal corpo potente.

Pordenone rivive con sensibilità acuta il suo tempo, come noi il nostro. Il messaggio che lo rende attuale, oltre le forme e i colori possenti, oltre l’epos tragico, è quello della fortezza. Nella confusione delle folle, nel clima eccitato, nella paura, il Salvatore mite adagiato sul pavimento è ancora forte, pulsante al centro del Compianto. Maria che lo guarda, crede. La fede del Pordenone è qui, viva. Caravaggio imparerà la lezione, e forse anche noi.

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