La pace del coronavirus

Un effetto certamente positivo della pandemia è il fatto che in molti conflitti le armi hanno cessato di farsi udire. Sperando che la tregua regga
AP Photo/Felipe Dana
Salvatore Di Nolfi/Keystone via AP
Salvatore Di Nolfi/Keystone via AP

Lunedì scorso, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva lanciato un appello accorato affinché ovunque nel mondo le parti in lotta deponessero bazooka e mortai, al fine soprattutto di proteggere i civili delle zone di conflitto, viste anche le condizioni igieniche precarie dei Paesi in guerra, e dunque la maggiore esposizione al contagio. C’era un certo scetticismo a proposito dell’accoglienza da parte dei belligeranti all’invito di Guterrez, e invece molti conflitti sono effettivamente cessati d’improvviso, o quasi. Dallo Yemen alle Filippine, dalla Siria al Camerun, sembra che almeno in alcuni conflitti i combattenti abbiano seguito l’invito del segretario generale dell’Onu.

Non sono stati i potenti di questo mondo a mettere fine alle guerre per un moto inusitato di saggezza politica.

Non è stato l’incremento e il miglioramento delle armi – i famosi mezzi di deterrenza – a far tacere i boati degli obici.

Non sono state le strategie «di largo respiro», gli investimenti faraonici a favore di questo o quel Paese a far tornare nelle caserme i soldati e i miliziani.

Non sono state le machiavelliche invenzioni di qualche Richelieu di turno a permettere ai civili di respirare almeno per qualche settimana.

Nemmeno la diplomazia è riuscita nella moral suasion di mettere i belligeranti attorno a un tavolo della pace.

Non è stato un rinsavimento improvviso delle agenzie di contractor, i moderni mercenari, a far capire che la guerra in questo momento non ha senso e non conviene farla.

È stato un minuscolo virus di ancora non chiara origine che è sfuggito di mano alla sanità pubblica di tanti Paesi nel mondo, un virus “democraticissimo” che non risparmia i primi ministri, i principi e gli showman. Generali e soldatini. Non fa distinzioni tra vittime e carnefici, nascosto nelle gocce di saliva che piovono sui buoni e sui cattivi.

Una settimana non è certo sufficiente per dire che le conflittualità armate sono cessate in tutto il mondo. Troppe guerre di questi tempi non sono combattute dagli eserciti regolari, ma da piccole o grandi milizie che obbediscono agli ordini di capi e capetti difficilmente controllabili. C’è anche da pensare che gli ultimi conflitti scoppiati – pensiamo allo Yemen, alla Siria, ai Grandi Laghi sempre devastati dalle milizie armate, pensiamo ai tanti conflitti etnici del sud-est asiatico – siano non convenzionali, cioè con molteplici attori sullo scacchiere bellico, quasi un “tutti contro tutti” in cui il nemico muta a seconda delle convenienze. Ora di mutante può esserci solo un virus, che non è un’arma chimica in mano a un regime dittatoriale, ma un libero cittadino della globalizzazione.

Le premesse ci sono, e la paura del nemico invisibile si fa avanti prepotentemente, riuscendo là dove la paura di una sventagliata di kalashnikov o una esplosione di granata non sono riuscite. Forse perché il nemico sembra immateriale, sfugge alle nostre semplici possibilità di individuazione. Forse perché questa paura ci accomuna al di là delle linee di fronte. Il coronavirus si fa beffe dei confini.

p.s. Non dimentichiamo, però, che il più efficace strumento di cessate il fuoco non è il virus del giorno, ma la sofferenza degli inermi, la preghiera della vedova, la muta invocazione dell’ateo sgomento dinanzi agli eventi, il lavoro di chi disarma i cuori, e anche la piazza vuota a cui s’è rivolto Francesco.

 

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