La nostra gente all’Avana

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La prima opera d’arte che si incontra al Museo nacional de bellas artes dell’Avana è la sua stessa sede. Il palazzo è l’antico Centro asturiano, costruito nel 1927 dalla Società asturiana; non nasce dunque come museo, ma come centro di incontro e di cultura per i molti originari dalle Asturie presenti nell’Isola. Vi si tenevano lezioni e vi avevano sede numerose attività dell’associazione. Tutto questo fino alla rivoluzione, che chiude i centri privati e, successivamente, li apre al pubblico dando loro una diversa funzionalità. In questo caso, il palazzo è a lungo utilizzato come sede di tribunale.Restaurato magnificamente, è bello da mozzare il fiato. E infatti i visitatori dividono la loro attenzione fra le opere appese alle pareti e la grande opera che le contiene. Niurka D. Fanego Alfonso, curatrice della collezione italiana, mostra una toccante e competente attenzione nei confronti della nostra cultura, una dedizione dalla quale traspare un rispetto che noi italiani, a volte, non abbiamo. E non solo si occupa degli artisti italiani, ma anche dell’Italia come tema di cultura; l’anno scorso, ad esempio, avevo avuto modo di ammirare un suo allestimento cui era dedicata un’intera sala, su Il Bel Paese. L’Italia tra realtà e invenzione: la curatrice vi aveva raccolto – attingendo ai tesori custoditi qui all’Avana – alcuni significativi paesaggi italiani di artisti europei quali Dughet, Pietersz Berchem, Robert, James, Domínguez Sánchez, Morey, Villamil, che nel corso del diciassettesimo secolo avevano soggiornato in Italia: un’epoca in cui essa era – per usare le parole di Niurka Fanego Alfonso – punto di riferimento nel panorama artistico internazionale, centro di informazione e di formazione, fonte di lavoro. Le rivolgo qualche domanda mentre, di sala in sala, passiamo accanto ad opere di Brueghel, Cranach, Cataletto, Bouguereau, Dufy, Max Ernst… Credo che non molti turisti si aspettino di trovarsi immersi in una tale quantità di capolavori entrando in un museo non di Parigi o di Firenze, ma dell’Avana: può darmi qualche informazione che aiuti a capire? La richiesta di creare un museo nazionale era chiaramente presente nella società cubana fin dagli inizi del Novecento. E già prima della sua apertura, nel 1913, arrivavano donazioni da parte di privati e di istituti religiosi. Una parte importante di queste donazioni era costituita da opere provenienti dall’Europa e, fra esse, c’era una forte presenza di opere italiane. Già all’inaugurazione, ad esempio, c’era questo San Cristoforo, di Jacopo da Bassano. La borghesia cubana investiva molto in arte; alcuni avevano una cultura propria che li metteva in grado di acquistare direttamente, altri lo facevano attraverso specialisti; in ogni caso, era un costume abbastanza diffuso, e oggi, come si può vedere, ne gustiamo i frutti. Le collezioni private infatti sono andate aumentando fino al 1959: con la vittoria della rivoluzione, coloro che abbandonavano il Paese lasciavano anche le opere d’arte, che sono passate ai diversi musei, i quali hanno guadagnato sia in valore, sia in varietà. Con quale criterio si procedette nell’allestire il museo? Tutti i generi e le forme erano ugualmente valorizzati? Allora si diede vita ad un museo polivalente, che raggruppava collezioni fra loro molto diverse, anche di storia e di archeologia; questa scelta rifletteva una volontà enciclopedica, ereditata dalla cultura della rivoluzione francese. Piano piano la specializzazione si è fatta strada. Solo nel 1955 venne creato il Museo nazionale di belle arti, che raggruppava tutte le opere di pittura e scultura nello stesso edificio; esso, attualmente, contiene esclusivamente collezioni di arte cubana, che vanno dal periodo coloniale fino ad oggi. Sono molto interessanti e, da sole, valgono un viaggio. In questo palazzo, invece, sono raccolte tutte le altre collezioni: arte universale… Esatto. In particolare ci sono le collezioni europee, con sette nuclei importanti di altrettanti Paesi. Con il trasferimento in questa nuova sede, dopo il restauro, abbiamo inaugurato nuove sezioni riguardanti l’America del Nord, l’America Latina, l’arte pre-ispanica. Purtroppo abbiamo molte opere che, per mancanza di spazio, non abbiamo potuto esporre nelle sale permanenti. È il caso del nostro Giovanni Battista Piranesi? Sì. Abbiamo oltre duemila sue opere che il pubblico, normalmente, non può vedere; e questo è, veramente, solo un esempio. Ci sono opere di artisti italiani che sono vissuti qui, come Pieretto Bianco che venne con Caruso. Ma vorrei sottolineare anche un altro fenomeno; molti artisti cubani hanno viaggiato e, come tutti si aspettano, hanno creato un legame con la Spagna: è un percorso tradizionale. Ma spesso non si sa che molti hanno raggiunto l’Italia, e si sono fermati per periodi significativi in città come Venezia, Firenze e Roma. Avete rapporti solidi con i musei italiani? Purtroppo non abbiamo molti contatti con gli specialisti italiani, mentre sarebbe molto bello poter avere una collaborazione, poter allestire mostre nei due Paesi, ricevere aiuto, ad esempio, nell’autenticazione di opere per noi ancora dubbie, o nel restauro. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo comperato da una famiglia cubana, che l’aveva ricevuta in eredità, una piccola pittura su pietra, molto bella, rappresentante Cristo con due angeli, attribuibile a Guido Reni; meriterebbe di essere studiata, ma abbiamo difficoltà a trovare esperti per quel genere di pittura e per quel periodo; e se ci fosse bisogno di un restauro, ci vorrebbe molta attenzione nella scelta degli esperti ai quali affidarlo… è solo per fare un esempio di quanto sarebbe necessario collaborare. È vero, sarebbe necessario. E avremmo molto da guadagnare nel coltivare le amicizie proprio in quei campi, quale è l’arte, dove riusciamo meglio e dove abbiamo qualche cosa da dare. Cogliamo l’occasione. Non è che ci aminoproprio dappertutto…

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