La nonviolenza di Bertinotti

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Alle manifestazioni si va a volto scoperto e a mani nude . Questa frase di Fausto Bertinotti, con la quale il segretario del Partito della Rifondazione comunista si distaccava nettamente dalle frange violente del movimento antiglobalizzazione, ritorna in primo piano dopo gli episodi di violenza che hanno contrassegnato alcune recenti manifestazioni. Ma l’uscita di Bertinotti non era un fiore nel deserto; si situa, invece, all’interno di un vasto dibattito che ha coinvolto il partito e, più in generale, i movimenti anti-globalizzazione e pacifisti. Le questioni in campo sono di quelle da far tremare i polsi; centrale, fra tutte, la scelta della nonviolenza come metodo di azione politica, che si discosta profondamente dal patrimonio dei mezzi riconosciuti come prevalenti dalla tradizione comunista. Oggi – dichiara Bertinotti – i mezzi sono inscindibili dai fini, sono due facce della stessa medaglia. Rettifichiamo: non è da oggi, ma almeno da Aristotele che questa idea esiste dentro il pensiero politico; e non è vero che sia stata sempre smentita: coloro che hanno costruito in modo duraturo la hanno applicata, usando mezzi buoni per conseguire fini buoni. Ma è bene che ci sia chi oggi la scopre, all’interno di un orizzonte culturale che la escludeva, e si rende conto che non si può costruire una società di pace praticando la violenza. Era davvero urgente, dal punto di vista politico, aprire il dibattito sulla nonviolenza? La scelta, spiega Bertinotti, viene dal rapporto con il Movimento sul quale abbiamo investito tanta parte della nostra iniziativa politica . Il segretario di Rifondazione si riferisce al movimento anti-globalizzazione che, dalle difficili giornate dell’incontro dei G 8 a Genova, nel 2001, ad oggi, è diventato centrale nell’orizzonte politico del partito. Nel corso di questi ultimi due anni – sostiene Bertinotti al recente convegno organizzato da Rifondazione a Venezia – sono state poste le basi per la nascita di un nuovo soggetto mondiale, partecipato e radicale, alternativo e articolato, che investe tutti gli ambiti della società, dell’economia, delle relazioni umane. Io credo che la nonviolenza sia l’unico strumento che può consentire il pieno dispiegamento di questa radicalità. Un aspetto importante di questo dibattito è dunque la ricerca di un nuovo soggetto rivoluzionario: il comunismo scientifico, a partire da Marx, nacque proprio con l’individuazione di tale soggetto, la classe operaia, appunto, portatrice di una istanza universale, dunque capace di liberare anche le altre classi e l’intera società. Ma oggi, nei paesi più sviluppati essa è decimata, intimamente trasformata al punto che è molto difficile riconoscere in essa la classe universale: per questo si cerca il nuovo soggetto capace di ereditare il compito rivoluzionario. Non era diverso il problema della sinistra pensante, fin dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento; non era diverso quello di Toni Negri quando, negli anni Settanta, scrutava la fisionomia dell’operaio sociale. Il riferimento alla classe operaia rimane, ma l’analisi della globalizzazione apre nuove prospettive: In questa modernizzazione – scriveva Bertinotti ad Adriano Sofri – la nozione di sfruttamento si dilata oltre i confini del Novecento, alle persone e alla natura. Sfruttamento allargato, che coinvolge soggetti sociali, individui, ambiente, che va al di là di ogni limite mai immaginato (…) Non siamo di fronte alla scomparsa, ma ad una iperestensione del capitalismo. Ecco allora che il nuovo proletariato non viene più soltanto da coloro che fanno parte della tradizionale classe operaia, ma sorge anche nella costruzione dell’antagonismo, all’interno di un processo che tende a formare una nuova soggettività critica e una nuova critica dell’economia . È questo nuovo proletariato che si propone, oggi, come soggetto rivoluzionario: nel movimento new-global, secondo Bertinotti, c’è un annuncio di questa soggettività, ma è appunto un annuncio, soltanto l’indicazione di una pista di ricerca. Il segretario di Rifondazione ha impresso una svolta a questa ricerca, proprio perché, con la nonviolenza, ha introdotto un elemento dirompente, estraneo alla tradizione del comunismo. La nonviolenza è considerata come unica possibilità di spezzare il circolo vizioso violenza-repressione, sul piano interno, e quello guerra-terrorismo sul piano internazionale. Accettando questi circoli viziosi il comunismo, lungo la sua storia, ha sempre perso la partita. E la perderebbe anche oggi, se si lasciasse prendere nella spirale guerraterrorismo. Tutto questo è vero – ammette Adriano Sofri -. Ma era già vero. Ci siamo arrivati, per strade diverse, in date diverse, quando ci siamo arrivati. Dunque, si potrebbe obiettare a Bertinotti, è una scoperta tardiva. E si potrebbe obiettare, ancora, che questi dibattiti sono troppo lunari, astratti e lontani dalla politica pratica. A me pare che di politica pratica, che significa poi, spesso, politica- politicante, ce ne sia fin troppa e troppi che sanno fare solo quella. I politici che hanno lasciato un segno sono quelli che hanno saputo darsi sempre una ragione della loro azione, collegare un fatto ad un principio; che la politica l’hanno studiata e pensata a lungo, magari perché il potere di turno impediva loro di praticarla; e che, anche mentre la facevano, non smettevano di interrogarla. Oggi invece vanno di moda quelli che prima agiscono sulla spinta della necessità quotidiana di sopravvivere e affermarsi, e poi ci imbastiscono sopra un facsimile di ragionamento per giustificare quello che hanno fatto. Il vero professionista della politica non è colui che vi dedica tutto il tempo: è, invece, chi non ha altri affari da condurre insieme ad essa, colui per il quale la politica si giustifica da sola. Il dibattito comunista sulla nonviolenza va dunque considerato con rispetto. A qualcuno potrebbe sembrare un tentativo disperato: troppo lontana è la prospettiva che si vuole aprire in confronto con le radici culturali del comunismo; troppa storia è stata vissuta sotto un segno contrario. Ma c’è un’alternativa a tale ten- tativo, se non quella di accettare che l’idea stessa di comunismo sia illusoria, errata, impraticabile? Bertinotti è fra coloro che non accettano di mollare, per il semplice fatto che l’idea di comunismo ha dato origine ad un ideale: il senso di questo dibattito è proprio quello di cercare di separare l’ideale comunista dalle forme ideologiche e dalle pratiche attraverso le quali, tentando di incarnarsi, si è deformato o addirittura distrutto. E allora diventa necessario ripercorre la storia del movimento comunista; e, così facendo, Bertinotti fa saltare l’idea della necessità storica, con la quale, nel passato anche recente, gran parte del pensiero comunista è riuscito a giustificare ogni violenza e ogni abuso sull’umanità: Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni di persone, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse. Il fatto è, sostiene il segretario di Rifondazione, che la barbarie del nemico può entrare anche in noi: Senza estirpare da noi questo elemento di penetrazione dell’avversario, del suo linguaggio, della sua logica, della sua cultura non vinciamo e rischiamo di assomigliargli troppo. Troppo. È ciò che diceva Giovanni Paolo II nella Centesimus annus: il comunismo ha fallito perché aveva assunto dentro di sé alcuni elementi centrali del suo avversario; aggiungendoli ad altri errori propri, ne è risultata una visione dell’uomo limitata e deformante; il comunismo ha perso per l’insufficienza della sua antropologia. Ma non basta, a mio parere, riconoscere che la violenza dell’avversario ha influenzato il movimento comunista; il pensiero comunista deve interrogarsi anche sulla propria logica, sulla violenza che appartiene anche alla propria tradizione; non si può pensare alla violenza presente nel pensiero e nella tradizione comunista solo come a una violenza di risposta, come a una reazione che ha la propria causa fuori di sé: anche il comunismo è stato ed è tuttora produttore di violenza. Bisogna riuscire ad individuare dove stanno le sorgenti della violenza all’interno della propria forma mentale e culturale. Se il tribunale fosse riservato solo alla storia e al pensiero altrui, si ricadrebbe in quell’atteggiamento assolutorio che caratterizza i falsi esami di coscienza, e che producono falsa coscienza. Bertinotti compie un primo passo in questa direzione proponendo di intraprendere una ricostruzione del passato del movimento comunista che metta in rilievo non i momenti di violenza e di guerra, ma quelli del dubbio e dell’orrore di fronte alla violenza: è il caso di Pavese e di Pintor, che Bertinotti cita, nel momento di prendere il fucile per la Resistenza: Sto dicendo che non dobbiamo mettere sullo stesso piano quello che è e che si sente come dovere di fronte alla storia [prendere le armi in certo momenti, come nella Resistenza] e il tuo essere umano, la tua umanità, politica e culturale. Che una distanza critica va presa, con coraggio. Che la tua umanità va salvaguardata. Quasi per anticipare, in quell’atto di resistenza, una liberazione che nel momento di premere il grilletto è impossibile, ma domani può avverarsi. È importante l’affacciarsi dell’idea di umanità in questo ragionamento; dell’umanità considerata come un valore in sé, come portatrice di diritti. È la stessa idea che emerse nella perestrojka di Gorbaciov, quando il segretario del Pcus dichiarò che il conflitto internazionale doveva fermarsi, che non si poteva portare la lotta di classe fino alle sue estreme conseguenze di guerra, perché un conflitto atomico avrebbe distrutto l’umanità, togliendo ogni ragione ai nemici. Bisognava por termine al conflitto e difendere i diritti dell’u- manità, che diventava così, nel pensiero di Gorbaciov, soggetto. Gorbaciov non volle o non poté portare più avanti il suo ragionamento: significava rinunciare alla dialettica storica così come la tradizione comunista l’aveva fino ad allora abbracciata; significava ammettere che la classe non può svolgere, in realtà, il ruolo di soggetto liberatore universale, perché il vero soggetto universale è un altro: l’umanità; significava ammettere l’inadeguatezza della struttura stessa del pensiero comunista nel nucleo fondamentale della sua logica. Oggi Bertinotti arriva, per altra strada e in diversa epoca, davanti allo stesso problema: l’umanità si affaccia, come soggetto universale nell’era della globalizzazione, e come realtà presente in ogni uomo: saprà andare, Bertinotti, più in là di Gorbaciov? E fino a che punto il popolo di Rifondazione sarà disposto a seguirlo? Non sono sfide facili; anche perché bisognerà procedere su terreni sconosciuti, e arrivare a chiedersi chi è questo soggetto, quale legame lo tiene unito e lo definisce: dire umanità, dandole un significato politico, significa infatti affermare che esiste anche un legame politico fra gli uomini, che l’umanità è il soggetto originario e fondante; e il legame fra gli uomini non può essere né la razza, né la lingua, né la cultura. C’è però qualcosa, all’interno di tutte le grandi religioni, che unifica gli uomini: è la regola d’oro del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te; un principio che trova piena espressione nell’idea di fraternità universale, propugnata anche da quel Gandhi che trasformò la nonviolenza in arma politica vincente. Misurarsi con la nonviolenza significa dunque, se si vuole andare fino in fondo, misurarsi con la fraternità, quella che già oggi costruisce realtà solidali, forme di comunione in politica e in economia, che non lascia l’obiettivo finale alla fine dei tempi, ma lo realizza nelle scelte quotidiane e negli stili di vita. Su questo terreno dovrebbe giocarsi la vera scommessa del sol dell’avvenire.

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