La nonna “Guglia”

La nonna mi sorprende mentre faccio l’orlo dei pantaloni. Prende il tutto nelle sue mani, con espressione di rimprovero, e comincia a lavorare al mio posto. Facisti a ugghiata logna comu a chidda re carzerati. Il filo è troppo lungo. Pirchì i carzerati, nonna? Quando non sa rispondere ad una domanda che riguarda certi suoi modi di dire mi guarda un po’ crucciata, la domanda le deve sembrare inutile, poco opportuna. La sua lingua è densamente infarcita di modi di dire, similitudini, giravolte sintattiche, inedite concezioni lessicali. Quante cose sa! Cose semplici, contadine, lontanissime dalla nostra vita. Stare con lei è come entrare in un museo della lingua popolare, dove trovi oggetti d’uso quotidiano ormai scomparsi. L’albero di mandorle che vive sessanta-settant’anni, l’ulivo che è più campabili (longevo), perché arriva fino a centovent’anni. Intenta ad accorciarmi i pantaloni, c’è maestosità e tenerezza nella espressione del suo viso. Ogni moto trasmette qualcosa, comunica. Racconta, racconta, racconta e un universo ordinato e coerente prende improvvisamente vita, fatto di stupore, di sudore, di fame indicibile sotto le bombe della Seconda guerra mondiale, di costruzioni di case, di odi ancestrali, di sapide vendette, di mandorle, di carrube co culu virdi. Narra scenette in cui mette in difficoltà il più forte, che è sempre un uomo. Lei, che è una donna. Botte e risposte da capogiro, soprannomi incredibili. La sintassi antica dipinge con maestria una galleria di esseri ormai scomparsi ma ancora vivi nelle sue parole, di mestieri avvolti nella nebbia del tempo. Cicciu, Pippinu, a Gna Vanna, u Zu Micheli, Cuncittina, a Za Tresa, Ugghiè, u Massa Vanni, a Gna Cuncetta, Don Martulu. Radici, musica sotto le parole, affabulazione, rapimento, pomeriggi estivi sotto ombre mirabili di carrubi maestosi, angoli di strada dove rubare brezze pomeridiane, racconti e risate e canzoni per noi bambini. Dalla figlia non si mangia. Sedici anni accanto ad un marito ammalato. Finestra spalancata su un Novecento di sangue, speranza, fame, conquista della Luna, permanenze medievali, permalosità siciliana, mafia paesana, fuitini, crasse barzellette, storiacce inverosimili e ormai familiari. La nonna è senza denti, i pochi capelli cinerini sono sempre in disordine, i grossi orecchini e l’anello d’oro antico e lavorato sono l’unico ornamento di una vecchia donna sempre in nero vestita. Dedalo di rughe sulle guance e lungo il mento, mani secche senza macchie, morte lenta del nonno, settant’anni di lavoro, marito in Albania, figlia morta a nove anni, ritratto di figlia morta a nove anni, scopa davanti al magazzino, donne che spaccano mandorle, nipote con lo stesso nome del marito, da ragazza ero un po’ nera, ma … risate su tutto, battuta pronta, violenza inaudita, famiglia, capitale, pensione, interessi, obbligazioni, pane e pesche la sera davanti al programma della De Filippi. Il mondo è cambiato troppo velocemente per lei, è incomprensibile. Solitudine su un balcone di una via che è ormai una teoria di porte chiuse, le grandi carretterie delle basse case che hanno dentro la stalla per il mulo e i tetti di tegole ocra ricamate dal muschio antico. Silenzio e ricordi, involuzione e tenerezza.

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