La navicella ha ripreso la rotta

«M’ero convinto che la strada della normalità mi era preclusa per sempre». Un ingegnere cibernetico alle prese con la depressione.
Illustrazione di Valerio Spinelli

Abbiamo ammirato tutti le splendide foto di ammassi spaziali scattate da Hubble, il telescopio orbitale: crogioli di polveri cosmiche che si strappano elettroni e nuclei in vortici incessanti di inimmaginabili energie. E da tutto questo, dopo qualche milione di anni, nascono galassie, sistemi stellari, forse pianeti…

Cosa può nascere da un ammasso di sensazioni, emozioni e sentimenti che si affollano in una mente e scalzano le proprie identità fino a sfociare nella confusione e nella follia? O almeno in quella che viene interpretata come tale?
Io sono lì: dieci anni trascorsi alla luce dell’Ideale dell’unità e altrettanti trascorsi ad approfondire come lavoro quella cibernetica in cui avverto essere il segreto della realtà, ingegnere chimico al di fuori di ogni profilo o curricolo professionale. Talmente atipico da aver saltate tutte le tappe sul lavoro come nella scelta di donarmi a Dio, guidato da due lampade potenti: un autodidatta in tutti i campi, come qualcuno mi ha definito.

Comincia l’interferenza: i piani si confondono, lo spirito inizia a cercare le proprie spiegazioni nel campo della ragione e viceversa, in un alternarsi di segnali e messaggi che non dà requie alla mente e che in poche settimane ti sfibra al punto di lasciarti senza vocazione, senza lavoro, senza salute, senza il sostegno della tua stessa famiglia per la quale divieni di colpo un problema, il problema da risolvere.

Vivi l’ossessiva certezza che la lotta sia tra psicologia e cibernetica, tra il funzionamento della mente umana e l’ordinamento della realtà, e che l’esito dipenda da te e da te solo. E cerchi di sorprendere chi vuole “decodificarti” con imprevedibili piccoli atti d’amore che testimonino la tua realtà di figlio di Dio… naturalmente come e quando puoi e ci riesci.
I farmaci iniziano a compiere il loro effetto e ti ritrovi sprofondato in un’angosciante depressione dalla quale arrivi a convincerti che non potrai mai uscire, o almeno che non sarai mai più lo stesso, mai più te stesso. La strada della normalità per te è preclusa per sempre.
Solo, unica pagliuzza di luce il ricordo della Mamma del cielo il cui amore non viene meno, accada quel che accada. E, nella confusione della tua mente, reciti l’Ave Maria, sapendo che c’è Chi ascolta.
Una confessione, il sacerdote ti spiega che niente è perduto anche se ti vedi preclusa la strada di consacrazione su cui avevi giocato la tua vita…
Un cono di “luce oscura” mi accompagnerà da allora: so che la mia partita la giocherò da solo col Signore e sua Madre e con la mia limitata capacità di amare.

Queste intuizioni, nel pieno della confusione che ancora regna nel mio animo e nella mia mente solo col tempo riusciranno ad organizzarsi in linee guida che mi aiuteranno a comprendere il mio ruolo.
Qualche sera dopo davanti alla basilica della Madonna di Pompei un incontro casuale con un vecchio amico: «Sono certo che il “che tutti siano uno” di Gesù si sta realizzando, tu sei uno di quelli che ci ha sempre creduto». Non so da dove mi provenga questa frase, e l’amico, giustamente preoccupato per me, avvertirà altri amici comuni.

La speranza cristiana si capitalizza e diventa spendibile quando le circostanze lo richiedono. Per me questo momento arriva quando inizio a frequentare la ragazza che poi diverrà mia moglie, che con una miscela di amore, sensibilità e sapienza saprà tirarmi fuori dal tunnel della depressione.
«Cosa ti manca veramente della vita che conducevi prima?», mi chiede una sera. «Il senso di vivere l’avventura di seguire Dio», rispondo io. «E chi t’impedisce di continuare a farlo?», replica lei, dandomi una risposta che il più esperto dei direttori spirituali non avrebbe saputo darmi.
Già, chi mi può impedire di amare e di vivere il disegno che Cristo e sua Madre hanno su di me, come su ciascuno?
La psicologia, quella vera innescata da queste parole, inizia a ricomporsi dentro di me: nessuna guerra, solo una sterminata possibilità di essere e di amare.

E lentamente, fra mille difficoltà, la navicella della mia esistenza riprende a confrontarsi col mare della realtà, avendo Maria come stella che mi indica la rotta da tenere e la mente a fare da timoniere; quel timoniere che i greci chiamavano non a caso kybernes, da cui il termine cibernetica.

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