La musica? Uno slancio verso l’infinito

Roma, San Luigi dei Francesi. La chiesa è gremita, il 14 maggio, per il concerto in cui l’ensemble, fondato e diretto da Giordano Antonelli, eseguirà Corelli, Mozart, Haendel e l’amato Boccherini. Musica colta, dell’età tra il barocco e l’illuminismo. Successo ed emozioni grandi. Naturale chiedere poi a Giordano la storia del complesso che, ovviamente, si intreccia con la sua vicenda personale. Devo a mia madre – ammette rilassato, lisciandosi il pizzetto -, donna sensibile e pianista, l’avermi messo in mano a sette anni il violoncello. A diciassette anni feci un’audizione a Basilea dove frequentai un corso di studi superiori e mi diplomai a Torino a 23 anni. Dotato, il ragazzo, che divora una ricca serie di esperienze: dalla scuola internazionale Prague Mozart Academy a Praga, sette mesi di incontri con grandi solisti, ai due anni nella Mahler Chamber Orchestra, fondata e diretta per i giovani da Claudio Abbado un vero artista, per il quale la musica è al primo posto. Infine, primo violoncello in Spagna nell’Orchestra Sinfonica di Granada e una consapevolezza: Quando c’era un programma di musica barocca o classica ero veramente felice, mentre invece eseguendo lavori di De Falla o Stravinsky non ero soddisfatto. Ad un certo momento, era il ’97, ho capito: mi dovevo dedicare al repertorio del Sei e Settecento. Due anni di specializzazione a Basilea e poi il licenziamento, dopo cinque anni di un’esperienza umanamente stimolante, idilliaca direi, perché eravamo una sessantina di giovani da tutta Europa nell’orchestra spagnola. Così, Giordano rischia, e forma un suo complesso: sei-sette persone stabili, ma con un organico aperto ad un numero vario, tipico della musica barocca, molto libera quanto a numero di componenti. Noi vorremmo approfondire le radici italiane della musica classica, far vivere un patrimonio immenso che giace nelle biblioteche, farlo amare da tutti, colmando la dicotomia fra noi italiani e il resto d’Europa dove la cultura musicale è formidabile. Io sogno di diffonderla, facendo musica in modo eccellente, senza condizionamenti. Anche in Ita- lia esistono altri gruppi giovanili come il nostro, ma noi non vorremmo la freddezza filologica degli specialisti, bensì seguire il filo rosso di una grande civiltà contenuto in una frase semplicissima, che è una legge della musica: ciò che non parte dal cuore non può giungere al cuore, parole che sono l’intuizione stessa della musica. Come Beethoven capiva, scrivendo sulla partitura della sua Missa Sollemnis dal cuore al cuore. Il progetto è ambizioso, le incognite non mancano, ma il complesso è attivo. E il pubblico? Questa musica – si entusiasma Giordano – è di una bellezza senza fine. Per di più, mancando indicazioni precise, l’interprete è un vero mediatore fra il compositore e il pubblico. Ai nostri concerti ad esempio i giovani reagiscono molto bene, potremmo chissà far concorrenza a Vasco Rossi (ride, ndr), perciò questa musica deve uscire dai libri, vivere: la speranza è che possa trasmettere le stesse emozioni. Ma la musica serve solo ad emozionare? Giordano si fa pensieroso: A volte penso ai mistici cristiani – io sono un accanito lettore di tutto ciò che spiega l’uomo – che indicano un mondo di purezza e di bellezza, senza tempo, di cui noi facciamo fatica a fare esperienza. La musica, io credo, è come una immagine sfocata dello slancio mistico, posso avvicinarmi a percepire quello che è Dio, forse è per me l’unico modo di andargli vicino. Ricordo come nel mezzo del Requiem di Mozart o di una sinfonia di Schumann ad un certo momento mi sono sentito quasi staccato da dove ero per entrare in una dimensione totalmente altra. E proprio perché come musicista dovrei essere uno che in qualche modo riesce a slanciarsi verso l’infinito, credo che dovremmo riscoprire la cosiddetta musica sacra, troppo spesso considerata qualcosa di minore ed eseguita da interpreti talvolta di scarso valore artistico. Io lancio una provocazione: siano i grandi maestri a interpretarla, a non fare solo Beethoven e Brahms, perché forse questo è lo slancio musicale per eccellenza. Verdi diceva: Una musica che parla di nascita morte e resurrezione non può essere noiosa!. L’interesse di Giordano per il sacro non è solo esigenza artistica, ma nasce da una ricerca personale lungo il tempo che ora, a 35 anni, influisce certo anche sul suo modo di fare arte. Io credo che uno stile di vita attento allo spirituale, al religioso – afferma – sia l’unico degno di un artista. Secondo la mia esperienza, infatti, la musica scaturisce dal silenzio. Nel silenzio c’è la concentrazione massima dello spirito. Quando si fa musica, quando noi ad esempio proviamo con il complesso, desideriamo non solo un silenzio acustico, ma reale: quello di tutti che sono uniti fra loro. In questa concentrazione – lo sperimentiamo – la musica parla, si manifesta con i suoni. Perciò, ci vuole un ascolto reciproco profondo. Basta tacere dentro.

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