La morte di Mahsa Amini e le proteste in Iran

La morte a Teheran di una ragazza arrestata per non indossare “correttamente” l’hijab, il velo islamico obbligatorio, ha fatto riesplodere in tutto l’Iran la rivolta contro le imposizioni e i metodi violenti di cui è accusata la polizia religiosa. Uccisa dalla polizia anche Hadith Najafi, uno dei simboli delle proteste.
(AP Photo/Francisco Seco)

Mahsa Amini, “Zhina” per la famiglia e gli amici, curda 22enne di Saqqez, è stata arrestata il 13 settembre a Teheran, per strada, dal Basij, la milizia che controlla l’osservanza delle regole morali imposte dal regime iraniano. Motivo dell’arresto: il suo hijab non nascodeva completamente i capelli. Traferita con un furgone ad una stazione di polizia, appena vi è giunta è crollata a terra priva di sensi, come si vede in un video diffuso dalle forze dell’ordine. È arrivata in ospedale già in coma, ed è morta senza riprendere conoscenza il 16 settembre. Causa della morte, secondo le autorità: infarto cardiaco. Nessuno tra i famigliari ci ha creduto, Mahsa era giovane e godeva di ottima salute: il padre ha chiesto inutilmente di vedere il corpo. Ma ha potuto rivedere brevemente la sua Zhina solo poco prima del funerale a Saqqez (Kurdistan iraniano), la loro città, il 17 settembre: il cadavere era però completamente fasciato ad eccezione del viso e dei piedi, peraltro ricoperti di lividi. Il sospetto, per molti la certezza, è che Mahsa sia stata massacrata di botte dai miliziani basiji in quel furgone o comunque prima di arrivare alla stazione di polizia dove è crollata a terra.

(AP Photo/Alastair Grant)

In generale, quello che sostengono i manifestanti è che il controllo sulla “morale” dell’abbigliamento femminile si sia intensificato negli ultimi mesi e che le milizie basij abbiano ultimamente maggiori margini di discrezionalità nel perseguire gli “abusi”. Il timore è che si arrivi a ripristinare una pena finora per fortuna poco applicata: le 74 frustate previste per le donne che trasgrediscono l’obbligo di indossare l’hijab. E di indossarlo “correttamente”.

Dalla rivoluzione khomeinista del 1979, l’hijab, il velo che copre il capo, è obbligatorio per tutte le donne dall’età di 9 anni, ma il 5 luglio scorso una direttiva ha inasprito le punizioni per quelle che non lo indossano o se lo tolgono, in pubblico. A Mashhad, per esempio, da inizio luglio le donne che non indossano l’hijab non possono accedere alla metropolitana o entrare in uffici e banche. Un altro esempio relativo ad altri capi di abbigliamento sanzionati, la banca iraniana Mellat avrebbe proibito alle dipendenti di indossare scarpe con tacchi alti.

La dolorosa notizia della morte di Mahsa, che non era un’attivista, ha subito fatto il giro dei social in Iran e in tutto il mondo, dove le comunità di fuoriusciti iraniani sono numerose. L’hashtag #MahsaAmini su twitter ha superato 5 milioni di visualizzazioni in pochi giorni. Le giustificazioni delle autorità iraniane sono state confuse: qualche medico ha dichiarato che Mahsa era diabetica e qualcun altro epilettica. Un noto neurochirurgo ha precisato di aver operato Mahsa di un tumore al cervello quando aveva 8 anni, e che la morte improvvisa poteva essere una conseguenza di quella patologia, dopo 14 anni.

Le rivolte contro il regime, sempre latenti in Iran e tutte soffocate nel sangue, sono esplose subito a Saqqez, Abdanan, Kamyaran e nel Kurdistan iraniano. Ma non si sono fermate ai curdi. In poco tempo sono emerse a Teheran, a partire da tre università, e si sono estese a tutto il Paese. Si parla di almeno un centinaio di città, tra le quali Mashhad, nell’est; Sari, Rasht e Urmia nell’ovest. Ma anche a Qom, Ilan, Kerman, Kara, Sardasht, Sanandaj, Esfahan e molte altre. Proteste con slogan di indignazione e donne che si tolgono pubblicamente il velo e lo danno alle fiamme. Altre donne, e non solo in Iran ma in numerosi Paesi, in questi giorni si sono tagliate pubblicamente i capelli, postando i video sui social, per solidarietà con Mahsa e come protesta contro il regime.

(AP Photo/Francisco Seco)

Secondo il regime le persone uccise dopo 9 giorni di proteste sarebbero 41, di cui 5 poliziotti. Secondo fonti esterne i morti sarebbero più di 50, ma si teme siano molti di più. Sarebbero state arrestate più di 700 persone (tra cui 17 giornalisti), oltre 1.200 i segnalati, sul numero dei feriti è difficile fare ipotesi. Le rivolte e le repressioni sarebbero ormai diffuse in tutte le 31 province del Paese. Tra le vittime degli scontri ci sarebbe, secondo una segnalazione twitter della giornalista Masih Alinejad e di molti sui social, un’attivista ventenne molto conosciuta: Hadith Najafi. Uccisa a Karaj (40 Km a ovest della capitale) con 6 proiettili.

Gli interventi repressivi delle forze dell’ordine sono stati molto duri, effettuati utilizzando idranti, bombe acustiche, fumogeni, proiettili di gomma e a vernice, oltre a quelli di piombo. Negando comunque ogni accusa e bloccando internet e le app di messaggistica in tutto l’Iran. Durissimo l’attacco del presidente iraniano, Ebrahim Raisi (che si trovava a New York all’Assemblea Generale dell’Onu) contro l’occidente, colpevole di solidarizzare con gli insorti: non solo i governi, ma anche molti cittadini, con manifestazioni in tutto il mondo, hanno condannato la dura reazione del regime. Per giustificare la repressione, Raisi (con una logica che sfugge, ma non è nuova) si è scagliato contro l’“ipocrisia” dei diritti umani violati in occidente, l’oppressione di nativi in Canada, di palestinesi, migranti e afroamericani. Ha denunciato organizzazioni internazionali oppressive, l’egemonia dei poteri finanziari e le sanzioni all’Iran definite come criminali.

Dopo il rientro di Raisi in Iran, sono anche iniziate, delle contro-manifestazioni di piazza favorevoli all’hijab di regime (ritenuto una prescrizione della sharia), condite dalla ricorrente retorica che accusa i ribelli di essere manovrati da potenze straniere. Sulle ragioni delle rivolte non una parola, se non l’accusa di minare l’ordine e la sicurezza diffondendo falsità.

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