La morte improvvisa

«Sono un giovane calciatore di 16 anni. La scomparsa di Piermario Morosini mi ha scosso molto. Perché dopo tanti sacrifici una morte così?». Lorenzo - Bergamo
Piermario Morosini

I dubbi che albeggiano nel tuo cuore sono i dubbi di molti che, davanti alle scene tragiche della tv si sono chiesti: perché? Il fatto è che, come diceva bene il filosofo Heiddegger, «il giorno della nostra nascita corrisponde anche a quello del’annuncio della nostra prossima morte». Sì, secondo il grande filosofo, noi siamo come “gettati” nella storia in attesa della nostra morte.
Anche se questo sa di macabro e di tristezza, è tuttavia ciò che ci caratterizza come creature umane, come esseri limitati, che però hanno la possibilità di decidere del tempo loro concesso, di utilizzare al meglio la vita che è per questo donata a noi gratuitamente. Ora il fatto sta tutto qui: cosa bisogna considerare vita. E, proprio la morte, nel suo dramma e nella sua paura, sta lì ad insegnarci qualcosa di importante della vita.
Pensiamo a cosa è successo dopo la morte del bravo Piermario Morosini: il campionato è stato fermato, la solidarietà di tutte le squadre di calcio si è fatta presente, innumerevoli persone si sono unite al dolore, i funerali sono stati vissuti nell’affetto più sincero e tante persone, anche quelle più lontane dal calcio, hanno provato un brivido di sincera vicinanza e di vero calore per il giovane Morosini.
Perché? Probabilmente per la giovane età; perché è morto in quel modo, mentre stava facendo il suo dovere; perché aveva lasciato tracce di impegno e di onestà nelle squadre dove aveva giocato; per la generosità mostrata nel suo oratorio del quartiere Monterosso a Bergamo; per la forza che ha mostrato nel diventare grande in fretta a causa della morte prematura dei suoi genitori… Insomma, per una vita che, se pur breve, è stata vissuta con onestà, sincerità e lealtà.
E, anche se non abbiamo il potere di far ritornare in questa vita Morosini, sentiamo però in noi il desiderio di tenerlo vivo, di ri-cor-darlo (cioè, trattenerlo nel cuore) perché ciò ci sembra giusto. Allora la morte ci ricorda che dobbiamo essere giusti perché ciò ci fa sentire vivi in noi e ci permette di vivere negli altri.
La morte oltre a ricordarci la nostra fragilità ci rammenta anche la bellezza di una vita giusta, semplice, vera. E, sono sicuro che se faremo così, il premio sarà un Padre che di là ci abbraccerà nella sua tenerezza senza fine perché «i giusti verranno accolti nella luce del paradiso». Questo è quello che probabilmente il bravo Piermario avrà trovato. E non val la pena, anche per noi, incontrarlo di nuovo un giorno?

acetiezio@iol.it

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