La montagna incantata di Cézanne

La montagna Sainte- Victoire si allarga tra i cieli della Provenza come una creatura biancoazzurra in tranquillo riposo. Percorrendone le strade tra boschi e rocce si prova un senso di calma appagante. E insieme l’intuizione di qualcosa di misterioso che vorrebbe essere esplorato. Forse è ciò che ha pure provato Paul Cézanne se ha dipinto ben sessanta volte questo massiccio ondulato. Tornato da una Parigi che non l’aveva capito – le sue tele alla prima esposizione degli Impressionisti nel 1874 non erano state apprezzate – ormai dimorava nella nativa Aix. Da qui partiva per esplorazioni solitarie a cercare l’anima del colore. Convinto che la sua vita fosse dipingere e che in questo modo sarebbe morto. Nell’ottobre 1906, infatti, a 67 anni, una bronchite presa dipingendo per ore sotto la pioggia, esaudisce il suo desiderio. Ma cosa cercava Cézanne in questa montagna? Se lo saranno chiesti le migliaia di visitatori alla rassegna al Museo Granet di Aix. C’è una delle ultime tele – se non l’estrema -, Il capanno di Jourdan (1906): scarse macchie di colore, distinte tuttavia a formare una armonia insolita, nuova, fluente. Diversa dai lavori precedenti, di cui appare quasi il compimento. In questa essenzialità forse egli ha trovato la porta del cielo, mi sono sorpreso a pensare. Mi sono d’istinto ricordato della Pietà Rondanini di Michelangelo. Lavorata sino alla morte, come questa tela, e con accanimento ridotta ad elementi scarni. Credo che i grandi artisti, Michelangelo o Cézanne, cerchino, ognuno per la propria via, l’essenza delle cose. Il segreto della vita. Di qui la noncuranza per la salute e l’età, per i pregiudizi comuni o la gloria fine a sé stessa. Il capanno di Jourdan è dentro la montagna di Cézanne. E se la vita del pittore appare un viaggio incessante a forare il mistero delle cose attraverso l’indagine sul colore, la montagna è il luogo quasi magico dove il mistero si avvicina, e si raggiunge quell’approdo all’interiorità che vive dentro di sé prima che fuori, nella na- tura. Nelle prime opere Cèzanne la descrive con delicatezza: si sofferma sui pini e sulle rocce, tra fuochi di color rosso e verde (La Carrière de Bibémus, L’Aqueduc, Grand Pin et terres rouges) irrorati dal sole provenzale. Vede e rivede gli stessi luoghi, gli identici soggetti, li varia continuamente a seconda del suo punto di osservazione: ma tutti confluiscono come da orizzonti diversi verso un solo centro, la grande montagna: bella e solenne. Cézanne sembra felice della scoperta. Si attacca con amore ai rami degli alberi, ai grigi delle rocce, spia i tetti delle case o l’azzurro denso del golfo. Si respira un soffio largo, in queste tele. Nei disegni, il tratto rapido coglie in un baleno l’incanto di una natura incontaminata: uno sguardo che è prima nella mente dell’artista che nella realtà. Perché, se Cézanne non avesse gli occhi giusti per vedere, questo paesaggio resterebbe – come per molti – un semplice panorama. Cézanne invece possiede il senso innato del superamento di ciò che appare. Ecco perché via via diviene meno descrittivo, indugia a scoprire l’anima primordiale della natura – a lui appare vivere in un ordinato universo geometrico di cilindri coni e sfere -; ecco perché egli sfrangia il colore, lo espande in piena libertà. Non è il suo un colore impressionista – pur se ama come i colleghi dipingere en plein air – che segue la luce nel suo variare sulle cose attimo per attimo. La luce, come il colore, in Cézanne sono intensi, senza sfumature. Soprattutto rimandano ad un significato ulteriore, più profondo. Si direbbe che passeggiando per questa montagna, per i suoi luoghi, egli abbia perciò succhiato il colore allo stato puro; e, pur intuendone le infinite variazioni, l’abbia progressivamente ricondotto alla suo voce originale. Così i dipinti sulla montagna dai caldi cromatismi degli anni Ottanta-Novanta, col tocco così soffice del pennello, si dissolvono verso il 1900 sia negli acquarelli come nelle tele in toni accanto ad altri toni, in macchie dense le une accanto alle altre, pervenendo ad una sintesi che diventa per noi, come si diceva, una porta del cielo, sulla Bellezza Assoluta. È un processo mentale e sentimentale – cioè artistico – che, dopo aver svelato la forma delle cose, la sottrae ai nostri occhi per giungere al loro centro, al mistero che esse contengono. Cézanne questo viaggio lo per- corre, vitalmente, grazie alla montagna, che è ben più che una apparizione della natura. Gli bastano perciò pochi segni spezzati, scarse linee, una manciata di tinte (La Sainte-Victoire vue des Lauves, 1906, Princeton Art Museum) ed un mondo è ricreato e nello stesso tempo reso astratto, infinito. Il tocco si fa delicato, l’atmosfera aerea. Come pochi artisti, Cézanne mantiene una freschezza che a noi sembra spontanea, anzi, la immerge in una dimensione contemplativa che è forse ciò che ci solleva lo sguardo e l’anima davanti ai suoi lavori. Del suo faticoso percorso artistico e spirituale non c’è traccia. La montagna, a quest’uomo che vi ha indugiato per quasi una vita, gliel’ha sublimata. Essa perciò, più che i ritratti o le nature morte, resta la protagonista. Tornando dalle tele nel museo al cielo aperto, la Sainte-Victoire si adagia ancora di lontano. Osservandola con gli occhi di Cézanne essa davvero appare icona di una bellezza vicina, eppur lontana. Ma da ricercare, liberandosi da tutto, in una astrazione che ci fa vedere con altri occhi l’ oltre la soglia. Anche per questo, Cézanne è per l’arte moderna, il padre. DA CÉZANNE A MESSIAEN Il 26° Festival International de piano de La Roque d’Anthéron, a poca distanza da Aix, non poteva dimenticare le atmosfere di Cézanne. Così, fra i tanti concerti di gruppi e solisti, il 16 agosto le musiche di Olivier Messiaen, scomparso nel ’92, nel bosco della Rocca, hanno evocato, grazie al filtro dell’arte che sfida il tempo, il raccordo spirituale fra queste due grandi artisti. Ascoltando Vision de l’Amen pur deux pianos, Fantaisie pur violon et piano, in prima assoluta mondiale, e il Quartetto pour la fin du Temps per violino, clarinetto, cello e piano – eseguiti meravigliosamente da giovani solisti (Romain Guyot, Isabelle Faust, Claudio Bohòrquez, Momo e Mari Kodama) – il mondo contemplativo di Messiaen si è reso palpabile come i toni astratti dell’ultimo Cézanne. Messiaen infatti spinge la dimensione spirituale che gli è propria, attraverso un linguaggio mai criptico, verso un oltre, come la pittura del Maestro. I dialoghi fra gli strumenti non creano una polifonia ma una costruzione paratattica: sonorità l’una accanto all’altra, che alla fine ci trasmettono tuttavia una sola immagine. Questa è una musica che trasfigura il suono e lo trasporta, con il suo peso, verso sentimenti nuovi, più leggeri. I giovani interpreti sono entrati in osmosi fra loro, il pubblico e la natura in cui erano immersi. Così che l’angoscia sublimata di Messiaen, il suo spasimare al senzatempo, la struggente bellezza dell’invenzione sonora, sono diventate un atto liberatorio.

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