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Ambiente > Ecosistemi

La mia ricetta per vivere in modo sostenibile

di Elena Pace

- Fonte: Città Nuova

Dai cicli perfetti degli ecosistemi alla responsabilità umana di custodire il futuro: osservare gli equilibri della natura per imparare a vivere in modo sostenibile

Mani che tengono una piantina verde. Foto di Noah Buscher da Unsplash.

La definizione più celebre di sviluppo sostenibile risale al 1987 ed è contenuta nel rapporto “Our Common Future“, noto come Rapporto Brundtland: «Uno sviluppo è sostenibile se è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». L’idea riecheggia un principio universale conosciuto come la “regola d’oro” comune a molte tradizioni: «Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te». La differenza è che qui il principio si allarga nel tempo, includendo anche chi verrà dopo di noi.

Ma come funziona in natura la sostenibilità?

Direi in modo perfetto e automatico, attraverso meccanismi di equilibrio, riciclo e limite. Ogni organismo prende dall’ecosistema solo ciò che gli serve e lo restituisce in una forma riutilizzabile da altri. In pratica, non esistono rifiuti: tutto diventa cibo o risorsa per un nuovo ciclo. Pensiamo allo scoiattolo che accumula ghiande per l’inverno. La sua memoria non è perfetta, e i semi che dimentica, interrati, diventano nuove piante in primavera. Così, senza saperlo, il suo “difetto” diventa un investimento per il futuro della foresta.

Gli gnu, in Africa, migrano seguendo le piogge. Brucano l’erba senza distruggerla, e con i loro spostamenti e deiezioni concimano il terreno, permettendo all’erba di ricrescere. Se restassero fermi, esaurirebbero il cibo e morirebbero di fame. Il loro istinto migratorio è il modo che la natura ha per “tenere conto di chi viene dopo”. Nella foresta amazzonica, il suolo è poverissimo. Tutta la ricchezza è negli alberi. Quando un albero muore e cade, non marcisce lentamente: termiti, funghi e altri decompositori lo smantellano in pochi giorni, e le radici degli alberi vicini assorbono subito quei nutrienti. È un cerchio che si chiude in modo efficiente e immediato.

E l’uomo? Perché fatichiamo tanto a fare lo stesso?

Nel 1968, l’ecologo Garrett Hardin ha coniato un concetto che spiega bene il problema: la “tragedia dei beni comuni”. Garrett immaginò un pascolo aperto a tutti i pastori in cui ogni pastore pensa: «Se aggiungo un capo al mio gregge, prendo tutto il profitto di quell’animale in più. Il danno del pascolo eccessivo, invece, sarà condiviso da tutti». È un ragionamento razionale per il singolo, ma se tutti lo fanno, il pascolo viene distrutto e tutti muoiono di fame. Pensare solo al proprio interesse può portare al disastro collettivo. Oggi la tragedia dei beni comuni è sotto i nostri occhi: la pesca eccessiva che svuota i mari, l’inquinamento atmosferico da CO₂ che altera il clima, l’esaurimento delle falde acquifere, o semplicemente il degrado di uno spazio condominiale quando ognuno pensa «tanto ci penserà qualcun altro». Questo perché in natura esistono freni automatici che nell’uomo sono assenti. I lupi, se mangiano tutti i cervi, muoiono di fame. Noi, invece, possiamo esaurire una risorsa oggi, e le conseguenze le vedranno i nostri figli o nipoti.

Allora come si esce dalla tragedia?

Noi siamo esseri coscienti e abbiamo, se lo vogliamo, altre strade per introdurre quei freni che in natura sono automatici. L’importante è voler risolvere i problemi e gli esperti sarebbero in grado di farlo. Ad esempio con quote di pesca e periodi di divieto, o trasformando beni comuni in proprietà private (se un pezzo di terra è mio, ho tutto l’interesse a gestirlo in modo sostenibile), o ancora con comunità che sviluppano regole condivise e sanzioni o, ancora il disinvestimento dai combustibili fossili. Queste sono le grandi soluzioni, necessarie e possibili che in alcuni Paesi sono già in atto. Ma nessuna di esse potrà attecchire se non si radica in un cambiamento del nostro sguardo quotidiano. Perché la vera sostenibilità, quella che possiamo costruire ogni giorno, inizia da lì.

Allora ecco la mia ricetta: si può vivere in modo sostenibile se, in ogni cosa che faccio, lascio tutto un pochino meglio di come l’ho trovato, pensando a chi verrà dopo di me. In un luogo, in una relazione, in una situazione. Per esempio quando cucino, lascio la cucina un po’ meglio di come l’avevo trovata. Se c’è una cosa buona ne lascio un po’ anche per gli altri. Se passeggio in un bosco o in una spiaggia li lascio un po’ più puliti. E faccio lo stesso anche nelle relazioni cercando di lasciare gli altri un pochino più felici di come li ho trovati. A volte basta un sorriso in più, un ascolto in più, una condivisione in più. E se sbaglio? Cerco di riparare, ricordando il motto di Chiara Lubich: «Riparare per meglio amare».

Perché la sostenibilità, alla fine, è proprio questo: lasciare qualcosa di buono, di bello, di utile, anche per gli altri che verranno, nel futuro lontano come in quello immediato.

Riproduzione riservata ©

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