La medicina “in più” di Giando

L’avventura di Giandomenico Catarinella, medico focolarino. In Camerun e in Costarica al servizio dei più sofferenti.
Giandomenico Catarinella
Una volta, incontrando Giando in una delle sue puntate a Roma, dove tornava in cerca di sostegni economici per qualche nuova iniziativa in Costarica, gli chiesi quando sarebbe andato in pensione. Lui con il suo tipico sorriso, innocente e furbo, mi rispose: «Chi si ferma è perduto!». Notai che i muscoli facciali non erano quelli di sempre e pensai avesse avuto un incidente. «È un tumore della pelle che ho preso in Africa, che ci vuoi fa’. C’è gente che sta peggio di me».

Giandomenico Catarinella aveva già 76 anni, ma di andare in pensione neanche l’idea! Essendo anche sacerdote, le sue prestazioni non erano ormai soltanto come medico ma per sanare ferite più profonde. In Costarica si occupava di tossicodipendenti.

Giando aveva 22 anni, quando nel 1950 incontrò il Movimento dei focolari da poco approdato nella Capitale e anche per lui l’annuncio di Chiara Lubich e dei suoi primi seguaci che volevano sanare ogni ferita sociale con la carità fu un’attesa opportunità. Allora stava studiando medicina e diede al suo studio la direzione di servizio agli altri, specializzandosi in malattie tropicali al Cuamm (Collegio universitario aspiranti e medici missionari) di Padova e anche a Marsiglia.

 

«Appena fatto l’esame di Stato, l’idea di fare il medico in città, poi a Roma, mi faceva star male. Con tutti gli studi che ho fatto, mo’ mi metto a lavorare in questa città, co’ tutta sta montagna di burocrazia che ti toglie il respiro. Quasi quasi ti dimentichi che sei medico. La mia vocazione non erano le carte. Pensai che sarebbe stato il caso di andare in Africa. Ne parlai con Chiara, dato che avevo deciso di vivere come focolarino. Lei fece un balzo di stupore. No, non si spaventò, Chiara non è di quelle che si spaventano, ma evidentemente si preoccupava. Forse mi vedeva ingenuo e sognatore. Mi chiese cosa pensasse la mia famiglia. L’avevo già lasciata (siamo in sette fratelli e sorelle), avrebbero capito la mia scelta. Siccome già durante gli studi si era aperta la possibilità di andare in un lebbrosario della Nigeria, Chiara mi disse con serietà e immensa comprensione, rassicurandomi, che mi avrebbe sostenuto in ogni modo: “Va’ e se sarai bravo, vedrai che qualcuno ti seguirà”.

 

«Nel maggio del 1960 partii per la Nigeria. Arrivai ad Abakaliki dalle Medical Missionaries of Mary, una congregazione di suore al servizio del prossimo con l’assistenza medica. Era un lebbrosario legato alla diocesi. Un giorno il vescovo mi disse che forse avrei dovuto fare il medico in un ospedale generale e mi mandò a Ikom, una cittadina al confine con il Camerun. Emergenze senza fine. Eravamo in sala operatoria sei-sette ore al giorno. Gli ammalati erano tutti casi gravi e difficilissimi, arrivavano magari dopo due giorni di cammino. Ma più che la mia poca preparazione mi pesava la novità della cultura che non capivo e il clima. Un giorno fui mandato a fare l’autopsia di un giovane ucciso durante una battuta di caccia. Non l’avevo mai fatto. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dissi al medico primario che non ce l’avrei fatta. Allora il vescovo, sapendo che le suore terziarie francescane di Bressanone, che avevano un ospedale dall’altra parte della frontiera e parlavano italiano, avevano bisogno di aiuto, mi mandò da loro.

«Fu lì che il vescovo, mons. Julius Peeters, mi chiese se ero religioso. Gli parlai del movimento e di Chiara. Mi ascoltò in profondo silenzio, sorpreso di sapere che esistevano dei “consacrati invisibili”, i focolarini, che vivevano immersi nell’umanità per impregnarla di Dio.

 

«Mons. Peeters, dovendo fare un viaggio a Roma per il Concilio Vaticano II, programmò di andare a conoscere Chiara. Era l’autunno del 1962. A lei avrebbe voluto chiedere anche dei medici per l’alta mortalità infantile che c’era nel popolo bangwa. Chiara mandò due medici e un veterinario. Si apriva così per i Focolari una nuova pagina: l’Africa. Paolo VI, in occasione della canonizzazione dei 22 martiri dell’Uganda, avrebbe detto: “Questa è l’ora dell’Africa. Domani potrebbe essere troppo tardi”».

Dietro consiglio di mons. Peeters, si vide opportuno riunire le forze e costruire un ospedale nei terreni messi a disposizione dal fon e dai chief di Fontem, località Azi. Attorno all’ospedale sarebbe nata una città e oggi si può dire che l’auspicio di Chiara si è realizzato: «Qui a Fontem, tutti verranno a vedere come sarebbe il mondo se si mette in pratica l’amore reciproco, se si vive secondo la legge del Vangelo».

 

Continua il dott. Catarinella: «La situazione della salute del popolo bangwa era seria. Mentre studiavo la malaria, mi capitò un paziente con una strana malattia. Al microscopio vidi un protozoo grande, il tripanosoma che provoca la malattia del sonno, la tripanosomiasi umana africana (Tau). Noi medici lanciammo un grido di allarme al ministero della Sanità del Camerun. Capimmo perché la gente moriva pazza e non per colpa degli spiriti maligni, secondo la loro credenza. Il ministero della Sanità mandò un’équipe medica della Marina militare francese e iniziò così un esame di tutta la popolazione. La tremenda scoperta fu che il 50 per cento era malata. Un altro dramma fu che quella malattia, che avevamo riscontrato nei suoi vari gradi, era allora curata con arsenicali molto tossici. Il dott. Nicasio Triolo, assieme al dott. Giancarlo Sina, si dette da fare per combattere gli effetti tossici delle medicine. Il contributo geniale e decisivo del Triolo fu di modificare il protocollo del trattamento della malattia del sonno. La malattia era trasmessa dalla mosca tse-tse, la Glossalina palpalis, e Triolo organizzò una vera battaglia alla mosca; arrivammo addirittura a pagare la gente per ogni mosca che catturava e ci portava. Poi si decise di fare una clinica in alta montagna, dove la mosca non vive, per isolare i contaminati. Dove invece viveva, mettemmo a punto delle trappole. Il depistaggio avvenne anche nei villaggi vicini. Il numero dei malati da curare divenne così grande che fu necessario ricorrere a delle tende da campo montate sul prato dell’ospedale. La battaglia ebbe successo e questa esperienza poté essere offerta ad altri Paesi con gli stessi problemi».

 

Poi lasciò Fontem per andare in Uganda. Dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1988, Giando prestò la sua opera anche come sacerdote in Somalia e poi, dal 1991 al 2010, in Costarica a servizio della popolazione indigena e soprattutto dei tossicodipendenti, attività per le quali ricevette un riconoscimento dall’ambasciata italiana nel Paese. Pur avanti negli anni, cominciò ad andare a cavallo perché un ragazzo indio, a cui si era offerto di far da padrino di battesimo, gli aveva detto: «Se non impari ad andare a cavallo, non puoi essere mio padrino».

Nel 2009 si risvegliò una grave malattia della pelle che si era manifestata già dal 1986, mentre era in Africa. Nel dicembre del 2010, per l’aggravarsi del suo stato di salute, si trasferiva a Rocca di Papa (Roma), dove il 15 febbraio scorso, a 83 anni, concludeva la sua avventura nel tempo.

In un’intervista rilasciata alla nostra rivista tanti anni fa, Giando ci aveva detto: «Potrei raccontare molti casi di guarigione nel mio ospedale che si spiegano soltanto con una medicina in più: l’amore vissuto da tutti – medici, infermieri, personale paramedico, amministrativi – nella normalità del lavoro di ogni giorno».

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