La malinconia eroica di Andrea Mantegna

Raramente, e molto, i personaggi di Andrea sorridono. Qualcosa vela lo sguardo, rende serio l’atteggiamento. Anche in scene familiari dove ci sarebbe motivo di gioia, se non di esultanza. Penso alla celebre Camera picta, cioè la Camera degli sposi mantovana, all’incontro del marchese Ludovico Gonzaga con il figlio Francesco appena eletto cardinale. Rivedo l’annuncio della notizia a corte. Neppure la madre, la possente Barbara di Brandeburgo, osa un sorriso. Avvolti in una dignità che non lascia trasparire i sentimenti, questi personaggi appaiono fuori del tempo cronologico, proiettati sulla scia di una storia eterna: si direbbe anche prigionieri del loro ruolo, assorti in riflessioni molto profonde. Come i due scudieri con i loro cavalli. I paesaggi ricoperti di monumenti classici su cui si stagliano li fanno apparire anch’essi imperturbabili. Come se il contatto con il mondo antico li rendesse invulnerabili all’emozione. L’antichità, onnipresente nella sua opera, non è però per Andrea nostalgia romantica né una pura rivisitazione archeologica. Anche se il suo mondo pittorico sembra distendersi in un teatro di eroismo classico, le gesta del passato sono richiamate a commentare il presente. Come per un Masaccio o per un Donatello, ma con un’accentuazione assai personale, ad Andrea l’antico serve come fonte di ispirazione, motivo conduttore su cui fissare la storia del- l’oggi. In essa agiscono uomini e situazioni che, se nei fiorentini si acutizzano in drammaticità, in Mantegna invece rendono la vicenda umana un dramma senza tempo: fiero, e con una malinconia sottintesa. Guardando le diverse versioni, ad esempio, di un san Sebastiano (Venezia, Vienna…), ci si trova di fronte ad un giovane martoriato, trafitto dal dolore, che soffre e geme dentro un corpo plasticamente atletico. Il marti- rio non è preludio ad una festa, come nelle visioni di tanti contemporanei. Osservando la serie dei Trionfi di Cesare, questa formidabile rivisitazione della gloria antica, non scorgiamo felicità. Tutto è controllato da un’intelligenza precisa, e magnificamente riprodotto: la storia narra sé stessa di fronte a noi con una solennità epica, ma dai volti non traspare alcuna emozione serena: un sentimento fortissimo di dignità interiore scolpisce l’azione in un rilievo atemporale. Andrea ama la riflessione sulla storia, cristiana, pagana o contemporanea, in cui poter contemplare, pensare e poi parlare di ciò che vede: l’antico quasi metafora di un presente che non è felice. Nei pannelli agli Uffizi fiorentini con le scene della Nascita di Cristo, la bellezza del colore squilla in spazi di geometria cristallina, come le figure, rapprese in un linearismo scultoreo. Nel polittico di San Zeno a Verona, la cornice classica così ben cadenzante gli interni e gli esterni sotto i festoni, vede una Maria in trono dagli occhi tristi con il figlio velato in attesa della Passione, mentre i santi la circondano come colonne. Ma sempre le madonne di Andrea, pur nella tenerezza, non riescono a celare un sentimento ansioso. Fino a quel culmine che è il Cristo morto di Brera, un compianto straziante di linee aggrovigliate e di colori lividi resi con uno scorcio prepotente. La spettralità della morte e il pianto urlato degli astanti in primissimo piano diventano una meditazione sul tempo che passa inesorabile e tutti colpisce, fosse anche il figlio di Dio. E pure in una delle sue ultime tele, che dovrebbe essere un omaggio radioso alla poesia, Il Parnaso, dipinto per lo studiolo della marchesana Isabella d’Este, la danza delle Muse con le vesti arricciate fa presagire più che un vento di gioia un brivido di tensione. Viene da chiedersi perché una malinconia – che non è mai dispera- zione – aleggi in questo mondo di virilità tanto espansa qual è quello di Andrea (le donne, come poi ancor più in Michelangelo, hanno animo virile), percorra una visione epica della vita, cui fa da cornice imprescindibile la classicità. Non basta indicare nella crudezza lineare di Andrea, nel suo plasticismo talora esasperato, nel colorare squillante ricordi fiorentini o ferraresi (questi ultimi poi, così inclini ad una versione anche gioconda della vita…). Nemmeno si può solo riferirsi a Donatello, per lunghi anni presente a Padova, da cui certo Mantegna riceve una forte impronta epica ed espressionista. La voce matura di Andrea è altra cosa. Essa è un sentimento del dolore che feconda la storia e infonde all’animo umano la capacità della dimensione grande. Il nostro pittore, con la sensibilità acuta dei geni, avverte la conflittualità del suo tempo, incerto fra visioni di gloria e miserie della caducità umana. Perciò trasporta il vivere – grazie al recupero della classicità – sub specie aeternitatis, creando un mondo di rocciosa stabilità psicologica: dove c’è la fatica dello svolgersi della storia di singoli e di gruppi. Questa fatica – quasi un parto per qualcosa di nuovo e sereno – che in Donatello e Masaccio tuona, nel cognato Giovanni Bellini si tramuta in natura lirica, in Andrea si veste di una malinconia virile, in una elegia senza alcun cedimento all’eccesso sentimentale. A differenza di noi moderni, inclini per troppa fragilità alla cupezza, i personaggi di Mantegna sanno rimanere belli e fieri anche nella mestizia. Come accade nei ritratti – penso a quel momento di forte tenerezza che è il Volto di Cristo a Correggio -, nelle storie o a quel raro momento sereno che è lo sfolgorante san Giorgio di Venezia: dove c’è solo luce, e luce a mezzodì. In Andrea infatti rimane, intatto, il senso di una trascendenza che dà dignità al vivere e all’agire, lo illumina. L’uomo, perciò, in Mantegna, non subisce la storia: la vive. UNA VITA PER L’ARTE 1431: nasce ad Isola di Carturo, presso Padova. Studia nella bottega di Francesco Squarcione. 1448: affreschi nella Cappella Ovetari agli Eremitani, semidistrutti nel 1944. 1459: compie la Pala di San Zeno a Verona. 1460: si trasferisce a Mantova alla corte dei Gonzaga di cui diventa l’artista prediletto. 1460-70: capolavori, come la Morte della Madonna (Madrid) e il san Giorgio (Venezia). 1474: termina gli affreschi nella Camera degli sposi a Castel san Giorgio a Mantova. 1492: finisce la serie dei Trionfi di Cesare. 1506: dopo un soggiorno in Vaticano, muore a Mantova e viene sepolto nella basilica di Sant’Andrea. UN AUTORE PER TRE MOSTRE – Mantegna e Padova, 1445-1460 -. Padova, Musei agli Eremitani. (catalogo Skira). Mostre, concerti, la ricomposizione dei frammenti nella semidistrutta Cappella Ovetari. Oltre 60 opere da ogni parte del mondo nell’allestimento di Mario Botta. – Mantegna e le arti a Verona, 1450-1500. Verona, Gran Guardia. catalogo Marsilio Editori). Fulcro della rassegna la Pala di San Zeno e la Madonna in gloria fra angeli, da Milano. Incisioni, sculture, miniature, medaglie e l’intero corpus grafico del maestro,in circa 200 opere. – Mantegna a Mantova, 1460-1506. Mantova, Palazzo Te. (catalogo Skira). Accanto ai capolavori locali del maestro, opere di Perugino, Costa, Correggio, Tura. – Tutte le mostre aprono dal 16/9 al 14/1/ 2007.

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