La mafia dei Nebrodi: lo Stato vince

Ha preso il via nell’aula bunker del carcere di Gazzi (Messina) il processo a carico delle cosche criminali che avevano assoggettato una vasta zona della Sicilia, avviando un lucroso sistema di truffe ai danni dell’Agea per ottenere contributi europei. Le cosche fermate dal Protocollo Antoci, avviato dall’ex presidente del Parco dei Nebrodi che ha partecipato alla prima udienza del processo. le nuove norme recepite nel 2016 dal nuovo Codice Nazionale Antimafia

Un anno fa gli arresti, oggi il processo. Nell’aula bunker del carcere di Gazzi, a Messina, si è aperto lunedì scorso il processo scaturito dall’operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia che ha portato alla luce il sistema delle truffe all’Agea (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) attraverso i quali la mafia riusciva ad accaparrarsi i contributi europei. Due cosche locali, quella dei Bontemnpo Scavo e quella dei Batanesi, si spartivano il territorio riuscendo ad ottenere vantaggiose concessioni dal Parco dei Nebrodi o dal comune di Troina o, in altri casi, riuscendo ad utilizzare dei terreni abbandonati o di proprietà di persone ignare. Per ottenere i contributi europei venivano costituite società intestate a familiari non coinvolti direttamente negli affari delle cosche e senza precedenti penali in modo da aggirare la normativa antimafia. Mafia e colletti bianchi, in una misteriosa alleanza, avevano sottomesso l’intero territorio. L’inchiesta abbraccia un arco temporale degli ultimi 8 anni nel corso dei quali le aziende collegate alle cosche avrebbero lucrato contributi pubblici per circa 10 milioni di euro. Tutto questo era possibile anche grazie ad alcune complicità: collaboratori Agea, responsabili dei centri di assistenza agricola (Caa), un notaio.

Quasi nessuno aveva la forza di reagire. Scrivono i magistrati della Dda di Messina, coordinati dal procuratore Maurizio De Lucia: «La mafia ha scoperto che soldi pubblici e finanziamenti costituiscono l’odierno tesoro». Di conseguenza, «il campo di maggiore operatività è divenuto il grande business derivante dalle truffe ai danni dell’Unione Europea, come detto più remunerative e meno rischiose. (…) In gran parte, oltre quelli depredati, si usavano terreni liberi, presi a caso da tutta la Sicilia e da zone impensabili dell’Italia, usati, spacciati come propri, per le raffinate truffe delle associazioni…».

Gli imputati sono 97. Alcuni hanno scelto il rito abbreviato, altri saranno processati a Catania. Alla prima udienza erano presenti l’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, colui che per primo cercò di smascherare il sistema criminale, in mano alle mafie, ideando ed attuando il cosiddetto “Protocollo Antoci” e fu vittima di un agguato mafioso. Il protocollo, avviato in collaborazione con la Prefettura, costituisce ancora oggi un cardine della lotta alla criminalità e venne recepito, nei suoi principi cardine nel Nuovo Codice Antimafia approvato dal Parlamento nel settembre 2015.

Mario Michele Giarrusso, Giuseppe Antoci, Piera Aiello, Nello Dipasquale.

In aula c’erano anche Piera Aiello e Michele Giarrusso, componenti della commissione nazionale antimafia, Nello Dipasquale, neocomponente della commissione regionale antimafia e numerose associazioni che si sono costituite parte civile. Sono state tutte ammesse, tranne Legambiente. Ci sono Libera, il centro Studi Pio La Torre, Addio Pizzo, il Comune di Tortorici e, ovviamente, il Parco dei Nebrodi. Si è costituito parte civile anche uno dei proprietari dei terreni: un segnale che fa ben sperare anche rispetto alla presa di coscienza ed alla capacità di reagire di un territorio. Finora sono poche le denunce presentate dagli agricoltori, segno di timori che ancora faticano a essere scardinati. Ma qualcosa sta cambiando e il processo davanti ai giudici del tribunale di Patti diventa un segnale importante. La mafia può essere sconfitta anche in questo territorio dove assumeva un aspetto e delle sembianze diverse da quelle di altre zone della Sicilia, più capace di dissimularsi e di integrarsi intersecando ampi settori della vita economica e dell’economia che ruota attorno alla pastorizia e alle aziende zootecniche.

Le accuse, per gli imputati, sono pesanti: associazione mafiosa, concorso esterno, intestazione fittizia, falso, truffa e un episodio di estorsione. 

«Oggi qui si celebra un maxi processo che dà dignità ad un lavoro di esercizio del proprio dovere», ha detto Antoci. Perché tanti uomini dello Stato hanno fatto il loro dovere e hanno pagato un caro prezzo, come l’ex presidente del Parco dei Nebrodi, sfuggito a un attentato. Oggi Antoci è presidente onorario della Fondazione Caponnetto. «Con la nostra azione senza precedenti – ha detto alla vigilia del processo – abbiamo colpito la mafia dei terreni, ricca, potente e violenta, ed è per questo che quella notte volevano fermarmi. Volevano bloccare l’idea di una legge nazionale e dunque tutto quello che sta accadendo oggi. In aula li guarderò dritti negli occhi, uno per uno, senza paura, senza indugi e con l’unica forza che ho: quella dello Stato».

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