tutto questo mondo comincia a venirmi meno? Tu senti che il giardino della conoscenza, che si è dischiuso in te, in mille forme, tra gioie e dolori, può scomparire come un’illusione. «Vanità delle vanità, tutto è vanità», diceva il Qohelet (1, 1). E allora? Ha senso l’aver cercato? Ha senso il continuare a cercare, a faticare, se tutto è vanità?
Può essre, risponde l’uomo che in noi guarda e ama: ma l’orrore che ora ne ho? Non significa nulla?
O è proprio questo, l’orrore del nulla (pensate un momento a questo nulla che ci inghiottirebbe, senza che in noi rimanga
traccia alcuna di noi), che ci apre a una stupenda speranza: che non sia così? Facendo vibrare nel più profondo di noi le voci di quelle donne e di quegli uomini che di questa speranza sono stati profeti, le hanno dato consistenza esperienziale.
un’illusione. «Vanità delle vanità, tutto è vanità», diceva il Qohelet (1, 1). E allora? Ha senso l’aver cercato? Ha senso il continuare a cercare, a faticare, se tutto è vanità?
Può essere, risponde l’uomo che in noi guarda e ama: ma l’orrore che ora ne ho? Non significa nulla?
O è proprio questo, l’orrore del nulla (pensate un momento a questo nulla che ci inghiottirebbe, senza che in noi rimanga
traccia alcuna di noi), che ci apre a una stupenda speranza: che non sia così? Facendo vibrare nel più profondo di noi le voci di quelle donne e di quegli uomini che di questa speranza sono stati profeti, le hanno dato consistenza esperienziale.
Perché in quel “comandamento nuovo”, in quell’amarci tra noi come Gesù ci ha amati, era rivelato e sempre più fatto reale
quell’essere rivestiti del Cristo stesso, quel miracolo dell’Eucaristia che si apre come frutto maturo proprio nell’amore dispiegato fra noi, in quel comandamento nuovo che è frutto di essa ma anche e insieme condizione perché l’Eucaristia porti il suo frutto.
Era scoprire per me che cosa significa “essere Chiesa”, quella Chiesa che nel passato non ero riuscito a capire e amare.
«Tutti voi siete una sola persona nel Cristo Gesù», scriveva Paolo ai Galati (3, 28).
E Lui siede alla destra del Padre. E per questo, «quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; e quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati, li ha anche giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha anche glorificati» (Rm 8, 29-30).
Allora: era vera la luce, o era vero il buio?
La fede trovata mi faceva dire: è vera la luce; la sofferta quotidianità umana mi faceva dire: è vero il buio.
Occorreva, mi dicevo, restare fedeli, costi quel che costi, al dono di Dio nella fede. Ma fino a quando sarei stato capace di tenermi in quella tensione?
Un Dio abbandonato da Dio… la Parola sradicata da Chi la dice, e dunque non più Parola… Non più Essere…
In quel messaggio di Dio che è il crocifisso abbandonato, l’assurdo (o ciò che pare tale) sembra oscurare la logica; l’affermazione viene rovesciata nella negazione: il sì diventa (sembra diventare) no.
Chiara mi invitò a puntare l’occhio dello spirito, quasi esclusivamente, proprio su questa assenza di luce, che ella però mi assicurava essere, anche, tutta luce. Lì avrei trovato il nodo che lega, sciogliendola, la vita del Dio-uomo. Dal farsi carne del Verbo all’essere divinizzata, la carne del Verbo, nella risurrezione. Quell’uomo è Dio. Dio è quell’uomo.
Quell’uomo-Dio è allora la Contraddizione risolta.
Chiara mi diceva: troverai la luce. Lì è la luce. E la sua vita me lo testimoniava. Ma devi entrare, mi ripeteva, in quell’oscurità,
devi lasciarti risucchiare da quel vortice di buio. Imparando ad incarnare nella tua vita quotidiana quel «nelle tue mani, Padre» (Lc 23, 46) che Gesù ha vissuto. Il Rigettato si rigetta in Colui che Lo rigetta…
che si attuava nella misura del mio entrare nell’Abbandonato, nella vita quotidiana, senza vedere e senza capire.
Senza capire… E la filosofia?
Ma non mi avevano avvisato, i grandi maestri del pensiero e dello spirito che tutto il mio pensare, se autentico, sarebbe stato un approdo a un non sapere, a un non capire? E questo non sapere, questo non capire sono il sapere, il capire dell’eschaton?
Gesù vi era entrato: continuando ad amare chi pareva non lo amasse più.
a pullulare una nuova conoscenza. E sempre più forte si fa il salire delle acque di luce, fino ad un loro dilagare in tutte le fibre dell’essere.
Comprendi che nel mistero dell’abbandono di Gesù il Padre ci apre l’intimità di Dio e ci chiede, superando l’apparente incomponibile urtarsi delle contraddizioni, di farci coinvolgere, guidati dallo Spirito, nella Immobile-Dinamica della vita divina.
«Ora i miei occhi ti vedono».
Ti vedono, perché ho capito nel profondo che il non-vedere è vedere; il non-sapere è sapere; l’angoscia è pace. Il dolore è
amore.
Ecco la cifra risolutiva. Dio è Amore.
E che cosa è l’Amore me lo rivela l’Abbandonato, il tutto donato nelle e alle contraddizioni, sciogliendole.
Il pensiero è condotto nell’assoluta semplicità dell’Amore, che proprio perché amore, dono, non è per essere se stesso.
Eravamo (siamo) quel gruppo cresciuto sino a una ventina di persone, di varie età, di culture diverse, di ambiti del sapere diversi: ma ci raccoglieva insieme il carisma di Chiara, la strada percorsa nella scia di lei, ogni giorno misurandoci nella nostra capacità – ma tutta dono di Dio – di superare le contraddizioni tra noi per muoverci nell’aria pura dell’unità voluta da Gesù, facendo sempre più nostra quella Contraddizione che è Gesù abbandonato.
Alla base della nostra ricerca, l’applicazione senza sconti di quell’«amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 11).
Senza questo fondamento continuamente rivoluto, la ricerca del pensiero è destinata a rimanere sforzo inutile.
quale Gesù, superando nell’Amore l’abbandono, ha condotto la sua umanità, e la nostra con la sua.
E abbiamo cominciato a fare esperienza di un modo nuovo di vivere il pensare. Non più atto che nasce dal profondo della
mia intimità ripiegata su di sé, e in essa termina, ma atto che nasce dal dono che faccio della mia intimità all’altro, agli altri, e termina non nel ritorno in me ma nella pace luminosa di quell’Io umano-divino che è Gesù fra noi. Quell’Io, Gesù fra noi, che è la mia vera e profonda persona. Certo, il mio io ha la sua realtà di creatura, ma Gesù lo conduce nella sua relazione al Padre, facendomi, in lui Figlio, realmente figlio di Dio. «Voi siete morti, in effetti, la vostra vita è nascosta con il Cristo in Dio. Quando il Cristo, vostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete con lui in piena gloria» (Col 3, 3-4). «Amatissimi, fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora manifestato. Noi sappiamo che, quando Egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come Egli è» (1 Gv 3, 2).
Su questa fede spalancata sul cuore del cristianesimo, ci siamo posti al lavoro, coinvolgendo nella logica del tutto donare e
dell’amore reciproco anche le nostre discipline. La via per custodirle nella pienezza distinta della loro ricerca, è il farle inabissare nel pensiero di quel Gesù che vive, risorto, tra noi, e da esso farle rinascere. Perché, mai dovremmo dimenticarlo, ci è stato donato «il pensiero di Cristo» (1 Cor 2, 16).