La luce dei giusti

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Quando il Male s’elegge un posto d’onore nel consorzio umano; quando s’impossessa dei potenti, che da esso abbagliati guidano perversamente la politica; quando sulla sua scia gli uomini s’abbandonano alle passioni più basse; quando la paura, la menzogna, il servilismo e la delazione sembrano essere l’unica via di salvezza, allora le tenebre calano sulla Terra e la speranza sembra venire meno. È accaduto. Forse troppo spesso nella storia. Di recente, con il nazismo, con l’obbrobrio della Shoah. Ma anche allora, quando tutto pareva immerso nella notte del male, qualche luce s’è accesa. La luce di molti giusti ha infatti brillato, perforando con intrepidi lumini il cielo scuro d’Europa. E non così di rado come sembra. Tante persone, sconosciute, senza scrivere i loro nomi nelle cruente pagine della storia, hanno avuto il coraggio di fare il bene. Si sono date da fare per salvare vite di ebrei destinati, dalla mania omicida di Hitler, a spegnersi come ceneri nell’aria. Come il male ha i suoi numeri, così anche il bene. Come il male va scoperto, responsabilizzato, punito e ricordato, quale monito a non più essere commesso, così anche il bene va contato. I numeri del male sono tristemente noti: i circa sei milioni di ebrei sterminati (nonostante le allucinanti tesi dei negazionisti); i numeri del bene sono meno noti. Ora, il libro I giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto edito da Città Nuova vuole mettere in luce questi numeri: 19 mila erano nel 2005 i gentili che sono stati riconosciuti salvatori di vite ebree durante l’ultimo conflitto mondiale. 19 mila i riconosciuti, ma certamente molti di più. Eroi senza foto sui giornali, ai quali è dedicato questo illuminante saggio di sir Martin Gilbert. L’autore non ha bisogno di presentazione. È il biografo ufficiale di Churchill ed è un’autorità nella storiografia recente. Nel 1974 Gilbert s’imbatté a Gerusalemme in un funerale che destò la sua curiosità. Si seppelliva un cristiano, ma erano presenti molti ebrei. Quel cristiano si chiamava Schindler. Ora tutti lo conoscono per lo stupendo film di Spielberg, racchiuso dalla celebre frase del Talmud: Chi salva una vita salva il mondo intero. Ma allora Schindler era un emerito sconosciuto. Che aveva salvato 1500 ebrei. Uno dei tanti lumini accesi nel buio. Da allora Gilbert decise di scovare questi giusti, per raccontare le loro storie. Un lavoro parallelo, non opposto, a quello che faceva Wiesenthal nel cercare i criminali nazisti. Sir Gilbert s’è affiancato così alle iniziative dello Yad Vashem, il Museo e Archivio della Shoah a Gerusalemme che, con un’apposita legge dello Stato israeliano, cerca e riconosce i silenziosi salvatori di vite ebree durante l’Olocausto. Ad essi lo Yad Vashem attribuisce l’appellativo di Giusti fra le Nazioni. Un titolo che ha una lunga storia. Nei tempi biblici le Nazioni erano i popoli non appartenenti alle tribù d’Israele. Tra di loro la tradizione ebraica ricorda alcuni giusti. In particolare, alcune donne. Come Sifra e Pua, le levatrici alle quali il faraone aveva ordinato d’annegare nel Nilo i bambini maschi degli israeliti. Ma esse temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d’Egitto e lasciarono vivere i bambini . Sono ricordate come giuste. Poi la stessa figlia del Faraone che, sfidando l’ordine del padre, salvò e allevò Mosè. Anch’essa è una giusta. Poi ancora Raab, la prostituta di Gerico che salvò i due esploratori mandati da Giosuè, e per la sua fede salvò anche tutta la sua famiglia dalla distruzione. Ma veniamo ai giusti citati da Gilbert. Siccome il loro elenco è lungo, ci soffermiamo solo su alcune cifre italiane. 3000 furono i documenti falsi di protezione fatti da Giorgio Perlasca in Ungheria per salvare la vita di altrettanti ebrei. 73 furono i ragazzi ebrei salvati dall’intrepido don Arrigo Beccari a Villa Emma, nella piccola parrocchia di Nonantola. L’intera comunità provvide a loro e riuscì a farli fuggire in Svizzera. Oggi Villa Emma ha costituito una Fondazione per fare in modo che questo episodio passato si perpetui nell’oggi. 4238 furono gli ebrei nascosti in monasteri e conventi di Roma, e 477 furono ospitati in Vaticano o nelle sue dipendenze. Così dei 5730 ebrei romani dell’elenco delle SS, meno di un quinto fu catturato e deportato ad Aushwitz. Di loro, 1015, purtroppo solo 10 sopravvissero. 300 ebrei furono salvati ad Assisi da due preti, che fecero loro parole di Pio XII. Il quale dai microfoni di Radio Vaticana aveva ammonito: Chi fa distinzione tra gli ebrei e gli altri uomini, pecca di infedeltà verso Dio ed è in conflitto con i suoi comandamenti. L’elenco continua. Ma vale la pena citare il caso della Danimarca. In quasi tutte le nazioni invase da Hiltler, i giusti hanno agito in modo individuale, o in sparuti gruppi, e quindi sono stati esposti alla vendetta nazista. In Danimarca invece tutto il popolo s’è unito in difesa dei loro concittadini ebrei. Tanto che i tedeschi non riuscirono neppure ad imporre che fossero riconosciuti. Quando proposero di far indossare agli ebrei il distintivo giallo della stella di Davide, il re Cristiano X fece sapere che sarebbe stato lui il primo lui ad indossarlo e così tutti i ministri, che minacciarono le immediate dimissioni. Congiuntamente i capi delle Chiese pubblicarono una veemente protesta e dai loro pulpiti incitarono la gente a salvare gli ebrei. Hiltler si trovò impotente. Tutta la popolazione s’adoperò in una rischiosissima operazione per traghettare in Svezia 7200 ebrei e i loro 700 parenti. I tedeschi non avevano mezzi e personale per sopraffare l’iniziativa popolare. Quando un deportato fuggiasco fu riconosciuto da un nazista danese, la folla inferocita lo costrinse a consegnare l’ebreo alla polizia, che poi l’aiutò a fuggire. Dei soli 500 ebrei che le SS riuscirono a catturare in Danimarca, 432 sopravvissero. In Danimarca la notte del male non riuscì ad affondare i suoi artigli. L’esempio danese – eccezionale per l’epoca in cui avvenne – ricorda che quando si è uniti nel bene, il male non ce la fa a trionfare. È questione di numeri. Se si è da soli, spesso si deve pagare il proprio coraggio isolato con la morte. Così si dipana l’elenco dei giusti. Di persone che, lungi dall’essere perfette, hanno avuto tre caratteristiche. La prima: hanno ignorato la legge. Perché quando una legge è perversa va ignorata. Hanno invece osato ascoltare la legge divina incisa nel loro cuori. Seconda: hanno ignorato l’opinione pubblica, l’andazzo generale. Hanno invece osato ascoltare la voce della loro coscienza. Terza: hanno osato fare ciò che è giusto. A costo di mettere in pericolo i propri averi, la propria sicurezza, la propria vita e quella dei loro cari. A loro, quindi, il doveroso riconoscimento del libro di Città Nuova. Che rimane pure un monito. Essere giusti non è un’opzione, ma è un imperioso dovere. Per ciascuno. Essere giusti significa contare il bene e contare il male. Ci sono ancora genocidi – come quello armeno, come quello della Cambogia… – che reclamano giustizia. Scavando nelle ombre buie di quei mali, si vedrà certamente anche lì brillare la luce di tanti giusti. LA MEMORIA DEL BENE La storia che si legge in questo volume di Martin Gilbert meritava di esser conosciuta: perché essa non è solo la storia di quei Giusti proclamati tali davanti al mondo; ma è anche la storia di quei tanti Giusti impliciti, che non poterono essere onorati perché se n’era persa la memoria storica. Recuperare questa memoria è stato il compito dell’Autore, che è riuscito brillantemente nel suo intento, offrendoci un patrimonio di conoscenze da trasmettere soprattutto alle giovani generazioni: affinché esse imparino a non dimenticare la Shoah e il valore della memoria del bene che ad essa si lega. Sono le parole pronunciate dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato della Santa Sede, in occasione della presentazione del volume I giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto, tenutasi a Roma, in vista del Giorno della Memoria, mercoledì 24 gennaio presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio. Alla presenza della vicesindaco Maria Pia Garavaglia sono intervenuti – con la moderazione di Andrea Tornielli, vaticanista de Il Giornale- il professore Matteo Luigi Napoletano (delegato del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l’International Committee for the History of the Second World War), Lisa Palmieri-Billig (rappresentante in Italia e presso la Santa Sede dell’American Jewish Committee e corrispondente da Roma del Jerusalem Post), Stefano Vaccari (presidente della Fondazione Villa Emma).

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