La guerra e le prossime elezioni politiche

Quanto incide la questione della guerra, ormai esplosa nel cuore dell’Europa, nella scelta delle imminenti elezioni politiche del 25 settembre?
Guerra. Esercitazione Nato in Germania Luglio 2022.(AP Photo/Michael Probst)

Guerra e politica. Chi ha il potere di dettare l’agenda dell’informazione pubblica, quello cioè che ogni giorno diventa prioritario sulla carta stampata, alla radio, nei programmi televisivi e negli algoritmi del web, può decidere di porre in evidenza la tragicità del conflitto in corso in Ucraina, oppure tenerlo in secondo piano rispetto alle notizie di cronaca e alle trattative in corso per definire le liste elettorali entro il 24 agosto.

La “gente”, inoltre, alla lunga tende a sfuggire da temi complicati e angoscianti sui quali ritiene, a torto o a ragione, di non poter influire e ha bisogno di “respirare” dopo anni segnati da una pandemia che non accenna a scomparire. Lo si nota, in particolare, in molti giovani che, in generale, non sembrano avvertire l’imminenza del pericolo di un conflitto che può chiedere il loro coinvolgimento diretto come è avvenuto in passato con la coscrizione obbligatoria pienamente operativa.

Nuovo ok all’invio di armi all’Ucraina

Pur con un governo ridotto ad espletare le funzioni ordinarie in attesa delle elezioni politiche, il Copasir cioè il  Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica presieduto da Adolfo Urso di Fratelli d’Italia (FdI),  ha dato il via libera al «quarto decreto interministeriale che autorizza la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative dell’Ucraina» perché ritenuto aderente «alle indicazioni e agli indirizzi indicati dal Parlamento».

Anche se l’elenco del materiale inviato è coperto da segreto di Stato, sappiamo che si tratta di armi pesanti, ritenute indispensabili in una guerra che diventa sempre più intensa alla ricerca della vittoria da entrambe le parti.

Secondo Draghi, come affermato nella conferenza stampa dell’11 maggio tenutasi a Washington dopo l’incontro con il presidente Usa Biden, non saremmo più davanti ad uno scontro impari tra Davide e Golia perché l’Ucraina, con l’assistenza militare della Nato, può ribaltare quella che si preannunciava come una sconfitta inevitabile. Un concetto ribadito dallo stesso presidente del Consiglio, ormai dimissionario, nel discorso al Senato del 20 luglio: «come mi ha ripetuto ieri al telefono il Presidente Zelensky, armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi».

L’invincibilità dell’esercito russo scatenato da Putin il 24 febbraio, dopo anni di conflitto a cosiddetta bassa intensità in corso dal 2014 nel Donbas e in Crimea, ha fatto propendere alcuni commentatori sulla necessità di non opporre resistenza armata per non far spargere inutili fiumi di sangue. Come è noto, nell’agosto 2021 il governo filo occidentale di Kabul è fuggito davanti all’avanzare dei talebani dopo che questi avevano concordato con gli Usa il loro ritorno al potere nell’Afghanistan al termine di 20 anni ininterrotti di guerra.

L’agenda Draghi

La linea interventista nella guerra in Ucraina è parte integrante e costitutiva della cosiddetta “agenda Draghi”, la piattaforma di governo condivisa dal Pd e da un’area “repubblicana” capeggiata da Carlo Calenda e dai radicali di +Europa che è in piena campagna acquisti come dimostra l’immediata adesione delle ministre forziste Gemini e Carfagna all’indomani dell’abbandono di Forza Italia. Sulla stessa linea si pongono gli ex 5 stelle che hanno seguito la scissione del ministro degli esteri Di Maio e Italia Viva, il partito nato per scissione dal Pd per volontà dell’ex segretario Renzi, artefice dell’operazione che ha portato alla caduta del secondo governo Conte, imperniato sull’alleanza tra Pd e 5 Stelle, e all’esecutivo di unità nazionale, da Leu alla Lega, affidato da Mattarella all’ex governatore della Bce Mario Draghi.

La declinazione di una visione atlantista non distinta da quella europeista, con la sinergia tra la strategia della Nato e quella dell’Unione Europea, incarnata con estrema coerenza da Draghi, non è certo improvvisata e si avvale del contributo di un buon numero di “pensatoi” (think tank) esperti nel campo geopolitico e militare. Si collocano rigorosamente su questa linea non solo il segretario del Pd  Enrico Letta ma, ad esempio, esponenti dem in posizione chiave, come il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, la presidente della commissione Difesa del Senato Roberta Pinotti, già ministra della Difesa, il presidente della commissione Affari esteri della Camera, Piero Fassino, e il sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega agli Affari europei, Vincenzo Amendola.

Una destra atlantista

Allo stesso tempo anche Giorgia Meloni, leader di FdI collocata nell’opposizione parlamentare a Draghi, si è guadagnata una patente di credibilità e di responsabilità in molti ambienti istituzionali e internazionali proprio a partire dal deciso voto favorevole all’invio di armi all’Ucraina senza i tentennamenti verbali espressi da Matteo Salvini e da Berlusconi. Se i sondaggi verranno confermati dalle urne, la Meloni è destinata a guidare la coalizione che, grazie alla legge elettorale Rosato, potrà ottenere una forte maggioranza nei due rami del Parlamento.

Guido Crosetto, di formazione democristiana ma cofondatore del partito di destra che mantiene nel simbolo la fiamma tricolore del Msi, ricopre dal 2014 la carica di presidente dell’Aiad (Federazione aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), cioè l’organizzazione membro di Confindustria che istituzionalmente sostiene la linea prevalente e trasversale dei governi degli ultimi 30 anni a favore di una progressiva conversione alla produzione militare di società controllate dallo Stato come Leonardo, ex Finmeccanica, e Fincantieri.

Sulla questione armi e guerra non si pone perciò alcuna alternativa nella riduzione bipolare tra schieramento “progressista” guidato da Letta e quello “conservatore” espresso dalla Meloni.

La marginalizzazione dei 5 Stelle

Il compromesso del rinvio al 2028 sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil è stato l’unico risultato fragile ottenuto da un M5S diviso al proprio interno e sempre più marginalizzato dall’azione di governo di Draghi.

Seppur con gruppi parlamentari ridotti da scissioni ed espulsioni, Giuseppe Conte poteva uscire dall’esecutivo e far valere una chiara linea di opposizione dei pentastellati in vista delle elezioni fissate nel 2023, ma l’operazione non è andata a buon fine. Il presidente del Consiglio, pur avendo i numeri per governare, non ha accettato di continuare il mandato senza il sostegno dei 5Stelle e così Lega e Forza Italia hanno trovato l’occasione per andare subito alle urne con l’intento di conquistare palazzo Chigi in tempo utile per determinare le scelte di bilancio da chiudere in fretta entro l’anno.

Nella lettera del 6 luglio contenente i chiarimenti chiesti da Conte a Draghi la questione della guerra non entra tra i 9 temi economici e ambientali messi in evidenza ma è posta come premessa generale per affermare l’opposizione alla corsa al riarmo senza per questo voler contestare la collocazione italiana nella Nato che deve avvenire però con dignità e autonomia, senza ridursi al «ruolo di terminali passivi di decisioni assunte da altri».

Resta da capire, nel corso della campagna elettorale, cosa voglia dire questa affermazione in termini di politica estera, anche se la composizione del nuovo parlamento non sarà attraversata da questo dibattito.

Legge Rosato e vittoria annunciata della destra 

Secondo le stime verosimili approntate dall’Istituto Cattaneo, in base ai risultati delle europee del 2019, ai sondaggi recenti e al funzionamento della legge Rosato avremmo un quadro che assicura alla coalizione della Meloni la maggioranza del 57% alla Camera e 58,5% al Senato con il centro sinistra complessivamente intorno al 35% e i 5 Stelle al 6/7%.

Una previsione considerata evidentemente sottostimata dal costituzionalista Gaetano Azzariti che paventa la conquista del 75% del Parlamento da parte del centrodestra guidato dal partito di FdI che non fa mistero di voler trasformare la Repubblica in un sistema presidenziale diverso da quello parlamentare scelto dai costituenti nel 1948.

In tal modo, per essere espliciti, si arriverebbe con più facilità alla dichiarazione dello stato di guerra in un quadro internazionale sempre più instabile.

Con la consueta schiettezza Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa e già consigliere di Salvini, durante un recente convegno promosso dal centro studi Machiavelli, molto attivo nella destra, ha messo in evidenza le cifre notevoli relative alle perdite umane e mezzi militari subite da russi e ucraini in questi mesi di guerra per giungere ad affermare l’incapacità attuale delle forze armate dei principali Paesi europei di resistere a questi ritmi di conflitto dopo poche settimane.

Un dato che può indurre sia a fermare quanto prima il massacro in corso quanto, all’opposto, ad investire massicciamente in armi e soldati per non farsi trovare impreparati e soccombenti.

La centralità politica della guerra

La questione guerra e armi, connessa alla linea di politica economia e industriale, è perciò di enorme importanza in vista del voto politico del 25 settembre. Stupisce perciò che, ad esempio, il tema non compaia come elemento di discernimento nell’appassionata chiamata a raccolta a sostegno della cosiddetta agenda Draghi da parte di Francesco Occhetta, il gesuita fondatore della scuola di politica Connessioni rivolta ai giovani delle associazionismo cattolico.

Si pone esplicitamente contro la guerra invece il raggruppamento di Unione popolare costituito dal confluire di diverse espressione di quella che è definita estrema sinistra (Rifondazione comunista, Potere al popolo e Manifesta) ed è costantemente attraversata da divisioni e distinguo che l’hanno ridotta a termini infinitesimali. È stato individuato nell’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris il “capo politico” come chiede la legge elettorale per depositare il simbolo di un partito che vorrebbe seguire l’esempio del successo di Melenchon in Francia ma che, per il momento, deve cimentarsi in una difficile raccolta firme che altre sigle pur recenti non devono invece sostenere. Una sfida che appare impossibile considerando il meccanismo del Rosatellum, la legge elettorale rimasta in vigore nonostante gli annunci del ritorno al proporzionale.

A prescindere dai partiti, resta da valutare la consistenza reale di quella parte della società civile che, ad esempio, il 23 luglio si è radunata in 50 città per chiedere di fermare la guerra e aprire ad un vero negoziato, per capire se riuscirà a porlo come tema di un vero dibattito politico.

Al contrario della precedente legge elettorale Calderoli (cosiddetto Porcellum), nella legge Rosato non è chiesto ai partiti che si presentano in coalizione di avere un programma unico ma la posizione dell’Italia davanti alla guerra è costitutiva della politica stessa e non ammette mezze misure.

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