La guerra fiscale di Trump

E' difficile prevedere le conseguenze della politica fiscale di Trump.
A driver makes sure a container was placed properly on its platform by a lift at Global Container Terminals USA, Friday, March 31, 2017, in Jersey City, N.J. (AP Photo/Julio Cortez)

È difficile prevedere le conseguenze della politica fiscale di Trump, determinato a portarla avanti dopo la sconfitta sulla riforma sanitaria: le sorti dell’economia sono legate alle scelte di consumo e di risparmio di miliardi di persone, influenzate da una miriade di fattori non sempre razionali, tanto più in un mondo in cui non ci si fa scrupolo di diffondere in rete notizie false, che hanno influenzato i risultati delle elezioni politiche nelle democrazie più consolidate. Trump vuole introdurre la Bat (Border adjustment tax: imposta di aggiustamento alla frontiera), grazie a cui gli utili delle aziende saranno tassati del 20 per cento anziché del 35; ma nel calcolarli non si potrà detrarre il costo dei beni importati: così meno imposte per chi produce negli Usa e più per chi vende prodotti importati. Con la Bat, per mantenere l’attuale competitività rispetto ad una statunitense, un’azienda esportatrice italiana dovrebbe ridurre del 20 per cento i suoi listini, compensando le imposte che l’azienda importatrice dovrà pagare in più. Se poi una tale riduzione dei listini non sarà possibile e se gli statunitensi continueranno a scegliere prodotti italiani più per la loro qualità che per il prezzo, saranno essi a pagare la differenza. In effetti nessun muro tariffario potrà bloccare le importazioni Usa: la riduzione delle imposte ideata per scoraggiare l’esodo dei posti di lavoro all’estero finirà a carico del cittadino medio. L’aumento dei costi dei beni indurrà più inflazione e la Federal Reserve, per contenerla, aumenterà i tassi di interesse: così i titoli di Stato Usa torneranno a rendere qualcosa, confortando i piccoli risparmiatori ed attirando il risparmio internazionale; ma l’aumento dei tassi farà crescere le rate dei mutui sulle case e il debito sulle carte di credito delle famiglie Usa, tornato a livelli record, superiore a quello ante-crisi 2008. L’insieme di questi fatti dovrebbe portare a un apprezzamento del dollaro, permettendo così agli esportatori in euro di praticare prezzi meno penalizzanti. Quindi il muro della Bat non mi sembrerebbe molto preoccupante per gli esportatori di beni italiani di qualità: è una proposta conservatrice, che aumenta l’onere sul cittadino medio Usa e riduce le già poche risorse per il bene comune versate dai ricchi, che i poveri hanno avuto la buona idea di mandare al governo.

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