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Mondo > In punta di penna

La guerra che dura

di Michele Zanzucchi

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

L’esplosione di violenza in Medio Oriente è entrata in modalità lungo termine. Non si sa quando finirà un conflitto miope

Immagine di un attacco israelo-statunitense su Teheran, 6 marzo 2026. Foto Ansa/EPA/ABEDIN TAHERKENAREH

Le apprensioni crescono, perché la guerra scatenata dall’alleanza tra il presidente statunitense e il premier israeliano non è riuscita nell’intento mal celato di scalzare in poche ore, con un manrovescio, il regime degli ayatollah. Sì, la guida suprema Ali Khamenei è stata eliminata, ma dal cilindro degli ayatollah è uscito il nome del suo erede, il figlio Mojtaba Khamenei.

La strategia iraniana ruota attorno al coinvolgimento dei Paesi del Golfo Persico nella guerra, e solo loro, se è vero che l’attacco sul territorio cipriota è stato indirizzato contro una base Usa, se è vero che il missile intercettato sopra la Turchia non aveva come obiettivo un qualche sito turco, e se è vero che il missile caduto nell’enclave – o piuttosto exclave – azera di Nackchivan pare una provocazione israeliana. Certo è che basterebbe un errore mal interpretato e il conflitto si allargherebbe: Francia e Italia sembrano ora voler inviare truppe “per difendere Cipro”, ma se un missile iraniano sbagliasse obiettivo, ecco che saremmo posti di fronte alla questione se entrare o no in guerra.

Altra vicenda è quella del Libano, ennesimo tassello dell’infinita diatriba tra Hezbollah e Israele. L’esercito della stella di Davide pare voler approfittare del caos bellico per invadere la Terra dei cedri almeno fino al fiume Litani, o Lithani. In ogni caso, l’Iran pare voler limitare il confine del conflitto al Medio Oriente asiatico, casomai accentuando il carattere religioso del conflitto: sciiti contro sunniti e i loro alleati israeliani e statunitensi.

Osservatori attenti dicono che le riserve di missili e droni iraniani non sono paragonabili a quelle degli attaccanti, per non parlare dell’aviazione. Ma, comunque, si parla di riserve per quattro-sei mesi di guerra. La potenza di fuoco Usa-Israele è impressionate, si parla già di quasi duemila morti. Ma un missile che colpisce un hotel in Bahrein facendo solo danni materiali ha un effetto mediatico infinitamente più vasto di quanto non abbiano cento ordigni iper-potenti sganciati su Teheran o Isfahan. L’asimmetria degli effetti sull’opinione pubblica mondiale fa parte della strategia iraniana.

Ma il punto nevralgico della guerra d’Iran sta nel blocco dello Stretto di Hormuz, nel quale circa mille navi sono bloccate, con i loro carichi di 25 miliardi di dollari stimati. Già il prezzo della benzina alla pompa sta crescendo immediatamente nel mondo intero (con extraprofitti indebiti delle aziende petrolifere). E se consideriamo la forte instabilità del mare dinanzi alle coste yemenite, non c’è certo da stare allegri.

Di più, anche se prima o poi l’armata attaccante avrà il sopravvento sulle resistenze iraniane, ci s’interroga sulla strategia complessiva degli Stati Uniti e di Israele. L’abbattimento dei dittatori non porta di per sé la pace, come hanno dimostrato i casi di Saddam Hussein (2003), di Gheddafi (2011), di Omar al-Bashir (2019), di Nasrallah (2024), di Assad (2025). Uccidere o deportare i dittatori fa aumentare l’instabilità dei rispettivi Paesi, non la diminuisce. Sarà così, molto probabilmente, anche in Iran con la caduta di Ali Khamenei.

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