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Cultura > Musica

La grandezza di Grigory Sokolov

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Straordinario concerto all’Accademia di Santa Cecilia, a Roma, di quest’artista dal carisma unico

Grigory Sokolov

Avanza a luci soffuse, incurante – sembra – del pubblico. Diremmo, nella concentrazione assoluta. Indossa l’antico frack dei grandi concertisti di sempre. Oggi, lui e Radu Lupu, sono forse i più grandi. Perché uniscono una perfeziona tecnica sbalorditiva ad una capacità di entrare nel mondo dell’artista che interpretano assolutamente unica. È un carisma, questo del russo Sokolov, ex fanciullo prodigio, che dona agli spettatori senza alcun esibizionismo. La vera grandezza artistica coincide infatti con la grandezza umana.

 

Si parte con un Bach italiano e francese. Il Concerto nello stile italiano in fa maggiore inizia con una carrellata giocosa di trilli ed acciaccature che sembrano gocce d’acqua brillanti, tanto la diteggiatura del pianista è vaporosa; il secondo movimento, poi, l’Andante, è un prodigio di luce. Soprannaturale. La tastiera per clavicembalo di Bach si adatta molto bene al piano, Sokulov ha l’intelligenza di farne rivivere il tocco argentino e la dinamica, meravigliosa, dei piani e dei forti, del suono pieno e dell’eco che gli risponde, come si usava in età barocca.

 

Come trova la capacità di far suonare un pianoforte come un organo o una orchestra? Mistero di un carisma unico di intelligenza e di amore. Il secondo brano è l’Ouverture nella maniera francese: otto pezzi, uno diverso dall’altro, tra gaiezza, raffinatezza, disinvoltura e preziosità. Bach rifà il mondo francese, ma a modo suo. C’è sempre una trasparenza, un ordine, una misura nella sua musica. E, diciamolo pure, un senso di grande coralità. Ecco, Sokulov riesce  a trasmettere la coralità, cioè l’universalità, bachiana. Anche su un solo pianoforte.

 

Nella seconda parte del concerto si passa al romanticismo fantasioso di Schumann. La Umoreske in si bemolle maggiore, degli anni quaranta dell’Ottocento, svela un pianismo fascinoso. Qui Sokulov sembra un altro nelle sonorità ora sfumate ora possenti, nell’oscuramento talora della melodia a favore di “rumori dell’anima”. Schumann  vuole uscire dalla forma stabilita, la sua fantasia tende all’“oltre”. Sokulov entra con lui in un universo sentimentale ora sereno, ora burrascoso, ora gioioso, con assoluta identificazione.

 

Meraviglia sempre – frequento il pianista da un ventennio – come egli non perda un attimo di concentrazione: esistono solo lui e il piano, o meglio, esiste solo la musica. Applausi  a non finire da parte di un pubblico entusiasta, cosciente di essere di fronte ad un genio dell’interpretazione musicale senza divismi. Che è poi incredibilmente generoso, regalando ben sei bis. Il Notturno di Chopin, goccia d’acqua di un tocco che è un soffio, brani barocchi glissano sui tasti come una carezza, un pezzo romantico di un furore contenuto. Vale la pena acquistare un dvd di Sokulov, per rivederlo o scoprirlo: sarà una rivelazione.

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