La grande sfida per i cristiani di oggi

Lasciare le rassicuranti identità, per donarsi alla dolorante umanità del presente.

La sostanza del cristianesimo resta identica attraverso i tempi, perché è Gesù Cristo. Ma la sua percezione e comprensione nelle diverse epoche non è identica, necessariamente deve migliorare approfondendosi, estendendosi, pervadendo sempre più intimamente ogni realtà umana. Lo si chiami, questo, “aggiornamento”, come fece Giovanni XXIII, o in altro modo, l’importante è che l’urgenza e la sfida dei tempi che si susseguono non può avere risposte ripetitive che negherebbero la storia (integrismo) e persino l’Incarnazione, che continua in essa («Io sono con voi tutti i giorni»).

Qual è la sfida dei nostri anni, che riguarda tutta la Chiesa e gli stessi movimenti che agiscono in essa? Credo che si possa diagnosticare una specifica necessità di oggi, che supera ogni generica esigenza di aggiornamento o rinnovamento. E mi pare che questa necessità si chiami: un più deciso passaggio dal contenuto alla “forma”. Spiego quest’ultima parola che, se fraintesa, fa cadere tutto il ragionamento. Nel parlare comune la forma è la superficie, la figura visibile, mentre il contenuto è la sostanza nascosta, l’essenza, la cosa importante sotto l’apparenza.

 

Ma nel pensare e parlare profondo, spirituale, è vero esattamente il contrario: il contenuto è il concetto, l’elaborato mentale, dottrinale, ecc. La forma, invece, come lo era per i Greci (e perciò il cristianesimo si è incontrato proprio con la cultura greca), è l’essenza, la realtà che supera ogni parola-idea-concetto; la sorgente viva non racchiudibile in schemi, sia pure utili; è la vita stessa («Io sono la vita») in confronto a una sua immagine o traduzione solo verbale.

Dunque, nel cristianesimo, essa è proprio Gesù Cristo. Ciò significa che pur essendo necessario, in ogni epoca, tradurre il cristianesimo in concetti, parole, “contenuti”, esso non è mai nella sua essenza riducibile ad essi. Gesù Cristo non è un concetto, un contenuto. È una, anzi la forma. Nel senso che “informa” tutta la realtà, e che essere cristiani è essere “informati” da Cristo, come un’opera d’arte è “informata” dal e del suo autore, per questo già nei primi secoli si diceva: «II cristiano è un secondo Cristo».

 

Ora, con un piccolo esempio, si può concludere questo discorso solo apparentemente difficile. Ve lo immaginate un poliziotto che chiama la polizia? Non c’è uno sdoppiamento, un errore? E così è il cristiano che continua a dire: “Cristo, Cristo”. Certo, viene anche il momento di dirlo (ma con infinito distacco da sé stessi, altrimenti il dirlo stanca e nausea); solitamente, no.

E soprattutto nei nostri anni, a torto o a ragione diffidenti e allergici e negatori e nichilisti, la svolta richiesta al vero cristianesimo è di non continuare a risolvere la sua testimonianza in parole ripetute, sia pure altissime (Dio,  Cristo); ma di esserle. Non di averle, ma di esserle.

 

Cosa significhi ciò nella vita quotidiana, nella cultura, nel dialogo, nell’arte, ecc., penso che sia facilmente intuibile. Non una nenia ripetitiva da setta che fa proselitismo, non la presunzione di avere ciò che gli altri non hanno, ma un desiderio semplice e coraggioso di essere, il meglio possibile, per gli altri, ciò che non sperano o non credono di poter essere.

Non è un passaggio indolore e di poco conto. Si tratta di lasciare il rassicurante “avere” idee cristiane, contenuti cristiani, identità cristiane, si tratta di “perdere la propria anima” (chi non la vuole perdere la perderà davvero, ammonisce il Vangelo) per donarsi autenticamente, senza etichette, alla dolorante umanità del presente.

Forma significa anche, in greco come in latino e poi ancora in Dante, anima.

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